Vincitore dell’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura alla Berlinale 2024, il prossimo 11 settembre arriva finalmente al cinema Lo Spartito della Vita, il nuovo film di Mathias Glasner. Una pellicola fortemente autobiografica, un racconto imperdibile sulla vita e sulla morte che, attraverso una molteplicità di sguardi, ci narra la storia della famiglia Lunies.
“La speranza sta nel fatto che lo stiamo suonando. La speranza non è nel pezzo, è nel fatto che lo suoniamo. Il fatto che, su una roccia che fluttua nello spazio, scimmie – come io e voi! – si riuniscono per trasformare sentimenti in aria vibrante chiamata “musica”. Cosicché altre scimmie possano rifletterci sopra. Questa è la speranza.”
”LO spartito della vita”
In questa citazione, tanto potente quanto evocativa, si potrebbe racchiudere l’intero significato di Sterben – Lo Spartito della Vita, senza, però, averne detto abbastanza.
Un’opera che parte dall’unica certezza che, nel corso dell’esistenza, ad ognuno di noi è riservata, andando a riflettere su tutti quei legami – intimi e familiari – che definiscono la vita di un uomo.
In modo impietoso, quasi dissacrante, Lo Spartito della Vita li fa a pezzi, sventrandoli e mostrandoceli quasi con freddo cinismo. Mettendo in scena parole, discorsi, riflessioni a primo impatto poco convenzionali, ma estremamente autentici.
Specchio di un’anima, di un sentimento bruciante e vivo, in un corpo fatto di carne e destinato, inevitabilmente, a perire.
“Lo Spartito della Vita” (Sterben) ha tutto: Morte e Tristezza, Passione e Follia e la scena di un concerto più perfettamente orchestrata e incredibilmente divertente che io abbia mai visto.
Terry Gilliam
Quindi tenete gli occhi aperti e le orecchie tese. “Lo Spartito della Vita” è un film meraviglioso”.
Die Beziehungen
Due coniugi al termine del loro viaggio, abbandonati a loro stessi e dimenticati da tutti.
Un giovane direttore d’orchestra, al contempo amante, padre e compagno, ma senza di fatto esserlo.
Una figlia alcolizzata, alla ricerca di un brivido che l’appaghi quanto la sete che prova.

Al centro di Sterben non troviamo solo personaggi, ma intere vite.
Quelle di Lissy e Gerd, Tom ed Ellen, una famiglia spezzata dai taciti silenzi e dalle lunghe assenze. Un equilibrio rotto da tante piccole fratture irrimediabilmente irreparabili; un legame di sangue che, nonostante la volontà di ognuno, esiste.
E persiste.
Ma anche quelle dei loro Beziehungen, i loro legami più stretti e complessi.
Lo Spartito della Vita trova in essi la sua forza, presentandosi come un giro di vite, prive di qualsiasi banalità e, al contrario, profonde e vibranti. Un racconto di esistenze dalla brevità di un istante, dove ogni sentimento umano trova il giusto spazio.
In una serie di storie che si intrecciano e si intersecano ricongiungendosi in una sola – quella dei Lunies -, la pellicola va, quindi, a toccare tutte quelle connessioni che, nelle loro gioie e nei loro dolori, si dimostrano tanto complesse quanto autentiche.
La componente autobiografica e la genesi dell’opera
Come confermato dallo stesso Mathias Glasner, la pellicola presenta, insita in sé, una forte componente autobiografica che, unita ad alcuni elementi di pura finzione, contribuisce ad offrire allo spettatore, con i suoi toni e le sue sfumature, un’opera estremamente realistica nella sua umanità.

Perché, proprio come il personaggio di Tom Lunies, anche il regista ha percepito il bisogno di riavvicinarsi al ricordo dei genitori morti di recente, coi quali da tempo non condivideva più nulla. Realizzando, in memoria della sua famiglia e per il suo pubblico, questa nuova opera dal titolo così imponente. Quasi opprimente, oserei dire.
“E vedo i fantasmi dei miei genitori, che non sono mai stati qui, in piedi in mezzo al traffico. Sono morti di recente, uno dopo l’altro, dopo un lungo periodo di sofferenza. Voglio finalmente avvicinarmi a loro, cosa che non sono mai riuscito a fare durante la loro vita. E l’unico modo per avvicinarmi a qualcosa o a qualcuno è di farne un film. Così inizio a scrivere, […]. Scrivo qui per qualche ora al giorno per qualche settimana a seguire. All’inizio solo dei miei genitori, poi mi rendo conto che non funzionerà se non ci sono anch’io. Così scrivo anche di me. E poi improvvisamente di tutto. Di tutta la mia vita, come la conoscevo prima di trovare una nuova famiglia.”
Mathias Glasner
Per sua stessa ammissione, Lo Spartito della Vita è un film con cui il regista “non vuole dimostrare nulla”, che “non conosce se stesso” e che “consiste di pura atmosfera”. Una pellicola, sì, autobiografica, ma anche ricca di sogni e paure, frutto di un lavoro collettivo messo a punto con gli attori e la troupe, che non hanno solo lavorato su di esso, ma lo hanno prima di tutto vissuto.
Approcciandovisi senza prove, con grande creatività e cogliendo ogni stimolo offerto, alla ricerca di quell’attimo “che l’arte ha in serbo per te, se ti apri a lei senza forzature.”
Ma anche saltando le pause pranzo e cenando insieme, raccontandosi ed aprendosi gli uni con gli altri, in uno scambio continuo.

Questa incessante gestazione ha portato alla nascita di Sterben, che si nutre di vita partendo proprio dal punto di vista personale di Glasner e approdando, infine, ad uno decisamente più universale. Scegliendo di non concentrare il dramma ed il suo racconto nella voce di un singolo protagonista, ma realizzando il film mediante una pluralità di sguardi.
I quali si concretizzano nell’intenso confronto tra madre e figlio, così simili nella loro freddezza e nella loro solitudine da riconoscersi per un istante.

Sterben
Al centro di tutta la pellicola troviamo Sterben, la nuova opera composta da Bernard che affronta il tema della morte e in cui è racchiusa tutta la ricerca ossessiva dell’artista, quel suo incessante dialogare con essa nelle lunghe giornate della sua vita. Una rappresentazione del dolore attraverso il dolore, una composizione da suonare in tutta la sua intensità accorata, capace di sublimare in musica lo stretto legame tra morte, vita ed arte.
La quale, in questo caso, non si limita a riprodurre una condizione umana – a fissare la brevità di un istante nel tempo, per l’eternità -, ma si fa partecipe di questa esperienza, riversandone il suo dolore in ogni nota. Piangendo in un canto silenzioso, nel respiro trattenuto della sala.

La controversa opera di Bernard è un canto funebre, un lamento ancora incompleto che potrà raggiungere la totale perfezione solo ad una condizione: con l’esperienza, fatta in prima persona, della morte e di tutto ciò che essa porta con sé.
Raggiungendo quella Schmale Grat, la sottile linea che consente all’artista di non pervertire l’autenticità di ciò che vuole raccontare. Semplificando, senza però mai compromettere.

Epilog – Leben
Per alcuni non c’è rimedio.
Nulla li può salvare dalla loro disperazione.
Ed il completo silenzio finale dopo l’ultima nota di Sterben è tutto ciò che resta.
A noi.
Al pubblico in sala.
A tutti i sopravvissuti.
Il film ci regala un’ultima immagine su campo fisso, svuotata di tutte quelle presenze che escono, una dopo l’altra, dal nostro campo visivo.
Un dipinto, una fotografia che ci lascia un attimo in sospeso, da soli con noi stessi.
Che ci invita a riflettere.
Sulla vita.
Sulla morte.
Sulle loro implicazioni ed il loro eterno fluire.
Su tutto quello che perdiamo ed acquistiamo ogni giorno.
Sul valore di un momento.
Di una canzone cantanta in un bar, da ubriachi.
Di una bambina che cresce in grembo.
Del suicidio di un amico.
E dell’arte che si fa vita.
O morte.
O entrambe.
Di ogni singolo istante.
a cura di
Maria Chiara Conforti

