Dopo due anni da quell’esordio pazzesco rappresentato da Past Lives, Celine Song torna col suo nuovo film, Material Love (Materialists), nelle sale italiane dal 4 settembre.
Dal prossimo 4 settembre arriverà al cinema Material Love, una nuova rom-com con protagonista l’entusiasmante triangolo Johnson-Pascal-Evans, diretta dall’ormai celebre Celine Song, che nel 2023 ha deliziato il pubblico con il suo indimenticabile esordio alla regia, Past Lives.
Quest’ultimo si è rivelato un’opera prima straordinaria, una meteora che nessuno si sarebbe aspettato. Un film indipendente che ha generato un passaparola incredibile e che ha permesso alla Song di imporsi come una delle nuove autrici più interessanti del panorama contemporaneo. Una pellicola che ricorda tanto il senso di amore mai sbocciato e trattenuto – tipico dei film di Wong Kar-wai (In the Mood for Love) -, ma anche le grandi sceneggiature che Richard Linklater aveva scritto per la sua trilogia di Before.
Martin Scorsese e Christopher Nolan hanno espresso grande apprezzamento per il film, definendolo uno dei più belli ed interessanti degli ultimi anni. In aggiunta, Guillermo Del Toro l’ha addirittura presentato come “il miglior esordio registico degli ultimi 20 anni”. A riconferma del valore della pellicola c’è anche la sua recente presenza nella lista dei 100 migliori film degli anni 2000 del Times.
L’aspettativa per questa seconda opera era, dunque, enorme. Unita alla curiosità di sapere se Celine Song avrebbe tentato di replicare la sua formula vincente adagiandosi su una composizione già collaudata, o se ci avrebbe proposto un nuovo racconto, profondamente diverso nello spirito e nelle intenzioni.
I grandi autori non smettono mai di raccontarsi
Quando scrivono un film, tutti i grandi autori finiscono inevitabilmente per parlare di loro stessi. Le loro opere sono il frutto delle loro esperienze e dentro di esse ritroviamo (velata o meno) tutta la loro vita. L’esempio massimo sono Federico Fellini con 8 e ½, Woody Allen – che ha cementificato un’intera filmografia su questo concetto – o lo stesso Linklater, con la storia vera che – afferma – essere alla base della sua trilogia.
Celine Song ha dichiarato a più riprese che il suo Past Lives era estremamente carico di una forte componente autobiografica: il triangolo amoroso, la figura dell’emigrata a 12 anni dalla Corea del Sud, il sentirsi a metà tra due mondi, la riflessione su come le cose sarebbero potute andare diversamente, erano tutta la sua vita.
Così come Guido Anselmi (Marcello Mastroianni in 8 e ½) impersonificava l’alter ego di Federico Fellini, Nora (Greta Lee) era il riflesso della regista.
Come si è evoluto il discorso in “Material Love”
In apparenza Material Love sembra riprendere la formula del triangolo amoroso e tornare sulla questione di cosa significhi affrontare le conseguenze delle proprie decisioni.
Ma presto la pellicola rivela un tono molto diverso da quella di Past Lives: il film si presenta in apparenza come una classica rom-com (anche molto divertente), ma che nasconde in realtà una lucidissima analisi a 360° sul mondo del dating e delle relazioni.
La pellicola riflette, infatti, su come i nostri parametri autoimposti (o imposti dalla società), che dovrebbero darci la certezza assoluta sulla persona perfetta per noi, siano destinati a scontrarsi con la caotica realtà in cui viviamo. Ad essere spazzati via dalle vere intenzioni del nostro cuore che, sempre imprevedibili, sfidano ogni logica e buon senso.
Material Love ragiona su queste questioni con un tono adorabilmente satirico, tagliente, dissacrante (era da tanto che non percepivo una sala così genuinamente divertita) e con un magnetico punto di vista femminile, offertoci dal personaggio di Lucy (Dakota Johnson).
L’amore è basato su un sistema di valori dettato da logiche economiche e materiali: le persone fanno parte del mercato e hanno un valore di mercato, sposarsi significa fare un accordo commerciale.
Ma come introdurre un discorso così cinico e spietato, anche se alleggerito da quell’ironia sempre presente e mai fuori posto?
Per mostrarci l’origine di tutto in 2001: Odissea nello Spazio, Kubrick partiva dalle scimmie. Nella sua opera Celine Song lo fa partend, invece, dagli uomini primitivi.
La scena d’apertura del film è, infatti, un uomo delle caverne che porta un anello di fidanzamento, realizzato in modo estremamente rudimentale con un fiore. Sulla schermata appare il titolo del film, Material Love, ed il nocciolo della questione ci è subito chiaro.

L’amore al tempo di Tinder
Salto nel presente, Lucy si presenta come una “combinacoppie”, una matchmaker di New York che lavora presso la prestigiosa agenzia Adore. La sua missione è provvedere a trovare il partner ideale per uomini e donne di alta classe, imprenditori e businessman. Lei non fa affidamento sul proprio istinto, sulla chimica o su valori intangibili. Stabilisce invece le combinazioni che ritiene perfette per i suoi clienti basandosi su situazioni economiche, idee politiche, istruzioni simili, altezza e altri tratti somatici.
La donna è ferma sulle sue idee e capiamo che codifica così anche le relazioni della sua vita privata. I suoi clienti sanno che crede ciecamente nei suoi parametri quasi matematici e le chiedono di trovar loro partner ricchi, alti, ben istruiti, di una certa etnia e con certe abitudini. Lucy si definisce scherzosamente una dottor Frankenstein di tutte le qualità più disparate che i suoi assistiti richiedono come attributi per il match.
Il servizio che offre è un bene di lusso, perché un qualcosa di cui le persone potrebbero non avere bisogno. Ma se queste possono trovare un aiuto per accelerare le cose, perché farne a meno?
I combinacoppie della Adore si considerano più di semplici psicologi, perché lavorano con i rifiuti dei loro clienti. Ed è peculiare il caso di Sophie (Zoe Winters), una donna di 39 anni che si rivolge a Lucy per trovare la sua anima gemella. Dopo svariati tentativi le cose continuano ad andarle male perché, seguendo i parametri dell’algoritmo, risulta essere una compagna valida per tutti, ma non spicca mai con nessun utente.

Seguire il cuore o l’algoritmo
Come in Past Lives, anche il secondo film della Song riflette molto sulle proprie scelte e su possibili scenari divergenti. A più riprese i personaggi rimarcano quanto la scelta del proprio partner determini per sempre il resto della propria vita.
Lucy ha ormai combinato la nona coppia arrivata al matrimonio e tutto le dice che le uniche regole dell’amore valide sono ormai quelle del suo algoritmo. Ma qualcosa inizia a vacillare in lei quando si presenta al matrimonio di quest’ultima, la quale scoppia in lacrime confessandole di sposarsi solo per far scaturire l’invidia nella sorella.
La sera del matrimonio, Lucy conosce Harry (Pedro Pascal), un carismatico e affascinante uomo che lavora nella finanza e che sembra essere troppo perfetto ai suoi occhi. Lo valuta come un 10 e lode, definendolo con quello che nel loro ambiente chiamano “un unicorno”. Una persona così irraggiungibile da essere considerata inconquistabile. Eppure Harry sembra più che interessato a Lucy e tra i due si instaura una certa alchimia.
Geniale, in questo senso, la scelta di Pedro Pascal, che sappiamo essere diventato negli ultimi anni il vero frontman di Hollywood, presente dappertutto e che tutti amiamo. Un uomo che ha conquistato i cuori di tutto il web e che è diventato un’icona di mascolinità non tossica del nostri giorni.
La stessa sera, però, Lucy rincontra dopo anni John (Chris Evans), il suo ex fidanzato, con il quale condivideva un rapporto sincero conclusosi amaramente per problemi economici.
Harry continua a sedurre Lucy e a proporle incontri ed appuntamenti, ma testa e cuore non vanno d’accordo e tutto la rimanda a quel rapporto perduto, pieno di problemi ma autentico.

Cosa avevano da offrire gli uomini delle caverne?
Un terribile incidente lavorativo sarà il motore che farà vacillare le convinzioni di Lucy sia sul piano professionale che privato.
La donna crede che stare insieme a qualcuno significhi fare dei conti, mentre proporre il matrimonio equivalga a presentare la propria offerta.
Si chiede dunque cosa avessero da offrire gli uomini delle caverne quando ancora non c’erano beni materiali. Con cosa compensavano l’assenza di beni? Le persone dovrebbero continuare, secondo le sue teorie, a stare insieme per similitudini politiche, economiche, sociali, o banalmente per opportunismo, ma la realtà risulterà ben diversa ed incalcolabile.
Anche dal più avanzato algoritmo esistente.

La sceneggiatura è tutto
Alfred Hitchcock diceva che per realizzare un buon film servono tre cose: “la sceneggiatura, la sceneggiatura e la sceneggiatura”
Celine Song l’ha decisamente capito, perché questa risulta il più grande punto di forza anche di questa sua seconda opera.
La visualizzazione di qualche immagine promozionale o del trailer potrebbe indurre a credere che il film abbia poco da raccontare al di fuori della solita storia d’amore, ma così non è. Celine Song non vuole stupirci con colpi di scena e storie d’amore travolgenti, ma indurci a riflettere sui codici con cui filtriamo i nostri rapporti.
La premessa è quella del triangolo e questo il film ce lo dice apertamente nei primi venti minuti, gioca a carte scoperte con lo spettatore. Ma quali sono le frecce scoccate da Song allora? I dialoghi brillanti tra i protagonisti e l’oggetto delle loro discussioni sono tutti elementi che catalizzano l’interesse durante la visione. Il triangolo si rivela, quindi, un semplice espediente narrativo. Dietro di esso si celano i sottotesti e la reale distanza tra questi personaggi, la vera lente con cui la regista ci mostra la sua visione del mondo.
Una regia elegante e sempre al posto giusto
Celine Song imposta un tono sempre leggero che non appesantisce mai la visione, nonostante il peso degli argomenti trattati. Al contrario l’umorismo è sempre presente e centrato, e tante sono le scene memorabili, divertenti e ben dirette.
La regia è molto minimal, ma sempre elegantissima, con lunghe sequenze di dialogo molto articolate (spesso della durata di decine di minuti), in cui lo spettatore si chiederà sicuramente quante battute abbiano dovuto imparare! Celine Song non propone allo spettatore virtuosi movimenti di macchina, ma, come nelle grandi commedie di Woody Allen, una regia “invisibile“.
Ciò non significa che la sua camera abbia pochi guizzi, ma che la regista decide abilmente di non appesantire la visione con sequenze non necessarie. Optando per una messa in scena clinica che valorizza la sua sceneggiatura, ricca di dialoghi fitti e ben ritmati. Tanta camera fissa per le lunghe sequenze dialogiche, con movimento lenti che diano spazio ai ritmi delle conversioni.
La camera utilizza anche l’immaginario visivo di New York e delle classi elitarie per creare un sfondo sfarzoso ed inarrivabile. Uffici giganteschi, cerimonie barocche e lussuosi appartamenti sono i luoghi delle vicende. La regia li utilizza per creare una sensazione di distacco per i personaggi che li abitano.
Considerazioni finali
Come in Past Lives, il tema della scelta è centrale: in esso Song racchiude il suo alter ego, a metà tra due mondi, tra due status economici e condizioni diverse. Tra una relazione vissuta nella sicurezza ed una nell’incertezza, ma colma di amore autentico. Qualunque sia la scelta, questa influenzerà tutti i futuri aspetti della vita futura.
La regista si dimostra un’autrice coerente, interessata all’evoluzione del suo discorso. Come il resto dei suoi cineasti connazionali, dimostra come sia inevitabile parlare dei divari tra le classi per eseguire un’analisi lucida del momento storico che stiamo attraversando (qualche mese fa ce lo ribadiva Bong Joon-ho in Mickey 17).
Riconfermandosi senza alcun dubbio una delle cineaste più interessanti e stimolanti degli ultimi anni, ed accrescendo la nostra curiosità per i suoi prossimi lavori.
a cura di
Alfonso La Manna

