Le Wet Leg abbandonano l’ironia più sfacciata sperimentando nuove profondità emotive. Il secondo album è una miscela di assurdo, tenerezza e maturità queer
Rhian Teasdale ha sempre giocato con le maschere. La sua voce racconta emozioni forti senza rinunciare a ironia e teatralità. Nel nuovo album delle Wet Leg però, qualcosa cambia: la leggerezza lascia spazio a una forma di fragilità più esplicita, a volte quasi dolorosa
Il brano “Moisturizer” ne è l’esempio più diretto: la voce si incrina, tra una strofa cantata e un grido trattenuto. L’amore viene raccontato come un’esperienza ambigua, fisica e viscerale: “I love you so hard / I punch you in your face”. Non c’è dolcezza patinata, ma un’estetica del disagio emotivo, attraversata da un’ironia che diventa sempre più malinconica e umana.
Anche la vocalità cambia pelle: il falsetto buffo di Teasdale si alterna a un tono più grave, quasi minaccioso. Ogni canzone sembra una scena recitata, una performance emotiva che finge il disincanto e poi lo smonta dall’interno.
Nel ritornello, le domande si moltiplicano: è amore o una dipendenza? Tenerezza o terrore? Sincerità o finzione? Le canzoni non offrono risposte, ma mostrano la confusione con lucidità. L’effetto è disturbante e affascinante al tempo stesso. Le Wet Leg sembrano prendere le distanze dal puro nonsense per raccontare qualcosa di più profondo, che riguarda la vulnerabilità queer.

Una nuova fase: più musicisti, più autenticità
Nato da una sbronza e una battuta tra amiche, Wet Leg è diventato un progetto serio, premiato e ascoltatissimo in tutto il mondo. Dopo il successo virale del primo album nel 2022, molti si chiedevano se si trattasse di un caso fortunato o di una visione precisa.
In questo secondo capitolo, il duo si allarga: i musicisti dal vivo entrano in studio, portando nuove dinamiche e suoni più pieni. Il produttore Dan Carey aiuta a costruire un impasto sonoro stratificato, in bilico tra post-punk, psych-pop e ballate oniriche.
Il risultato è un disco che suona più maturo, ma anche più coeso: meno sketch e più racconto personale, anche quando assurdo.
Nel frattempo, Rhian Teasdale vive un momento di rivoluzione personale: scopre la propria identità queer e si innamora di nuovo. Questa dimensione affettiva entra nei testi in modo caotico ma autentico, tra paure, stupore e nuove scoperte interiori. La relazione con Hester Chambers, da sempre centrale, trova nuova profondità, rivelando un’intimità che non è mai solo musicale.
Tutti questi elementi fanno del disco un’opera di passaggio: non più solo una trovata geniale, ma un viaggio dentro sé stesse. La loro ironia si trasforma: non sparisce, ma diventa strumento per parlare di identità, desiderio, ansia e amore senza retorica.
Oltre la parodia: l’ironia incontra la sincerità
Molti brani restano fedeli allo stile nonsense: “Liquidize” gioca con l’infanzia e l’amore, tra pupazzi, fantasie e parole dette a metà. Ma sotto l’assurdo si intravede una nuova dolcezza, quasi infantile: l’amore fa paura, ma è anche bello, come un gioco da bambini.
“Pond Song”, scritta e cantata da Chambers, è una delle più originali: mescola timidezza e allucinazione, come una poesia post-adolescenziale. “Love is like a beam of light / Love is like a kick in the face”: è tenera e violenta, come ogni emozione reale. Anche qui l’ironia resta, ma ha meno voglia di farsi capire, meno bisogno di essere intelligente a tutti i costi.
Non tutto però funziona allo stesso modo: “Catch These Fists” riprende il tono aggressivo del debutto, ma sembra meno spontanea. Manca la scintilla che rendeva credibile il sarcasmo: si sente l’effetto copia-incolla, come se quel tono fosse ormai superato.
Ma altrove emergono ballate sorprendentemente intime, come “Davina Mccall” o “11:21”, che puntano tutto su atmosfere rarefatte e scrittura sincera. Il vero finale emotivo arriva con “Pokemon”, in cui l’infanzia si fonde con l’età adulta: amore e nostalgia si confondono con dolcezza.
Le Wet Leg chiudono così il disco con un sorriso tenero e indeciso, finalmente libero dal bisogno di essere solo una parodia.
a cura di
Mattia Mancini

