Le cover diventano visioni, gli originali sembrano già classici. I Calibro 35 esplorano l’immaginario sospeso tra vinile e pellicola, guidati da un detective jazz-funk che sussurra sornione: funk is not dead, baby
Se c’è una cosa che i Calibro 35 non hanno mai fatto, è stare fermi. Ogni disco è una deviazione controllata, ogni progetto una nuova indagine musico-maniacale.
E così, a soli due anni da “Nouvelles Aventures”, il collettivo milanese torna sulla scena del crimine con il suo dodicesimo album in studio, “Exploration”.
Tra colonne sonore cult italiane (e non), polizieschi e tonalità jazz-funk degli anni ’70, i Calibro si imbattono in un nuovo crime passionel che odora di pellicola sgranata e città di notte, dove ogni nota è un indizio e ogni silenzio una pausa carica di tensione. Nessuna riverenza, zero filologia. Solo amore per la materia sonora viva. E soprattutto: suonare insieme. Una pratica che sta diventando un lusso, e oggi suona alquanto sovversiva.
Riff da archeologi felici
Registrato in presa diretta, senza metronomo né overdub invasivi, “Exploration” prende vita nello studio romano di Piero Umiliani. Un ritorno alla radice artigianale del suono, quello che vibra prima ancora di essere inciso.
La formazione è quella allargata, composta da Enrico Gabrielli (tastiera, pianoforte, fiati, percussioni), Massimo Martellotta (chitarra, sintetizzatore), Fabio Rondanini (batteria), Tommaso Colliva (produzione) e il bassista Roberto Dragonetti, che aggiunge un’energia fresca e decisa, con un approccio melodico che rende il basso protagonista, non solo motore ritmico.
Il luogo scelto non è casuale: il Sound Workshop di Umiliani non è solo uno studio di registrazione, ma un pezzo di storia. Qui si respira l’aria della musica suonata per immagini, quella delle sigle in 16mm, dei thriller funk e del fumo denso. I Calibro hanno deciso di sintonizzarsi su quella vibrazione, non per inseguirla ma per cavalcarla come l’onda perfetta di Point Break.
La scaletta è un mosaico: otto cover più tre originali, dove le prime non sembrano citazioni e le seconde non assomigliano a prove di stile. Tutto suona come se esistesse già, ma in una versione segreta. Ogni brano è una cartolina spedita da un futuro immaginario con il timbro del 1974.
Vecchie storie, nuova pelle
Chameleon di Herbie Hancock viene filtrata e riscritta: meno show-off, più tensione da colonna sonora. Il groove non è plastico, ma vischioso. Mission Impossible di Lalo Schifrin si trasforma in un noir da tangenziale, più da inseguimento sulla Palmiro Togliatti che da Tom Cruise appeso a una corda. Jazz Carnival degli Azymuth, invece, si apre come un rituale funk per corpi smarriti tra stroboscopi interiori e binari abbandonati.
C’è anche Coffy is the Color di Roy Ayers, meno erotica dell’originale ma più febbrile, e Nautilus di Bob James, suonata con quella lentezza rispettosa di chi maneggia un oggetto sacro. L’unico brano cantato è Lunedì Cinema di Lucio Dalla, con Marco Castello alla voce: un omaggio insolito, commovente, che lega l’infanzia televisiva di una generazione a una nuova forma di soul metropolitano.
Su Lunedì Cinema, la voce riprende: “ci sarà pure un film anche per me”, e sembra parlare proprio di questo disco: un film senza immagini, che scorre in cuffia.
Ogni cover è un atto di appropriazione. Non c’è imitazione, ma trasfigurazione. Le coordinate ci sono, ma le mappe sono state disegnate a mano, con piccoli errori poetici. Qui il passato non viene citato: viene riscritto in tempo reale.
L’assassino (non) è sempre il maggiordomo
Tra i brani inediti spicca Reptile Strut, manifesto sonoro della band: funk asciutto, groove elastico, spirito urban da film apocrifo. È stato il primo singolo e, non a caso, anche la prima traccia: il titolo – omaggio al ramarro, simbolo di trasformazione e velocità – anticipa già tutto.
“Abbiamo immaginato un animale che si muove basso, schiva gli ostacoli, cambia direzione senza perdere coerenza”, hanno raccontato. E la musica fa proprio questo: ogni battuta è una zampata, e ogni pausa è un sibilo.
Pied de Poule si muove tra lounge e psichedelia con passo felpato, come se una spia malinconica cercasse l’uscita da un sogno. The Twang chiude con chitarre riverberate, fiati che sembrano citare Tarantino ed echi di Morricone filtrati da un amplificatore rotto.
Tre brani che dicono: ci siamo ancora, più surf rock di prima. Non è più il tempo della dichiarazione d’intenti. Adesso è il tempo della pratica.
Animali notturni che respirano insieme
La scelta di registrare dal vivo non è solo un vezzo tecnico: è mera poesia. Il risultato è un suono caldo, imperfetto, profondamente umano. La musica pulsa, sbandando dove serve, accelerando di colpo, respirando con chi la suona.
Come se ogni take fosse l’ultima, registrare senza click in cuffia diventa il modo migliore per favorire l’ascolto reciproco e la spontaneità: un interrogatorio serrato, un gioco di sguardi e fiato sospeso, in cui la verità è nel ritmo che non tradisce.
“Exploration“ non è un tributo. È un gesto vitale. E se il funk è davvero una questione di corpo e di tempo, allora questo disco ne è la prova. Basta lasciarsi (tras)portare. Non serve aggiungere niente. Solo lasciarsi andare, come in un vecchio film senza titolo, ma con la colonna sonora giusta.
a cura di
Edoardo Siliquini
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