Alessandro Zappulli, dopo oltre vent’anni di esperienza live, nel 2025 pubblica il suo album d’esordio “Fuori tempo massimo”, un disco che riflette sul tempo, sul ritardo e sulle contraddizioni del presente
Alessandro Zappulli, è un cantautore classe 1985, che fonde la tradizione della canzone d’autore italiana con le atmosfere della new wave anni Ottanta. Dopo oltre 20 anni di palco nel 2025 escono 3 suoi singoli e il suo primo album “Fuori tempo massimo”, prodotto da Giovanni De Relitti presso il Blue Moon Studio.
Il disco riflette sul tempo come misura individuale: sul ritardo, sulla distanza tra ciò che siamo e ciò che avremmo potuto essere, raccontando la società e le sue contraddizioni con il tono di chi cerca onestà comunicativa, non consenso facile.
I brani alternano momenti acustici e aperture elettriche in equilibrio tra cantautorato e sonorità new wave. L’artwork è firmato da Andrew Pao, che ne traduce visivamente l’atmosfera sospesa e cinematografica dell’album.
Dopo aver approfondito il suo percorso artistico e ascoltato “Fuori tempo massimo” abbiamo deciso di intervistarlo per farci raccontare più da vicino la sua musica.
Ciao Alessandro. Questo album segna un’evoluzione rispetto ai tuoi lavori precedenti: in cosa ti senti di essere cambiato artisticamente e umanamente?
Tutto ciò che ho pubblicato in precedenza era stato fatto come membro di una band, ed era quindi risultato di diverse sensibilità musicali e di necessità espressive diverse. Quando si fa parte di un gruppo si lavora sempre per sottrazione dell’individualità e il risultato poi non sempre rispecchia a pieno quello che vuoi raccontare. “Fuori tempo massimo” è il primo lavoro che pubblico da solista e riflette molto di più i miei gusti (è un lavoro influenzato da new wave e cantautorato che sono i miei generi di riferimento) e soprattutto racconta storie e riflessioni che sono prettamente mie.
In un’intervista hai detto di preferire, nei tuoi testi, un approccio più onirico piuttosto che verista. Cosa riesce ad esprimere l’onirico che il realismo non riesce a dire? Oppure il racconto onirico per te è un modo per spiegare la realtà in modo più profondo?
Una cosa che mi ha sempre affascinato molto, dei sogni, e il loro miscelare diversi elementi in uno unico: luoghi, persone, tempi sono dilatati e molteplici: riconosciamo una persona come tale e al tempo stesso come un’altra, ogni cosa è in costante cambiamento e, soprattutto, riflette il subconscio, le nostre emozioni e pensieri più profondi attraverso le immagini. Il realismo, il descrittivo, l’esplicito mi affascina meno perché lascia anche meno spazio all’interpretazione, che per me è molto importante.
Già dal titolo del tuo album “Fuori tempo massimo” emerge l’idea di sentirsi in ritardo e fuori sincronia rispetto alle aspettative sociali, emotive e generazionali. Questa sensazione si percepisce soprattutto nel brano “Non trovi anche tu”, dove emerge la figura di Claudia che sembra rappresentare alla perfezione il malessere che attraversa il testo. Quel disagio nasce da un’esperienza vissuta da te, oppure Claudia è soprattutto un modo per dare un volto ad un malessere più ampio?
Per ricollegarsi alla domanda di prima, quella figura ne racchiude molteplici, che hanno fatto e fanno parte della mia vita, e che un po’ sono stato anche io. Al tempo stesso, il fatto che la canzone sia raccontata in prima persona osservandone un’altra non significa necessariamente che sia io l’interlocutore. È più impostante raccontare la sensazione, che è diffusa, rispetto a un’eventuale persona reale, che è limitata alla sua storia.
Se dovessi descrivere il filo conduttore che unisce i brani del disco in una parola o in un’immagine quale sarebbe?
Il tema conduttore è, banalmente, lo scorrere del tempo, come suggerisce il titolo stesso, il guardarsi indietro, il chiedersi come sarebbe stato intraprendendo una strada e scelte differenti. Il dubbio, sopra ogni altra cosa e come guida ogni decisione.
Nel ritornello di “Terra di nessuno” scrivi “la rivoluzione è passata di moda”, questa frase vuole essere una critica o un’osservazione sulla nuova generazione?
È più un confronto su due generazioni diverse, entrambe tradite: quella attuale, da un lato, privata di ideali, sogni e possibilità in funzione di ciò che è “utile”: il guadagno, la produzione. E quella del passato, che ha lottato per ideologie in cui magari credeva anche, senza rendersi conto che nel frattempo veniva manovrata dall’alto, manipolata, e si è ritrovata ad essere parte di ciò che un tempo disprezzava.
Quali sono secondo te nel 2026, le principali difficoltà che un’artista incontra nel suonare dal vivo e nel far conoscere la propria musica?
È sotto gli occhi di tutti il fatto che ci sono sempre meno club per suonare dal vivo e quelli che lavorano nel modo giusto lo fanno prevalentemente con professionisti che si affidano ad agenzie. Chi è fuori da questi giri trova più difficoltà, ciò che rimane sono spesso situazioni di minore qualità e dove si suona i perdita, peggio ancora i contest… tutte situazione da cui mi tengo alla larga. Io riesco a fare qualche data interessante tramite conoscenza di persone in gamba che lavorano nel settore, ma non essendo affermato si tratta di cose abbastanza occasionali. È un peccato, ma preferisco suonare meno, però in situazioni di qualità.
Infine cosa speri rimanga all’ascoltatore dopo aver sentito il tuo album?
Non ho particolari speranze, né aspettative. Non sono un’ottimista, e mi importa poco di cosa pensa la gente, purtroppo i social hanno abbassato moltissimo la mia opinione dell’ascoltatore medio, al netto di occasionali persone che per fortuna hanno ancora curiosità, ragionano, apprezzano. Naturalmente mi piacerebbe se il disco fosse ascoltato e apprezzato, ci ho lavorato molto, ma la mia priorità era l’urgenza espressiva di alcune cose che avevo dentro. Se interesserà a qualcuno mi farà piacere, altrimenti pazienza.
a cura di
Beatrice Berti

