“Arsa” – l’intervista in esclusiva con i registi e gli attori

Lo scorso 4 aprile, nella splendida cornice dell’Anteo Palazzo del Cinema, abbiamo avuto l’occasione di incontrare il duo di registi Masbedo e l’attore Luca Chikovani per fare quattro chiacchiere su “Arsa”. Un film che, presentato alla Festa del Cinema di Roma del 2024 e in uscita in sala questo giovedì, sta suscitando molto interesse

A volte nel cielo si stagliano piccole stelle, altre volte la stessa cosa accade al cinema: il 24 aprile uscirà nelle sale italiane Arsa, l’ultima fatica del duo artistico Masbedo che cerca di portare sullo schermo un nuovo modo di far pensare lo spettatore, tra ambientazioni oniriche e personaggi tanto distanti quanto vicini a noi.

Ho visto in anteprima il film e, uscito dalla sala, sono rimasto completamente stranito. Ragionandoci su, ho sezionato i vari elementi che lo compongono e ho individuato diversi messaggi: uno ecologista, la violenza sulle donne e il rapporto col padre morto (sia da parte della protagonista, sia del ragazzo in vacanza sull’isola). “Arsa” è un film difficile ed il pubblico generalista spesso vuole vedere qualcosa dal messaggio lampante. Questa pellicola non è, quindi, per tutti?

Quello che dici è giusto. Presentiamo in noi un’arroganza e quell’arroganza è rappresentata dal fatto che vogliamo far lavorare lo spettatore. Gli affidiamo quindi degli elementi per cui debba ricoprire anche il ruolo di montatore.

So che sembra una cosa completamente folle, perché lo spettatore pensa che il cinema non sia composto in questo modo. Può sembrare anche presuntuoso, no? Perché sembra che tu, artista, voglia obbligare lo spettatore a ragionare. Però è proprio quello che stai dicendo: i pezzi li devi mettere insieme tu.

Allora, questo cosa significa? Il film è completamente diviso, anche sul montaggio con Jacopo Quadri. L’idea era proprio quella di realizzare un’opera che iniziasse in una maniera, si spostasse in un’altra per arrivare ad un’altra ancora.

Cosa vuol dire? Prima emerge il tema della sospensione. Arsa è sola: la sospensione, la spazzatura, la solitudine, la figura del padre e quella del lutto. Un lutto compiuto. Il padre le lascia l’immaginazione, la speranza di essa. Capisce che con lo scarto e con la merda lei ci sa fare qualcosa, che è amica della sua merda.

Fa un grandissimo lavoro su questo, perciò lei è risolta in questo senso, nonostante la mancanza che prova per il padre. E il padre sente tutto questo, lo vive, lo respira, lo consegna.

La figura problematica, quella di Andrea (Jacopo Imantinori) è ciò che stai raccontando tu. Ma come cazzo lo risolvi un lutto nel momento in cui tieni i bigliettini di tuo padre, con scritto “coglione” perché hai paura che lui, da malato, possa vederli e li conservi. Cioè, questo è un lutto terrifico.

Quindi ci troviamo davanti ad una pellicola che stravolge il senso stesso della produzione cinematografica?

Non potevamo fare un film normale, cioè con un apparato letterario chiaro, con una scrittura chiara, con tutto chiaro, ma volevamo realizzare una pellicola dove, in verità, dall’inizio – e noi ce lo siamo detti – abbiamo capito che la visione, o un certo tipo di immagine, deve far lavorare “la testa di ‘sto spettatore”. Noi abbiamo fiducia in esso e nell’umanità, perciò abbiamo detto: “Quel lavoro lì è giusto che lui lo faccia”.

Perché fondamentalmente, in questo senso qui, è come se anche l’operazione di un film sia quasi artistica. Come a dire: vieni a vederlo, affidati, vivi quell’esperienza.

L’altra volta io e lui ridevamo di quando Lino Musella racconta la favola a sua figlia – e già un padre che racconta le favole secondo me è iper contemporaneo, perché si sente veramente la mancanza di essi. Lì lo spettatore assiste a quattro minuti di monologo.

Il monologo durante la pellicola è ragionato in questo modo?

Quando ti propone quattro minuti di fila di monologo di Lino Musella (e perciò di arroganza)? Quattro minuti, ma tu, in quel momento lì, ti stai anche quasi un po’ per addormentare. Benissimo, abbiamo vinto la nostra partita, perché è quello che volevamo: rilassati, stai con lui, ascolta i mostri che andremo a cacciare e che la figlia ascolta. La quale ha bisogno di legare il filo rosso intorno il dito del padre perché ha paura di perderlo. Perciò noi ragioniamo in un’altra maniera, che mi rendo conto possa risultare anche molto arrogante.

La nostra identità è quella di riflettere su più livelli, come un’opera d’arte. La quale non è lineare, ma ha mille significati e presenta molti aspetti: non invecchia nel tempo, anzi, cambia in termini di significati, acquisendone alcuni che non erano pensati prima. È lo spettatore a fornirne di nuovi con i propri pensieri e le proprie sensazioni dopo aver guardato il film.

Ma poi perché ad un certo punto non dobbiamo pensare che lo spettatore abbia un ruolo attivo? Perché devono essere tutti passivi? Vogliamo rendere attivo il pubblico mettendo in dubbio i suoi pensieri.

Pensaci! Ad esempio, capivamo tutti che Carmelo Bene (noto attore e poeta italiano NDR.) arrivava lì con i suoi deliri, ma evidentemente ciò era importante nello svolgimento della storia e allora andava bene. Nel cinema invece è una cosa che può risultare difficile, ma – dico io – chi se ne frega!

Due parole con Luca Chikovani

Abbiamo avuto inoltre la possibilità di scambiare due parole con Luca Chikovani, che interpreta uno degli amici di Andrea.

Tu sei un cantante, un attore, un attivista politico. Hai lavorato in produzioni anche importanti, come Lazzaro Felice e Comandante. Quanto è stato difficile recitare in una pellicola del genere, dove anche l’ambiente alla fine è ostile all’uomo? Quanto è stato arduo prendere parte ad una storia così sottile ma profonda, dalle mille sfaccettature, che dal punto di vista dell’attore è difficile, a volte, da comprendere?

Innanzitutto, voglio iniziare ringraziandoti, perché in questi tempi avere un giornalista che sa con chi sta parlando mi fa veramente piacere. Mi hai migliorato la giornata oggi.

Girare questo film è stata veramente molto particolare come esperienza. Però devo dirti la verità: io ho un tipo di metodo di lavoro che mi ha insegnato Alice, in cui approccio il cinema in maniera non troppo tecnica, ma proprio molto spirituale.

È sempre un evento, un’iniziazione, un qualcosa che avviene con quel film. Quindi, quando provo ad analizzare le scene e le battute come fanno alcuni attori – anche se poi ognuno ha le sue tecniche, i suoi metodi -, per me non funziona. Io devo vivere interiormente l’evento, il set.

Lo dico sempre a tutti che per me, in realtà, il lavoro dell’attore sono i rapporti che si creano con le persone e per me quello è l’unico tesoro che guadagno da questi progetti. Poi il film è indirizzato al pubblico ed ognuno ha una visione soggettiva, però c’è questa oggettività durante le riprese, un senso di intimità che si crea con gli altri che per me è la cosa migliore di tutto.

Stromboli è un’isola molto difficile. Abbiamo visto anche navi che non riuscivano ad attraccare la notte perché c’era l’alta marea o il mare mosso, oppure ristoranti che non avevano quel tipo di cibo e dovevano chiudere perché non arrivava. È quindi una situazione molto particolare. Ma Stromboli – e chi c’è stato lo saprà – è veramente un posto molto magico.

Sembra arduo penetrare in questo ambiente, tuttavia alla fine i nostri personaggi non erano del posto, quindi non dovevano risultare troppo abituati ad esso. Anche le difficoltà relative al caldo, agli spostamenti – perché Stromboli è fermo, attivissimo ma fermo – non erano rilevanti. Ci sono stati dei giorni in cui con Giovanni e Jacopo ci mettevamo in spiaggia per 30-40 minuti in silenzio a guardare il mare uno accanto all’altro, senza dire una parola. E questa calma non la vivevo da diverso tempo.

Stromboli, per noi, è stata – e parlo anche per gli altri – un’esperienza molto mistica, di cambiamento interiore. Non ci è servita, dunque, una preparazione attraverso qualche tecnica particolare, o mediante qualche metodologia per il ruolo o per il tipo di sceneggiatura, perché tutto il processo avveniva da solo.

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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