Babygirl, il nuovo film di Halina Reijn con Nicole Kidman, Harris Dickinson e Antonio Banderas, uscirà nei cinema italiani il 30 gennaio. Ecco la nostra recensione in anteprima.

Quello di cui parla Babygirl, il nuovo film di Halina Reijn, lo si evince già dal primo fotogramma, in cui la protagonista, una bellissima Nicole Kidman nelle vesti di Romy, ha un rapporto sessuale con il marito. Il sesso è quindi elemento centrale all’interno della pellicola, strettamente connesso con la tematica del potere e dei desideri più profondi.

La trama

Romy, fondatrice e Ceo di un’azienda di robotica, vive una vita frenetica, divisa tra l’ufficio in un grattacielo nel centro di Manhattan e un’affascinante villa in campagna. È ricca, è sposata, ha due figli brillanti e i suoi affari vanno a gonfie vele. All’apparenza, sembra avere tutto ciò di cui ha bisogno, tranne una cosa.

Sul luogo di lavoro è autoritaria, tiene il potere ben saldo nelle sue mani, ma nelle sue fantasie erotiche è completamente il contrario: è lei quella che vuole essere comandata. Un desiderio non soddisfatto nella vita reale, e che per questo le dona un’indole un po’ distratta e repressa.

Un giorno arriva nella sua sede un gruppo di giovani stagisti e Romy rimane subito affascinata dal più spavaldo di loro, Samuel (Harris Dickinson), che aveva già notato la mattina stessa in strada, mentre calmava un cane impazzito. Con lui si instaura ben presto una relazione segreta e intensa, un rapporto di sottomissione dominante che quasi la consuma. Una storia di tradimento, di giochi di potere, che ci riporta alla mente un altro film con una Nicole Kidman altrettanto seducente ed erotica, il celebre Eyes Wide Shut.

Babygirl non è una commedia romantica, né una storia d’amore e nemmeno una commedia in realtà, anche se riguarda questioni di cuore e ha a tratti un senso dell’umorismo politicamente scorretto.

A proposito del suo film, definito provocatorio, audace ed esplosivo, la regista Halina Reijn ha dichiarato:

“Tutti noi abbiamo una piccola scatola nera piena di fantasie e tabù che vorremmo non condividere mai con nessuno. Sono affascinata dalla dualità della natura umana e con questo film ho cercato di far luce, senza giudizio, sulle forze opposte che compongono le nostre personalità. Per me il femminismo è la libertà di esplorare la vulnerabilità, l’amore, la vergogna, la rabbia e la bestia interiore di una donna.

Invecchiare significa affrontare l’infinità di tutto. A metà della nostra vita, non possiamo più nasconderci e dobbiamo confrontarci con i nostri demoni interiori. Più sopprimiamo la nostra ombra, più il nostro comportamento può diventare pericoloso e dirompente. La relazione al centro di ‘Babygirl’ permette a Romy e Samuel di esplorare la loro confusione riguardo al potere, al genere, all’età, alla gerarchia e all’istinto primordiale. Nonostante la sua natura proibita, la gioia di quell’esplorazione è liberatoria, persino curativa.”

Conclusioni

Babygirl è una storia sulle donne e i loro corpi, sulla regolazione di entrambi e su cosa significa per una donna arrendersi al suo io più segreto. Il tema trattato è senza dubbio intrigante, anche se in tanti momenti viene un po’ troppo ridicolizzato, oltre a essere messo a nudo in maniera piuttosto scontata, lasciando che la storia proceda in maniera un po’ fine a se stessa. Manca un’analisi profonda e accurata della mente umana; anche i colpi di scena che ci vengono consegnati dalla trama sono tutt’altro che eclatanti.

Nota di merito per la scenografia, curata nei minimi dettagli, cosi come per la fotografia di Jasper Wolf, elemento di grande pregio di tutto il lungometraggio.

Brilla la stella di Nicole Kidman, che per la sua interpretazione ha vinto la Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia, e ha ottenuto una candidatura ai Golden Globes come Miglior attrice protagonista.
Un ruolo molto fugace, invece, è stato affidato ad Antonio Banderas, che qui interpreta il marito di Romy. Un ruolo marginale, che lo relega in secondo piano, apparendo poche volte sullo schermo. Peccato.
Ottima però anche la performance di Harris Dickinson, che grazie alla sua mimica facciale è in grado di passare dal ragazzo curioso a quello psicopatico e passionale. Una performance tanto seducente quanto inquietante.

La regista si è occupata anche della sceneggiatura e della produzione assieme a David Hinojosa, mentre Christine D’Souza Gelb, Zach Nutman e Julia Oh sono i produttori esecutivi. Il film è una produzione A24, 2AM e Man Up Films.

a cura di
Emanuela Giurano

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