É uscito venerdì 13 dicembre 2024, a trent’anni dalla sua scomparsa, un disco omaggio a Domenico Modugno dal titolo “Modugno sulla Luna” (fuori per Adesiva Discografica, in distribuzione The Orchard), a cura del cantautore Luca Gemma che ha suonato e arrangiato otto brani, prodotti con Paolo Iafelice, per celebrare uno dei suoi artisti preferiti.
Era impossibile lasciarci scappare Luca Gemma così siamo riusciti ad intervistarlo.

Questo disco arriva in un anno importante per la storia di Modugno. Come mai hai sentito la necessità di celebrare questo nome? E che cosa racconta di te e della tua di storia?
Il motivo è che Modugno è da sempre uno dei miei artisti preferiti tanto che già in passato avevo cantato e registrato due sue canzoni su disco.
Ma l’occasione di dedicarmi a un progetto più ampio su di lui è arrivata a fine 2023 con lo spettacolo di teatro danza di Koreoproject, di cui ho curato la parte musicale, con particolare attenzione alle canzoni scritte nei primi anni in dialetto salentino. Lavorando ai pezzi mi sono reso conto che il 2024 sarebbe stato il trentesimo anniversario della sua scomparsa e mi è sembrata una coincidenza significativa. Non amo l’eccesso di ricorrenze di cui vive la musica oggi, però devo dire che rispetto al suo enorme peso nella storia della canzone italiana e della canzone d’autore da lui inventata, di Modugno quest’anno si è parlato molto poco.
Da un punto di vista più personale Domenico Modugno fa parte dei miei ricordi di bambino, perché mio padre, che aveva un ottimo orecchio musicale, nei viaggi in macchina negli anni Settanta ci faceva cantare spesso canzoni di Modugno, Gaber, Jannacci e Celentano, per esempio.
E come mai hai scelto proprio il titolo “Modugno sulla Luna”?
Perché immagino la luna come un Pantheon in cui restano per sempre i miei artisti preferiti. Li immagino tutti lì a ballare in assenza di gravità. Modugno poi ha un lato malinconico e lunare meno appariscente che io invece ho cercato di indagare e accentuare con i suoni e gli arrangiamenti dei brani, perché queste sono le atmosfere che prediligo. Insomma secondo me è il luogo perfetto per un artista che la luna l’ha spesso cantata.
A livello produttivo, come hai lavorato con Paolo Iafelice?
Ritroviamo qui dentro il sound di Luca Gemma?
È stato un lavoro lungo un anno, nel quale ho arrangiato e suonato tutto nel mio piccolo studio casalingo.
Le otto canzoni del disco più alcuni sottofondi strumentali, in contatto con Giorgia Maddamma e Ilaria Milandri, le autrici dello spettacolo “Sacre radici-La maestà del legno” di cui ti parlavo prima, e intanto periodicamente facevo sentire a Paolo che strada stavano prendendo i pezzi.
Dopodiché, appena prima dei missaggi con Paolo, nel suo studio, abbiamo fatto un lavoro specifico sulle ritmiche in cui lui è molto più bravo di me. In questa fase produttiva lui arriva per gradi al suono definitivo che avrà tutto l’album. Da parte mia posso dire che, quando cerco il suono di una canzone, devo sentirmi comodo come cantante, altrimenti non procedo. Per darmi una direzione io solitamente dico ‘come Modugno suonato da Paul Weller alla festa di David Byrne’. Ecco stavolta la materia prima era proprio la sua.
E Modugno a parte, qual è il tuo rapporto con le cover?
Le canzoni degli altri sono sempre una miniera per scovare, rubare e imparare qualcosa. Perché la forma canzone è una cosa semplice e complessa allo stesso tempo, basta uno scarto infinitesimale e a volte misterioso per decretare la bellezza o meno di un brano. E questo è molto affascinante e spesso sorprendente. Passo la vita ad ascoltare canzoni scritte da altri e mi piace mettermi alla chitarra o al pianoforte e farle girare fino a che non sento qualcosa di mio. A quel punto, se questo accade, posso anche cantarle in pubblico, altrimenti restano lì in casa, ben nascoste.
Per questo disco hai lavorato anche con Eugenio Finardi. Che esperienza è stata?
Finardi l’avevo conosciuto molti anni fa quando venne a trovarci in studio, invitato da Vittorio Cosma che stava producendo il primo album dei Rosso Maltese, e nell’occasione fece dei cori su un brano e mi diede anche una bella lezione di canto microfonico. Questa volta nella mia versione di “Nel blu, dipinto di blu” ho pensato che la sua grande voce fosse perfetta per l’atmosfera da blues notturno e rarefatto che il brano aveva preso. E Paolo, che aveva appena mixato il suo nuovo disco, glielo ha fatto sentire; pochi giorni dopo, con mia grande gioia, è venuto in studio a cantare.
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