Piero Pelù, “Deserti”: la recensione onesta

Piero Pelù, “Deserti”: la recensione onesta
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Piero Pelù torna dopo 4 anni di silenzio discografico. “Deserti” è frutto di una gestazione complessa, non lineare ed è un’evoluzione di quanto l’artista toscano aveva affrontato nel precedente (e non esaltante) “Pugili fragili”

Con i Litfiba mandati in pensione nel 2022 di comune accordo con Ghigo, Piero Pelù ha visto l’opportunità di concentrarsi sul percorso artistico più consono a quelle che sono le sue attitudini sonore già ampiamente esplorate con “Identikit” e “Pugili fragili”. Nel 2023 il cantante toscano aveva già in cantiere qualcosa di nuovo, più un tour estivo per riscaldare i motori.

Complice uno shock acustico subito durante le prove in studio e conseguente acufene, fermarsi è stato necessario e doloroso. Perché vedere sfumare progettualità e sentire un fischio che provoca dolore oltre che fastidio, è un mix dilaniante (ve lo conferma il sottoscritto che convive con una locomotiva perenne nelle orecchie da 13 anni).

Poco a poco, “Deserti” ha preso finalmente forma e il 7 giugno 2024 è disponibile in tutti gli store digitali e nei negozi di dischi (almeno, quelli che resistono). Abbiamo avuto l’occasione di ascoltare in anteprima qualche pezzo dell’album in veste live allo Showcase del 6 giugno organizzato in Santeria Toscana 31 a Milano. Le prime sensazioni che abbiamo avuto, vengono in parte confermate con l’ascolto ripetuto del disco.

Piero Pelù live al Santeria Toscana 31 - 6 giugno 2024 (foto: Emanuela Giurano)
Procediamo con ordine

“Deserti” è il secondo tassello della trilogia del disagio che ha preso il via quattro anni fa con “Pugili fragili”. Se il predecessore del 2020 non ha entusiasmato, questo nuovo album vede un Piero Pelù più a fuoco.

Rispetto al recente passato, infatti, “Deserti” ha il merito di avere più equilibrio qualitativo, inciampando sì nei soliti problemi di eccessiva “tamarreide” nei brani più veloci (“Novichock”) o di azzeccare buone idee e farle naufragare in ritornelli un po’ kitsch (la buona strofa, il non riuscito ritornello e la piacevole coda finale di “Baraonde”, scritta come sfogo post-acufene), ma avendo altresì la capacità di correre ai ripari grazie a collaborazioni di pregio come nel caso dei Calibro 35 in “Baby bang”.

Anche se i difetti storici della carriera solista di Piero Pelù sono dunque ancora presenti (pur mitigati), per fortuna c’è spazio per brani interessanti come “Picasso” e “Tutto e subito” (non perfetti, ma non così stucchevoli), per un’ottima rivisitazione in chiave acustica de “Il mio nome è mai più” e per una canzone come “Canto”, probabilmente una delle migliori scritte da Pelù dall’epoca di “Mondi Sommersi” a oggi. Interessante, infine, la scelta di inserire in tracklist una intro e un outro strumentali, come per dare un inizio e una conclusione ben definiti a questo viaggio sonoro.

Alla fine: com’è questo “Deserti”?

“Deserti” è quanto di meglio Pelù potesse sfoderare negli ultimi 12 anni. Non si può dire che questo nuovo lavoro discografico sia il migliore della sua carriera solista, tuttavia è innegabile che sia un deciso passo avanti rispetto a “Pugili fragili”, “Mille uragani” (e parte di “Eutopia”, se vogliamo scomodare gli ultimi Litfiba): idee meno dispersive, soliti problemi su alcuni testi e arrangiamenti ma questa volta meno destabilizzanti, la presenza di un brano come “Canto” che avremmo pagato oro, platino e titanio per averlo nei primi 2000 e una produzione meno plasticosa (anche se il sottoscritto continua a reputare non eccezionale l’effetto di raddoppio sulla voce, ma tant’è).

Il repertorio recente ha una resa migliore in sede live, dunque questa volta, magari, potrebbe venir voglia di andare a trovare il buon Piero e la sua band durante una delle tappe del tour estivo. Di certo non ci si annoierà.

a cura di
Andrea Mariano

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Andrea Mariano

Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

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