“Sovietistan”: un viaggio tra Occidente e Oriente

“Sovietistan”: un viaggio tra Occidente e Oriente
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Con Sovietistan l’antropologa norvegese Erika Fatland ci porta in un viaggio alla scoperta degli ex territori dell’Urss dell’Asia Centrale

L’Urss si è dissolta nel 1991 e tutte le nazioni che comprendeva hanno ottenuto gradualmente l’indipendenza. Tra queste ci sono anche le semi sconosciute nazioni dell’Asia centrale: Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan.

Queste popolazioni differiscono molto dai russi, a partire dal loro aspetto fisico e dai tratti somatici (in alcuni casi più simili ai mongoli, in altri ai turchi o ai persiani), fino alla lingua a alla religione, nella maggior parte dei casi musulmana.

In Sovietistan l’antropologa norvegese Erika Fatland compie un viaggio straordinario in queste terre dimenticate da tutti per svelarci la loro storia.

Fonte: Google immagini

L’opera è la sua ultima fatica, dopo il successo del suo precedente libro La Frontiera che nel 2018 ha vinto il premio dei bookblogger in Norvegia ed è stato selezionato tra i dieci migliori libri non-fiction usciti in Scandinavia dal 2000.

Sovietistan non è altro che un lungo reportage, in stile diario di viaggio, sugli usi e i costumi di questi popoli, spesso trascurati dai telegiornali occidentali.

Turkmenistan

Il Turkmenistan è un paese difficile da visitare a causa delle restrizioni imposte dallo Stato per gli stranieri. A capo del governo c’è il dittatore Gurbanguly Berdimuhamedow, un uomo molto vicino all’ex presidente Turkmenbashi. In Turkmenistan le opinioni personali sono fortemente disincentivate tant’è che il paese figura tra gli ultimi nella classifica mondiale della libertà di stampa, assieme alla Corea del Nord e all’Eritrea.

I cittadini vengono denunciati se espongono anche solo la minima critica al governo e la tortura è una pratica comune negli interrogatori.

Il presidente porta avanti un vero e proprio culto della personalità e ha ottenuto la fiducia dei propri cittadini rendendo i servizi fondamentali quali l’energia elettrica, il gas, la benzina e il sale, gratuiti. Poco importa che il livello di disoccupazione sia alle stelle e che i cittadini non possano esporre le proprie idee liberamente.

Tra gli aneddoti che racconta Fatland c’è quello riguardante la Giornata mondiale del cavallo turkmeno, una delle festività più importanti del paese. In questa occasione la scrittrice è testimone della caduta da cavallo del Presidente. Dopo l’accaduto tutti i giornalisti stranieri sono costretti a consegnare le proprie macchine fotografiche al fine di cancellare qualsiasi immagine o video riguardante il fatto. La cosa divertente, racconta l’autrice, è che il giorno dopo, un video dell’accaduto, apparve su YouTube. Peccato che in Turkmenistan il sito sia oscurato.

Kazakistan

Il Kazakistan è forse il paese più conosciuto e più grande dell’Asia centrale. Nonostante la grandezza del paese, la nazione è scarsamente popolata poiché il suo territorio è composto prevalentemente da deserto.

All’epoca della Guerra fredda il paese è stato teatro di eventi molto tristi, come la sperimentazione della bomba atomica nel deserto, in un luogo che i russi chiamarono Poligono 2. Le autorità sovietiche fecero esplodere 456 bombe in totale, con conseguenze devastanti e a lungo termine sulle popolazioni dei paesi limitrofi. Il vento ha contribuito a portare le scorie radioattive nei villaggi vicini, comprendo un’area di oltre trecentomila chilometri quadrati.      

La Fatland si reca direttamente in questi luoghi per raccogliere le testimonianze dei cittadini che all’epoca hanno assistito a questi esperimenti.

Tagikistan

In Tagikistan, l’autrice visita la suggestiva valle dello Yaghnob, culla della cultura yaghnobi. Questo antico popolo professava lo zoroastrismo, una delle principali religioni monoteistiche del mondo.

I cultori di questa religione adoravano Zarathustra, un profeta persiano vissuto mille anni prima di Cristo. Con l’arrivo degli arabi la gente che popolava queste terre fu costretta a convertirsi all’Islam. I seguaci dello zoroastrismo si nascosero nei meandri della valle continuando ad adorare il fuoco e a parlare la loro lingua, un idioma antichissimo che ancora oggi gli abitanti di questi luoghi remoti parlano.

Nella valle dello Yaghnob, Fatland partecipa ad un matrimonio tradizionale e ha l’opportunità di conoscere più da vicino i discendenti di questa cultura millenaria. Negli anni ’70, gli abitanti di questa valle furono deportati con la forza per andare a lavorare nelle fattorie collettive nelle pianure. Siccome nella città era tutto più moderno, c’era il riscaldamento, l’acqua corrente e gli ospedali, molti yaghnobi decisero di rimanerci e di farsi una vita lì. Quelli che decisero di tornare nella valle invece, ritrovarono le loro case fatte di pietra e argilla, distrutte e dovettero arrangiarsi a vivere come meglio poterono. Parlando con gli invitati al matrimonio, l’autrice scopre che la maggior parte degli yaghnobi preferisce vivere nelle moderne metropoli tagike, con tutti i servizi essenziali piuttosto che lì.

Chissà quanto ancora sopravvivranno queste lingue e queste culture antichissime?

E queste sono solo alcune delle storie raccontare nel libro, mancano ancora due paesi.

Sovietistan è un libro adatto a chi apprezza i reportage giornalistici ed è stato paragonato ai libri di Tiziano Terzani, in particolare al romanzo Buonanotte, signor Lenin.

Oltre a ciò è un’opera che può piacere anche a chi è appassionato di storia, geopolitica e antropologia.

A cura di
Silvia Ruffaldi

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Silvia Ruffaldi

Silvia Ruffaldi

Silvia ha studiato Scienze della Comunicazione a Reggio Emilia con il preciso scopo di seguire la strada del giornalismo, passione che l’ha “contagiata” alle superiori, quando, adolescente e ancora insicura non aveva idea di cosa avrebbe voluto fare nella vita. Il primo impatto con questo mondo l’ha avuto leggendo per caso i racconti/reportage di guerra di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani. Da lì in poi è stato amore vero, e ha capito che se c’era una cosa che voleva fare nella vita (e che le veniva anche discretamente bene), questa doveva avere a che fare in qualche modo con la scrittura. La penna le permette di esprimere se stessa, molto più di mille parole. Ma dato che il mestiere dell’inviato di guerra può risultare un tantino pericoloso, ha deciso di perseguire il suo sogno, rimanendo coi piedi ben piantati a terra e nel 2019 ha preso la laurea Magistrale in Giornalismo e cultura editoriale all’Università di Parma. Delle sue letture adolescenziali le è rimasto un profondo senso di giustizia, e il desiderio utopico di salvare il mondo ( progetto poco ambizioso, voi che dite ?).

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