“Aftersun”: l’ultimo ballo tra un padre e una figlia

“Aftersun”: l’ultimo ballo tra un padre e una figlia
Condividi su

“Aftersun” è il film d’esordio della regista scozzese Charlotte Wells che regala un ritratto familiare intimista e commovente. Il film è l’emozionante diapositiva di un viaggio tra un padre e una figlia ripreso attraverso i ricordi interrotti della protagonista mentre un’ombra di dolore s’inserisce nel loro ultimo straziante ballo insieme

La regista scozzese Charlotte Wells firma un incredibile film d’esordio dal titolo “Aftersun” disponibile dal 5 gennaio sulla piattaforma streaming Mubi e in alcuni cinema selezionati. Presentato durante la 75° edizione del Festival di Cannes in occasione della settimana internazionale della critica, il film ha avuto un ottimo responso grazie alla capacità della Wells di raccontare in maniera inedita un rapporto tra i più difficili, quello tra padre e figlia attraverso una regia che predilige i silenzi, gli sguardi, il gusto del particolare ma che in sé riflette le complesse emozioni dei suoi protagonisti.

Capita spesso che una volta adulti, tra le scartoffie della nostra vita passata troviamo un’immagine che in qualche modo ci lascia interdetti. È ciò che è successo alla Wells per realizzare il suo primo lungometraggio. Partita da una foto che la ritrae undicenne insieme a suo padre durante una vacanza in Turchia, Charlotte Wells mette in scena un quadro delicato e complesso di un amore unico, forte e controverso tra padre e figlia. “Aftersun”, tuttavia, parte dal presupposto autobiografico ma allarga a macchia d’olio il suo raggio d’azione diventando, così, il fermo immagine di un addio.

Nella delicatezza del loro legame e nella tenerezza di un padre che prova ad essere il massimo per sua figlia, però, s’intravede il fantasma di un male emotivo e fisico che turba l’uomo nel profondo. Così i momenti di spensieratezza tra i due, le risate, il canto e i balli si trasformano con la razionalità della maturità in una dolorosa presa di consapevolezza: i due non saranno mai più insieme e mai più felici.

Inoltre, è impossibile non citare la devastante interpretazione da parte dei due protagonisti Paul Mescal e Francesca Corio, rispettivamente Calum e Sophie, i quali restituiscono una rappresentazione genitoriale dolce e ricca di sensibilità.

Il racconto scarno di “Aftersun”

Sophie, dopo aver trovato un vecchio filmino della sua infanzia, ripensa alla vacanza estiva con il padre Calum in un resort in Turchia. Il racconto del viaggio avviene attraverso la memoria frammentata di Sophie che pezzo dopo pezzo cerca di ricordare le sensazioni, i particolari di un’esperienza all’apparenza solo abitudinaria, ma che si rivelerà epifanica.

“Aftersun” è in gran parte ambientato negli anni ’90 se non si considerano le parti della Sophie adulta che interrompono il flusso narrativo. Sophie è una ragazzina di undici anni piena di vita, figlia di Calum giovanissimo padre di trent’anni che per festeggiare il suo compleanno decide di organizzare per lei un viaggio in Turchia. Nel resort che gli ospita, Colum e Sophie come due perfetti vacanzieri, passeranno le loro giornate seguendo le attività proposte dagli organizzatori mentre tramite lo sguardo attento di una videocamera anni Novanta, riprendono gli attimi vissuti insieme.

Calum appare da subito come un padre amorevole ed affettuoso che prova ad offrire alla sua piccola un’esperienza positiva anche se lotta con difficoltà economiche. Sophie è una giovane donna curiosa, dinamica che ama socializzare ma che allo stesso tempo adora compiacere suo padre. Proprio in quella vacanza, Sophie inizia a confrontarsi con ragazzi e ragazze più grandi scrutando anche da lontano la loro gestualità, i loro respiri e i loro baci sui quali la macchina da presa indugia periodicamente.

Dietro la superficiale analisi tratteggiata di Calum si configura quella di un padre in combutta con la sua salute mentale, pieno di sensi di colpa verso sua figlia ed un’identità dai confini labili. La Sophie adulta nel macchinoso processo di ricordo di quella vacanza si metterà a confronto con la sofferenza di Calum, quando per così tanti anni è stata anche la sua.

La regia di Charlotte Wells

Mentre si guarda “Aftersun” viene difficile immaginare come una regista esordiente possa aver fatto un film così d’impatto e registicamente impeccabile. Forse, proprio il suo essere scevra da troppi condizionamenti produttivi e di correnti di pensiero fa sì che “Aftersun” sia l’incredibile diamante narrativo quale realmente è.

La Wells, nella sua regia, alterna piani lunghi e plastici a primi piani inquisitori destabilizzando completamente gli spettatori. Questi, così, osservano visivamente il flusso di coscienza della protagonista attraverso immagini da decifrare, dettagli e una fotografia che talvolta interrompe concettualmente i colori saturi del lungometraggio.

Ad intermittenza nel corso del film, infatti, Sophie adulta si ritrova al centro di una pista da ballo, tra buio profondo e luci fortissime mentre osserva una figura lontana che si concretizzerà in quella di suo padre Calum. Il caos e la calma dominano l’indole di Sophie e si fanno tangibili per merito di una messa in scena che combina intelligentemente la narrazione del tempo sospeso dell’estate con un frenetico ballo tra i due protagonisti.

Si tratta di un tipo di regia sofisticata ed attenta la quale manifesta a pieno il turbinìo emozionale di Calum e Sophie e permette a chi sta osservando di empatizzare con loro e con un legame unico, mai a senso unico. D’altronde, la Wells ha ripreso alcune lezioni di cinema indipendente ma ne ha rinnovato la forma seguendo il principio di potenza comunicativa delle immagini.

Proprio le immagini, quindi, riconquistano il giusto spazio in questa dolorosa e tenera storia suggerendo il perturbante nell’apatia, l’amore nel litigio e la morte nel futuro. Ad accompagnarle e a sostenerle vi è la colonna sonora anni ’90, spumeggiante e coinvolgente ma che distorce il suo suono quando tra padre e figlia si delinea una terribile interferenza, quella della depressione di Calum.

La memoria, il posto dove passato, presente e futuro s’incontrano

Ci sono nella vita di ognuno di noi dei momenti che vorremmo non finissero mai. Quando ci sentiamo felici e compiuti tentiamo di mantenere il sentimento più a lungo possibile, ad esempio, attraverso meccanismi inconsci stimolando il nostro più grande alleato ma che a volte si tramuta in un temibile nemico: la memoria.

Sophie adulta fa leva proprio su di essa per poter cercare di cogliere la vera essenza di un padre che ha amato sopra ogni cosa le cui azioni, però, l’hanno segnata per tutta la sua vita. Il ricordo stimolato dal filmino del viaggio, allora, è promotore di una verità mai veramente univoca ma che per certi versi può dare il giusto sollievo a Sophie anche nella sua maturità.

A volte, i demoni non si possono sconfiggere e proprio Calum per quanto in vita abbia provato a domare le sue inquietudini tramite l’incontro con il thai chi e alcune filosofie zen, si farà sopraffare dalle sofferenze della sua esistenza. Il compito di Sophie, però, in questo percorso intimista è divincolarsi dal’oscurità di suo padre con lo scopo di non tramandare le stesse paure ai suoi figli.

Per farlo, quindi, ecco che Sophie, curiosa di avere risposte sulla sua infanzia, si appella alla memoria il luogo per eccellenza dove passato, presente e futuro s’incontrano e dove si svela quell’unica possibilità di redenzione per i propri peccati e di quelli altrui.

Mentre Ballo, ti lascio andare

Nella sequenza emotivamente più forte, Sophie e Calum, attraverso uno spasmodico ballo tra loro, comunicano ciò che mai si sono detti. Così, il ricordo di quell’ultima danza insieme nel resort dove si abbracciano e si divertono s’intreccia con la percezione che la Sophie trentenne ha dello stesso ballo.

Tra Calum e Sophie, allora, arriva lo scontro definitivo in quella stanza cupa che per molto tempo ha risuonato durante la visione del film, in cui il buio viene interrotto da ritmate intromissioni di luce, le quali rivelano il volto stanco e annientato di Calum.

Qui, allora, mentre i due si attraggono e respingono come due poli opposti, Sophie lascia andare il ricordo di un padre del quale non potrà mai realmente comprendere la più intima natura. Forse, però, ora che il viaggio nei ricordi e nelle sensazioni è stato percorso, per Sophie va bene così.

Intanto, Sophie e dietro la cinepresa Charlotte stessa, ci aiutano a capire che l’incomprensibile rimane tale, ma nonostante tutto il dolore, ogni emozione è degna di essere vissuta. Un’operazione delicata, quella della protagonista, di fare a patti con le ombre del passato, messa in pratica grazie agli incredibili strumenti cinematografici utilizzati.

Noi figli percepiamo il peso immane di aver sradicato la spensieratezza dai nostri genitori: una volta tali nulla è come prima ed il peso del mondo si poggia sulle loro spalle.

E proprio ai figli stessi è necessaria una vita intera per comprendere fino in fondo quanto chi ci ha generato sia ben lontano dalla perfezione e compiutezza e, più di ogni altra cosa al mondo, altro non è che profondamente umano. “Aftersun”, allora, consegna ai suoi spettatori l’incredibile possibilità di rinascita oltre ogni sbaglio e sotto diverse forme in nome della meravigliosa complessità che l’essere umano rappresenta.

a cura di
Noemi Didonna

Seguici anche su Instagram
LEGGI ANCHE – Memorie dal Premio Tenco, la 45°edizione della rassegna della Canzone d’Autore
LEGGI ANCHE – Metal Symposium – Demodè Club, Modugno – 4 gennaio 2023
Condividi su
Noemi Didonna

Noemi Didonna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *