“DOT” è il punto di partenza di Matteo Marchese

“DOT” è il punto di partenza di Matteo Marchese
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Un punto per mettere fine al passato e un punto per inaugurare un nuovo inizio. Questo è in breve “DOT“, il primo album da solista di Matteo Marchese.

Batterista, produttore e arrangiatore, Matteo Marchese ci porta in un viaggio sperimentale fatto di tanti generi musicali e tanti musicisti che, ognuno con la propria visione del mondo, non possono far altro che essere un valore aggiunto al lavoro finale di Marchese.

Matteo nella sua carriera ha registrato e condiviso palchi con artisti incredibili come Mario Biondi, Fabrizio Bosso, Renato Sellani, Sirya, Ghemon. Ora però ha deciso di fare per sè, ed ecco che nasce “DOT”. Noi ce lo siamo fatti raccontare in questo nuovo track by track.

“Dot” è il titolo del tuo nuovo album: a cosa si riferisce questo nome?

“Dot” sta a significare prendere il coraggio per essere chi si è sul serio. Mi sono fermato, mi sono guardato e ho deciso di fare il punto della mia situazione artistica per andare oltre. Fine di un capitolo. Inizio di un altro.

“Viola” è la prima traccia del disco, chi è la Viola del titolo?

Viola è la figlia di Iasco (il trombettista). Eravamo al telefono a parlare del pezzo e lei ogni tanto urlava come una pazza e non ci faceva capire più nulla. Per me a volte la vita è proprio come una bambina che ti urla al telefono e tu non capisci. Da qui i dubbi e le difficoltà che ci fanno crescere e muovere. Giulietta (Passera, ndr) ha riassunto perfettamente questo significato.

Raccontaci di più su “Spanish Fly”!

Pier (Broomdogs) e io stavamo collaborando ad alcuni suoi brani quando ascoltando la base di “Spanish” mi ha detto: “Questa è mia!”. “OK, vediamo che salta fuori”. P. ha una sensibilità artistica e umana molto bella. Ha notato subito il mood del pezzo e ha aggiunto una melodia incredibile. Volevo dare un profumo new wave al brano e lui ha centrato in pieno il discorso.

Se ti chiedessimo di collocare in un’ambientazione ben precisa “Soul Please”, quale sarebbe?

Mi sono accorto solo dopo aver finito il brano che i Massive Attack mi hanno influenzato molto, quasi in maniera subliminale. Nasce come brano elettronico ma al suo interno ho nascosto movimenti tipici della musica africana. Credo che potremmo definirlo un brano world music. Ila (Scattina, ndr) ha aggiunto la componente folk che è la traduzione occidentale di world. In definitiva è un brano cupo che cerca la luce. Un po’ come capita spesso al mondo.

In “Africa Tornerò” già soltanto il titolo lascia immaginare una sorta di nostalgia legata a questo continente, cosa ti lega all’Africa e quali aspetti della sua musica ti porti dentro? 

La musica dell’Africa mi ha pervaso dal primo giorno. Un riconoscere istintivamente l’appartenenza a un modo di sentire. So bene di non essere africano e di non avere un’esperienza di vita simile. Nello stesso tempo però le ritmiche africane si impossessano del mio sentire. I miei primi ricordi musicali sono orientati alla musica calypso delle Bahamas e al jazz di New Orleans, che sono la manifestazione di come l’Africa non sia  dogmatica ma anzi estremamente plastica nel riadattarsi e assumere nuovi connotati. Daniele (Diamante, ndr) che è di origine sudamericana, ha nel suo animo lo stesso link con quel continente. Non siamo di lì ma ci sentiamo profondamente legati.


“Daily” potrebbe essere la naturale prosecuzione di “Africa Tornerò”?

Se “Africa Tornerò” è la nostalgia per un posto dove non sei mai stato, “Daily” è il capire che un viaggio ha senso di per sé. A volte ti porta a una nuova casa e a volta il viaggiare è la casa stessa. E poi a volte hai la possibilità di tornare al punto di partenza.

Chi o cosa “non sei mai stato” e per cui non hai rimorso?

Ho capito col tempo che siamo un po’ tutte le possibilità. A volte siamo fortunati se la vita ci pone nella situazione di poterle sviluppare. A volte sentiamo una tensione per qualcosa che non siamo e questo, forse, ci dice che in fondo un po’ lo siamo. L’unico rimorso è aver messo a fuoco alcune parti di me tardi. Un po’ come se la vita mi stesse urlando da anni verità che lì per lì non sono stato in grado di cogliere.

Come nasce “United we stand”?

Volevo produrre una traccia rap. Un po’ perché lo ascolto dal 1986 e un po’ perché credo sia un veicolo moderno incredibile. Pensavo alla Rivoluzione francese e al modo in cui in Francia si parla di sociale e di rivolta. Ho subito pensato a Gabriel (Abraxxxas, ndr). È un rapper violentissimo e che si tiene nascosto. Una specie di orco della foresta. Volevo sentire la sua rivoluzione. Rabbiosa e affilata. Nel disco ho toccato diverse tematiche che sono quasi tutte portate alla conciliazione. In questo caso volevo la guerra per le strade.

Chi sono “Joe e Agnese” che danno il nome all’ultima traccia del disco?

Sono due gemelli figli di amici. Li conosco da prima che nascessero. Ho fatto una seduta di musicoterapia dove ho suonato le loro manine mentre erano ancora dentro la pancia della mamma. Sento con loro un legame molto forte. È stato incredibile scrivere questo pezzo insieme.

a cura di
Ilaria Rapa

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