The Bear: un menù pieno di fragilità umane

The Bear: un menù pieno di fragilità umane
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The Bear è una serie tv statunitense con Jeremy Allen White (Shameless) sbarcata su Disney+ lo scorso 5 Ottobre, ed è una piccola chicca assolutamente da recuperare.

Qual è la storia di The Bear?

La serie tv racconta di riscatto, famiglia, cucina e sofferenza.
Carmy (Jeremy Allen White) è un giovane chef appartenente al mondo dell’alta cucina, ma dopo la morte del fratello maggiore torna a Chicago, per gestire la paninoteca di famiglia. La paninoteca è un locale pieno di problemi, sommerso di debiti e con uno staff tutt’altro che preparato.

Il cugino di Carmy, Richie (Ebon Moss-Bachrach), gestisce il locale in modo negligente, senza interessarsi minimamente dei problemi evidenti, persistendo nel voler mantenere le cose così come stanno, mettendo i bastoni tra le ruote al cugino ogni volta che cerca di migliorare la situazione.

Sembra una storia qualunque, ma in realtà non lo è.

Quando la famiglia incontra la cucina

Il rapporto che Carmy aveva col fratello si riversa tutto nella ricerca smodata, e quasi ossessiva, di rimettere in sesto il locale, cercando di andare d’accordo con lo staff.

Fin dai primi episodi si nota come il caos in cucina vada di pari passo con il caos che il nostro giovane chef sta affrontando nella sua testa.

Carmy ha anche voglia di riscatto, ha bisogno di credere in se stesso e che l’essere andato via, aver lasciato il fratello, per cercare di raggiungere il suo sogno, sia valso qualcosa.

Il duro lavoro dello chef in The Bear

Oltre ad essere molto presente il rapporto familiare, viene anche fuori il duro mondo della cucina.

Ciò che viene affrontato è lo stress e lo stato ansiogeno che il lavoro da chef a volte può provocare.
Carmy sviluppa dal punto di vista psicologico un disturbo post traumatico da stress, che lo porta a rivivere i maltrattamenti subiti quando lavorava nel migliore ristorante di New York.

In questa serie tv le parole pesano molto più dei fatti, la violenza psicologica è dietro l’angolo e la trasposizione dal punto di vista registico funziona, eccome se funziona.

Ora, sicuramente chi ha familiarità con il mondo culinario sa che può essere molto duro, e spesso ci viene mostrato soltanto il lato buono della medaglia, senza fare caso ai sacrifici e alle ripercussioni.

Immersi nella storia

Qui l’idea del regista Christopher Storer è quella di farci sentire partecipi di ciò che succede all’interno del ristorante, come se fossimo proprio lì e seguissimo le vicende dei protagonisti, attraverso riprese quasi interamente fatte con telecamera a spalla.

Non è un caso che la serie abbia dei ritmi frenetici e che si faccia fatica a stare dietro a tutto.
Anche questo fa parte di ciò che realmente accade all’interno di un ristorante mal organizzato.

L’apice tecnico e artistico di questa serie viene raggiunto nell’episodio 7 “La recensione” dove, a causa di un errore di organizzazione, il caos nel ristorante raggiunge livelli di tensione mai visti prima e assistiamo al tutto attraverso un piano sequenza che dura praticamente per tutto l’episodio.

Ad aggiungere ancora più ansia c’è anche l’aspetto sonoro, ovvero i rumori della cucina che ti ronzano costantemente nelle orecchie e che contribuiscono a creare un’atmosfera quasi invivibile.

Chiaramente questo ritmo sarebbe difficile da sostenere, come spettatori ma anche come addetti ai lavori, con episodi di un’ora circa. Ecco perché è stato scelto di fare la maggior parte degli episodi di breve durata (30 minuti circa), escluso l’ultimo che dura 47 minuti.

I personaggi

Ogni personaggio è molto ben caratterizzato ma ce ne sono due che spiccano in modo particolare: Carmy e Sidney (Ayo Edebiri).

Carmy è chiaramente il protagonista della vicenda e quindi ci si aspetta che sia caratterizzato meglio degli altri, ma la cosa non era comunque scontata.
Molto del lavoro lo fa anche l’attore Jeremy Allen White, che riesce a trasmettere ogni singola emozione del personaggio.

Non è per niente facile riuscire a rendere interessanti dei personaggi in così poco tempo e con così poche puntate, soprattutto considerando il fatto che finora le uniche serie di cucina che abbiamo visto in tv sono state Masterchef ed Hell’s Kitchen.

Ma la vera sorpresa è il personaggio di Sidney che, a mio parere, è il personaggio migliore della serie.
Compare nella storia come se dovesse essere una dei tanti comprimari, ma dopo poco tempo spicca già per carattere, intuito e spirito di iniziativa. La crescita che ha nell’arco di pochi episodi è impressionante e affascinante.

Il doppiaggio

Vorrei spendere due parole sul doppiaggio di questa serie.

Le difficoltà erano molteplici, soprattutto per i motivi che abbiamo citato sopra, uno su tutti il ritmo. Seguire degli attori che sono costantemente in movimento e in uno stato nervoso e ansiogeno è una delle cose più difficili che un doppiatore possa fare.

Devo dire che nel complesso è stato fatto un ottimo lavoro e il doppiaggio risulta credibile.

Purtroppo ho fatto molta fatica ad ascoltare Jeremy Allen White con una voce diversa da quella che aveva in Shameless e forse per questo il mio giudizio è un po’ alterato, ma ho trovato l’attuale doppiatore spesso scollato dall’attore. Ciò non significa che abbia fatto un pessimo lavoro, anzi.

Invece una menzione d’onore va alla doppiatrice di Sidney che ha fatto un lavoro a dir poco egregio sull’attrice, riuscendo a seguirla perfettamente e interpretando ogni singola battuta in modo incredibilmente naturale, quasi da non sembrare recitata.

Anche solo per assistere a questa performance vi dico che vale la pena di guardare questa serie anche in italiano.
Anche il doppiaggio è un’arte e, come tale, va rispettato.

Perché guardare The Bear?

Direi che di motivi ve ne abbiamo già dati abbastanza: storia interessante e ben strutturata, ritmi frenetici (di conseguenza niente noia), personaggi ben caratterizzati e regia perfettamente in linea con la sceneggiatura.

Inoltre, dato che gli episodi sono brevi e sono solo 8, la serie si finisce in un batter d’occhio.

The Bear è uno specchio della realtà che ci circonda, che a volte siamo troppo ciechi per vedere o troppo stupidi per volerla conoscere, ma anche della fragilità dell’essere umano e di quanto, spesso, alcuni ostacoli non si possano superare da soli.

Carmy: “Esiste una parola per quando hai paura di una cosa bella, perché pensi capiterà una cosa brutta?

Richie: “Non lo so, vita?”

The Bear – 1×06

a cura di
Francesca Graziano
Edoardo Iannantuoni

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