Iron Maiden: 14 perle oscure da riscoprire (più bonus)

Iron Maiden: 14 perle oscure da riscoprire (più bonus)
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Gli Iron Maiden hanno da poco annunciato un’unica data Italiana nel 2023. Quale occasione migliore per andare a caccia di gemme oscure del sestetto britannico?

Era nell’aria da parecchio tempo, giovedì 6 ottobre c’è stata la conferma e venerdì 7 l’inizio delle prevendite: gli Iron Maiden torneranno in Italia nel 2023 con un tour che prenderà a piene mani dal repertorio di “Somewhere In Time” e buona parte di “Shenjutsu”, ultima fatica della band britannica. In più, è praticamente certo che suoneranno dal vivo per la prima volta nella loro storia “Alexander The Great”, uno dei brani più amati dai fan e mai riproposta in sede live (il perché, è un mistero).

Gioia, gaudio, tripudio in tutti i regni di questo mondo e anche di qualche satellite a caso nell’universo. Così tanto per essere inclusivi.

Quale occasione migliore, dunque, per riscoprire qualche gemma oscura che Dickinson e soci si ostinano a non riproporre dal vivo da secoli? Ripercorrendo la discografia degli Iron Maiden fino al 2010 (“Book of Souls” e “Senjutsu” li consideriamo recentissimi), ecco quattordici perle oscure da riscoprire nel frattempo che contate i giorni che vi separano dal 15 luglio 2023.

DISCLAIMER: Non citeremo “Alexander the Great” per il semplice fatto che sarà in scaletta ed è LA canzone che la fanbase sta chiedendo da secoli (ergo, che molti conoscono).

Strange World (da “Iron Maiden”, 1980)

Appurato che il sottoscritto vorrebbe che venissero ripescati più episodi dai primi due album, appurato anche che “Transylvania” è tra le migliori strumentali create e “Prowler” una delle opener più azzeccate in generale per un disco, il tocco di malinconia onirica di “Strange World” è qualcosa che fin troppe persone dimenticano. Una gemma che all’epoca faceva capire come gli Iron Maiden fossero capaci di scrivere altro, oltre alle sfuriate della nascente New Wave Of British Heavy Metal.

Purgatory (da “Killers”, 1981)

L’ultima volta che è stata avvistata in un tour era il 1981. Sì, Dickinson l’ha cantata durante i provini e nel “tour segreto” sul finire di quello stesso anno (tappa italiana a Bologna, esistono bootleg di discreta qualità). Una delle ultime esalazioni di reminescenze punk e che, forse, nei Maiden attuali cozzerebbe in maniera incredibile. Ma noi possiamo riascoltarcela sia in studio, sia nelle registrazioni live dell’epoca con Di’Anno alla voce.

22 Acacia Avenue (da “The Number of The Beast, 1982)

Il qui presente scribacchino musicale era indeciso tra questa e “Gangland”, pezzo cui Adrian Smith è molto legato. Ma, sinceramente, “22 Acacia Avenue” è un brano incredibile che altrettanto incredibilmente i Maiden non inseriscono in scaletta da troppo tempo (ultima apparizione nel 2003).

To Tame a Land (da “Piece Of Mind”, 1983)

Ispirato al romanzo e al film “Dune”, è uno dei primi esempi concreti della volontà del bassista e fondatore Steve Harris cimentarsi in canzoni più lunghe (circa sette minuti e mezzo) e maggiormente cariche di epicità. Probabilmente è uno dei sogni bagnati dei fani assieme ad “Alexander The Great”, anche se, a differenza di quest’ultima, è stata proposta live durante il tour di “Piece of Mind” nel 1983.
Fun fact: all’inizio il brano avrebbe dovuto chiamarsi “Dune”, ma dopo aver chiesto il permesso all’agente dell’autore Frank Herbert, Steve Harris ha avuto questa risposta: “Frank Herbert doesn’t like rock bands, particularly heavy rock bands, and especially bands like Iron Maiden“.

Iron Maiden, Dune, David Lynch e l’estetica anni ’80. What else? (cit. Rosa Russo Iervolino)
Flash of the Blade (da “Powerslave, 1984)

Parte della colonna sonora di uno dei film meno riusciti di Dario Argento (ma da lui più amati), “Flash of the Blade” coniuga la potenza degli Iron Maiden al loro apice e il loro essere diretti degli esordi. Certo, l’intreccio di chitarre nella parte centale non è proprio tra le soluzioni più semplici da riproporre, ma ora, con tre chitarre, non sarebbe difficile da replicare in sede live.

Deja-Vu (da “Somewhere in Time”, 1986)

Quel pezzo strano che viene subito dopo l’intro non deve intimorire: “Deja-Vu” ha degli assi di non poco conto nella manica, soprattutto nella seconda parte. Di certo più particolare e meno scontata della celebre “Heaven Can Wait”. “Somewhere in Time” è un album con tante perle ingiustamente soffocate.

The Prophecy (da “Seventh Son of a Seventh Son”, 1988)

“Seventh Son og a Seventh Son” è un piccolo gioiello che tuttti conoscono a menadito, abbiamo dunque deliberatamente evitato di inserire una “The Clayvoriant” o una “Infinite Dreams”. Chi vi scrive ha nel cuore “Only the Good Die Young”, tuttavia “The Prohecy” possiede un’intro possente, un incedere sostenuto e soprattutto una coda finale inaspettata, con quelle chitarre acustiche che vanno a dileguarsi nel fade out.

No Prayer For The Dying (da “No Prayer For The Dying”, 1990)

Album bistrattato, il primo che ha risentito pesantemente di scelte sbagliate (utilizzare come primo singolo “Holy Smoke” fu un suicidio). Ma la title track è un buon pezzo, forse, assieme a “Tailgunner”, quello con più collegamenti al passato ma senza forzature.

Blood On The World’s Hands / The Edge Of Darkness (da “The X Factor”, 1995)

“The X Factor” è un altro album con una serie di pezzi incredibili e meno “alla Maiden classici”. Oltre a consigliarvi di recuperarlo per intero (dal vivo rende molto di più), questa mid-tempo potrebbe avere spazio anche nelle nuove setlist, vuoi per l’atmosfera, vuoi per l’andamento. Aggiungiamoci anche “Blood On The World’s Hands”, tremenendamente attuale. Forse anche di più. Anzi, facciamo così, le consigliamo entrambe.

Blaze in uno dei giorni migliori
Virus (da “Best of the Beast”, 1996)

Un gran peccato sia presente solo in un pur ottimo “Best of”, anche perché non è stata mai più ripresa. Solo il buon Blaze Bayley la inserisce di tanto in tanto in scaletta nei suoi tour da solista. Non una canzone imprescindibile, ma “strana” per quelli che sono i canoni degli Iron Maiden. Non cercate il videoclip che venne realizzato all’epoca: una delle cose peggiori mai registrate, fa venire il mal di mare.

Futureal (da “Virtual XI”, 1998)

Sì, “Virtual XI” è considerato da molti il punto più basso degli Iron Maiden, ma al suo interno ha tre o quattro pezzi che non sono per nulla male. Oltre a “The Clansman” e a “Como estais Amigos”, “Futureal” era una bella fucilata, tra le loro opener migliori e che facevano maledettamente sperare in qualcosa di buono. È stata ripresa solo nel 1999 per l'”Ed Hunter Tour” organizzato in occasione del ritorno di Bruce Dickinson al microfono e Adrian Smith alla chitarra. E rendeva dannatamente bene. Nel contesto del “Future The Past Tour” calzerebbe a pennello.

The Fallen Angel (da “Brave New World”, 2000)

Per palati grezzi, cafoni e feroci. Dritta robusta, ignorante, bella per questo. Se state leggendo e avete 15 anni, prendete una chitarra elettrica e imparatela, c’è tutto il necessario per fare imbestialire il vicino di casa che sta facendo finta di ascoltare Shubert mentre sorseggia del pessimo vino analcolico.

Pashendale (da “Dance of Death”, 2003)

Se odiate il “nuovo” stile degli Iron Maiden, ecco da dove tutto è scaturito. In verità c’erano già echi di lungaggine ed oscura epicità in “The X Factor”, ma “Pashendale” è il brano per eccellenza con una struttura abbastanza articolata. La canzone narra dell’omonima battaglia avvenuta nel 1917 nel corso della Prima Guerra Mondiale tra inglesi e tedeschi. Una battaglia insensata e che portò perdite umane e scarsissimi risultati bellici e strategici per entrambe le parti. Gli Iron Maiden sono riusciti a trasmettere tutto questo musicalmente. Magistrale, da uno degli album migliori con una delle copertine peggiori.

Brighter Than A Thousand Suns (da “A Matter of Life and Death”, 2006)

Non abbiamo inserito “For The Greatest Good of the God” per il semplice fatto che, incredibilmente, è stata inserita nella prima parte del “recente” Legacy of the Beast Tour 2018. Il brano in questione è un altro gran pezzo, uno dei primi che ha seriamente spaccato i fan: a molti il nuovo corso degli Iron Maiden non piace, ma è innegabile che qui prestazione di Dickinson e soci è molto alta.

a cura di
Andrea Mariano

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Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

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