Non solo cori da stadio: i The Amazons sono capaci, ma non si applicano

Non solo cori da stadio: i The Amazons sono capaci, ma non si applicano
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How Will I Know If Heaven Will Find Me? è il terzo album in studio dei The Amazons, uscito il 9 settembre scorso per Fiction Records e Universal Music Group.

Con il passare del tempo i The Amazons stanno acquisendo la maturità artistica che prima mancava, o che poco si percepiva. Il loro è un percorso fatto di piccoli passi che vanno sempre di più verso la giusta direzione: è un crescendo, si avvicinano, ma la strada da fare è ancora lunga.

Non ci sono dubbi sul fatto che la band di Reading ci sappia fare, i loro pezzi sono aggressivi, antemici, perfetti da cantare in coro durante i concerti: anche i brani più lenti, pur nel loro essere eccessivamente smielati, colpiscono e, a volte, emozionano.

Osannati dalla critica inglese, mantengono ancora un basso profilo nel resto del mondo, dove si presentano ai concerti spesso solo in qualità di opening act.

The Amazons – Foto dal profilo ufficiale
Cosa manca ai The Amazons?

Manca ai The Amazons quell’ingrediente segreto che li renda riconoscibili. I quattro ci provano, ma non riescono a trovare un tratto distintivo che li faccia emergere e distinguere dalle numerose band indie/alternative rock che popolano la scena musicale britannica di oggi. La loro produzione musicale è una solida raccolta di brani rock dove le chitarre sono accattivanti, ma il sound nel complesso quasi banale.

Ci avevano provato nel 2019 con Future Dust, integrando un po’ di blues per avere un suono più sporco, più sexy, ma sono stati pochi i brani davvero riusciti, perché al finale tutto l’album risultava uguale a ciò che la band aveva sempre fatto. Non male, ma si poteva fare di più.

Con How Will I Know If Heaven Will Find Me? continua la ricerca verso una sonorità che faccia da collante tra le sperimentazioni e le comfort songs: l’approccio positivo e la voglia di evolversi rimanendo però sempre se stessi, è un aspetto che va tenuto in considerazione e premiato.

Il disco

Si va verso una direzione più chiara, più orientata alla realizzazione di brani furbi e orecchiabili, con ritornelli che ti entrano in testa e non escono facilmente. La produzione è ben curata e i suoni sono più equilibrati e a fuoco rispetto agli album precedenti, ma siamo ancora lontani dal poter promuovere a pieni voti la band.

I primi due singoli usciti, Ready For Something e Bloodrush, sono i pezzi più forti del disco. Sono due brani che gridano, il primo in maniera più dura, alla Royal Blood, il secondo somiglia ad un inno (abbiamo avuto la fortuna di sentirla dal vivo agli I-Days di Milano lo scorso 9 giugno). Insomma, roba che spacca, ma si rimane sempre nel solito recinto, un po’ come con How Will I Know? e Wait For Me: belle, ma non memorabili.

Non mancano i momenti più introspettivi e le ballad, brani che solitamente la band di Reading riesce a portarsi a casa egregiamente, anche se in maniera un po’ paracula per via dei testi semplici e delle melodie orecchiabili. Northern Star è forse uno dei pezzi migliori del disco, nonostante il testo banale (e questo la dice lunga), mentre For The Night e I’m Not Ready si posizionano in fondo alla classifica. Bene There’s A Light e In The Morning, ma siamo ancora nel famoso recinto di cui parlavamo prima.

Copertina del disco
I ragazzi sono bravi, ma non si applicano

Le vere svolte di questo album sono Say It Again e One By One, che si avvicinano a sonorità più country, più americane, dando all’insieme del progetto dei momenti di freschezza e novità. Ottimi i riff di chitarra nella prima, condita da quel suono un po’ anni ’90 in stile Alanis Morissette, mentre la seconda salta all’orecchio per una disposizione completamente nuova per la band. Peccato solo che somigli un po’ troppo a Can’t Find My Way Home dei Blind Faith, almeno nella prima parte, e questo paragone può disturbare.

Si vede, nel complesso, una volontà di rinnovarsi e sperimentare nuove sonorità, cosa che giova al gruppo, ma non è sufficiente per farlo uscire ancora più allo scoperto. Non si possono fare solo cori da stadio e inni da cantare ai concerti, bisogna saper essere anche altro e i The Amazons lo sono sicuramente, solo che ancora non lo hanno capito.

a cura di
Valentina Dragone

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