Laura Pausini e il feticismo del nulla

Laura Pausini e il feticismo del nulla
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Laura Pausini, una delle artiste nazional popolari per eccellenza, ci regala un calzante spunto di riflessione sulla trasformazione da sostantivo ad attributo del termine politica e del suo accostamento al mondo della musica pop

È ormai sulla bocca di tutti il caso che vede come protagonista la cantrice della bella Italia Laura Pausini. Durante la partecipazione al programma spagnolo “El Hormiguero”, sconvolge il pubblico rifiutandosi di cantare “Bella ciao”. Si giustifica dicendo: “È una canzone molto politica e non voglio cantare canzoni politiche”. Nulla di nuovo, in linea con il suo percorso lavorativo, continua a rappresentare il pensiero di una fascia di popolazione che si fa sempre più ampia e dominante.

Prima di chiedersi se “Bella ciao” sia una canzone politica o meno, bisogna chiedersi se abbia senso la frase sopraccitata. Partiamo dalle definizioni (“Treccani”) che ci possono essere più utili: “L’attività di chi partecipa direttamente alla vita pubblica, come membro del governo, del parlamento, di un partito, di un sindacato, di un movimento, ecc.: p. militante, attiva; darsi alla p.; entrare in p.; ritirarsi dalla politica; fare p. (o, meno com., fare della politica), occuparsi di politica, svolgere attività politica; anche, trattare un argomento politicizzandolo, in modo non obiettivo.”;

“Qualsiasi argomento, fatto, questione che riguardi, più o meno direttamente, il governo e l’amministrazione di uno stato, le relazioni internazionali, l’operato dei partiti e sim., soprattutto in quanto se ne faccia oggetto di discussione e di conversazione”. Quindi, seppur apartitico, cose c’è di più politico di un canto nato come simbolo di liberazione, Resistenza e antifascismo? La libertà di un cittadino non dipende forse in gran parte dalla forma del suo stato?

Ma sono le persone a dar significato alle parole: cambia la gente, cambia la musica. Il rifiuto di cantare “Bella ciao” più che un atto fascista, è un’azione che rappresenta la tendenza dilagante all’apoliticismo che viene trattato sempre più come un pregio. Dalla “La casa di carta” in poi, il canto si è fatto canzonetta rappresentando in pieno i non-valori degli italiani degli anni ’20 del 2000. Almeno per una volta “Bella ciao” è stata preservata dal bistrattamento a cui è soggetta negli ultimi tempi.

Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce.

Lenin “Stato e rivoluzione”

Laura Pausini ha solo manifestato il vuoto ideologico che ha sempre rappresentato con i suoi pezzi. La maggior parte degli artisti pop rispecchia il pensiero del suo pubblico parlando del nulla. La popolazione italiana non ha un’adeguata preparazione storica e politica, non si sente rappresentata dalle istituzioni, non vuole schierarsi o si rifugia in idee di destra perché più semplici da capire; la cantante romagnola non è da meno. Che il danno fatto a “Bella ciao” sia reversibile o meno, occorre un pubblico con dei principi comuni per tentare di ridarle senso.

a cura di
Lucia Tamburello

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