“Maestrale”, il buon vento del Muro del Canto (l’intervista)

“Maestrale”, il buon vento del Muro del Canto (l’intervista)
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Torna una delle principali band folk rock italiane con “Maestrale”, il vento di rivalsa e rivolta del Muro del Canto che racconta la vita e le emozioni degli ultimi in continuità con i lavori precedenti del gruppo, ma con degli elementi nuovi dal punto di vista sonoro

Maestrale“, uscito il 16 giugno per FioriRari, rappresenta la congiuntura perfetta tra vecchio e nuovo. I componenti del Muro del Canto si sono sempre ben destreggiati tra tradizione e modernità, conciliando il dialetto romano con suoni d’oltreoceano. Questa volta riescono a farlo anche all’interno della loro discografia alternando tracce vicine dal punto di vista sonoro ai loro primi tre dischi (“L’Ammazzasette“, “Ancora Ridi” e “Fiore De Niente“) a tracce che strizzano l’occhio al pop rock. Già dal loro quarto e penultimo disco, “L’amore mio non more“, si evince una tendenza al cambiamento e un leggero spostamento stilistico.

Il fatto che le parti di fisarmonica siano state ridotte e che lo stile country dell’ex chitarrista Giancarlo Barbati sia stato sostituito da quello più morbido, ma altrettanto potente di Franco Pietropaoli non ha minimamente snaturato Il Muro Del Canto. In particolare, i brani “Lasciame sta‘” e “Un pugno di mosche” sono totalmente inaspettati per i fan della band, ma si incastonano perfettamente con gli altri dando un taglio innovativo al disco.

L’elemento che spicca sempre e comunque negli album della band sono i testi che non hanno nulla da invidiare a quelli grandi cantautori italiani. L’uso della lingua romana e l’associazione allo stornello hanno sicuramente limitato la popolarità del Muro del Canto che da dodici anni trasmette immagini forti e nitide smuovendo le catene di chi è stato imprigionato nei bassi fondi de sta zozza società. Abbiamo parlato proprio di questo con Alessandro Pieravanti, voce narrante e percussioni della band…

In “Maestrale” troviamo dei cambiamenti a livello artistico: tu canti in due brani, Daniele recita nell’introduzione e Alessandro abbandona per qualche pezzo la fisarmonica per dedicarsi alle tastiere. Sono state delle scelte artistiche personali ad influenzare la composizione dei brani o siete stati voi a dovervi adattare al processo creativo?

In realtà abbiamo voglia di stupire noi stessi, di cambiare determinati schemi, di provare a lavorare in maniera diversa proprio per trovare stimoli nuovi e così abbiamo fatto. Quindi anche questi cambi di postazione sono stati utili alla realizzazione di un disco che volevamo fosse innovativo rispetto agli altri, in continuità, ma comunque innovativo.

Ho notato che i pezzi incentrati su rapporti amorosi come “Lupa” o “Lasciame sta’”, ma soprattutto i brani contenuti nei dischi precedenti come “Luce mia”, “Peste e corna”, “Canzone Allagata” (per citarne qualcuno, ma ce ne sarebbero tanti altri da nominare), rimarcano quanto l’essere ultimi da un punto sociale si rifletta anche sul campo sentimentale, è giusta come osservazione?

Diciamo che ci piace esplorare le situazioni di difficoltà e sicuramente l’aspetto dell’emarginazione o comunque del dislivello sociale, di una posizione di svantaggio. È qualcosa che ci tocca particolarmente.  Allo stesso modo è inevitabile che questo abbracci anche la sfera emotiva ed emozionale. Allo stesso modo ci piace esplorare, magari perché l’abbiamo vissuto anche in prima persona, quelle che sono le dinamiche di difficoltà provate dalle relazioni personali.

Per quanto “Maestrale” sia un album all’insegna del cambiamento, i temi trattati non si discostano troppo da quelli dei vostri lavori precedenti. I testi continuano a ruotare principalmente attorno all’amore, alla morte, alla libertà o all’assenza di essa. Sembra quasi che il Muro del Canto si sia prefissato sin dall’inizio l’obiettivo di trasmettere un determinato insieme di valori, è così?

Diciamo che per noi ci sono dei pilastri a livello tematico: delle cose su cui probabilmente abbiamo sviluppato una sensibilità particolare e che vogliamo raccontare. Inevitabilmente c’è quindi un filo rosso, ci sono delle tematiche ricorrenti. È un po’ il nostro marchio di fabbrica, è l’ambientazione su cui ognuno di noi si muove. Credo che continuerà ad essere così.

In “Non si comanda il cuore” dite: “E il tempo strappa le maschere, nessuno sembra più quello che fu. La strada insegna a resistere, croce e delizia della gioventù.” Pensate che con l’avanzare dell’età si tenda a resistere meno, ad abbandonare i valori per cui si combatteva da più giovani?

No, in linea di massima non la pensiamo così. Pure noi stiamo crescendo e crediamo in una forma di resistenza sociale e personale che perdura nel tempo a prescindere dall’età. Quindi no, non ci si lascia abbattere soprattutto se si è più maturi anche anagraficamente rispetto a prima.

Passiamo a “Controvento”: “I compagni cantautori, culo e camicia coi padroni, tutti ar mare coi cappelli so l’eroi giovani e belli.” Secondo voi quanto la musica pop contribuisce a legittimare le classi dominati?

Secondo me nulla legittima le classi dominanti, soprattutto la musica. Più che altro mi sento di dire quello che facciamo noi: cerchiamo invece di legittimare (che poi si legittimano da sole) o comunque di raccontare le classi non dominanti. Non credo che l’altra musica legittimi le classi dominanti.

A tal proposito, da musicisti, nel 2022 si può fare questo lavoro rimanendo totalmente liberi o purtroppo gli artisti devono portare per forza qualche catena per poter raggiungere il pubblico?

Anche qui ti posso raccontare la nostra esperienza: noi non l’abbiamo mai fatto e ci siamo sempre fatti andare bene i nostri risultati, non abbiamo mai avuto chissà che mire. Il riconoscimento da parte del pubblico deve essere la conseguenza di quello che tu esprimi e di quanto questo viene apprezzato. Poi se qualcuno è sceso a compromessi diciamo che è un problema suo.

Passiamo alla parte visiva: nonostante “Maestrale” trasmetta delle tematiche forti e abbastanza crude avete scelto una copertina colorata e che può richiamare l’infanzia, come mai l’avete scelta? Volevate creare un contrasto?

Noi abbiamo dato delle suggestioni all’artista che l’ha realizzata che si chiama David Messina, un fumettista. Ci siamo confrontati, lui ha ascoltato il brano, ci ha proposto una serie di cose e abbiamo scelto quella che vedete. Secondo noi comunque nel disco ci sono delle note colorate, non le solite tinte scure del muro, che Davide ha accolto e le ha volute esprimere così.

a cura di
Lucia Tamburello

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