Xavier Dolan e la nostra lettera d’amore al suo cinema

Xavier Dolan e la nostra lettera d’amore al suo cinema
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Xavier Dolan, giovane regista canadese, ha all’attivo già ben otto film distribuiti nel corso di dieci anni di lavoro. Attore, montatore, sceneggiatore e produttore Dolan è un poliedrico artista in grado di raccontare la contemporaneità tramite un linguaggio nuovo, originale e profondamente emozionante. Questa è la nostra dichiarazione d’amore congiunta per il suo incredibile cinema

Spinti da un’irrefrenabile passione comune per le abilità artistiche del regista canadese Xavier Dolan abbiamo deciso di dedicare un lungo approfondimento sul suo cinema, citando alcuni dei film più belli e potenti. Dolan inizia giovanissimo la sua carriera da regista e il suo destino spesso s’incrocia con il festivaldi cinema più importante d’Europa, quello di Cannes. Nel 2014 Xavier Dolan vince il premio della giuria per il film “Mommy” con Anne Dorval, Antoine Olivier Pilon e Suzanne Clement.

Grazie a “Mommy” Dolan fa il suo ingresso nel panorama cinematografico internazionale arrivando a dirigere un film in America dal titolo “La mia vita con John F. Donovan”. Tuttavia la sua forza più grande deriva dalla capacità di saper catturare l’essenza delle sue origini e la familiarità di rapporti umani sia di amicizia che di amore. I suoi lavori non possono, però, prescindere dal background culturale e sociale di un ragazzo cresciuto negli anni ’90 a Montréal, Quebec, Canada.

Con “Mommy” abbiamo, quindi, avuto modo di venire in contatto con la sua arte ed con un cinema innovativo, pura materia grigia in mano ad un incredibile regista che ha fatto del pop un vero e proprio manifesto di espressione. Parlare di “Mommy” per entrambi è risultato un po’ complesso sia perché riteniamo di non voler aggiungere altro rispetto a ciò che è stato detto sia perché vorremo proporre alcuni film da recuperare per far conoscere meglio la sua poetica. Ecco la nostra lettera di amore e di ringraziamento per il cinema di Dolan.

“J’ai tué ma mère”

Nel 2009, a soli19 anni, Xavier Dolan distribuisce il suo film d’esordio al Festival di Cannes dal titolo “J’ai tué ma mère”, tratto da un sceneggiatura scritta quando aveva appena 16 anni.

Il film è un lavoro autobiografico rivisto in chiave mediamente espressionista e ha in sé i germi potenti e vitali di quello che sarà il cinema di Dolan e che lo identificherà come uno dei migliori registi al mondo. Il lungometraggio racconta la storia di Hubert, un ragazzo diciassettenne che vive nella periferia di Montreal insieme a sua madre da poco divorziata.

Hubert Minal è un giovane inquieto, estroso e ha una relazione segreta con il suo compagno Antonin. In seguito ad un’ultima, estenuante lite con sua madre Hubert finge con la sua professoressa Julie Cloutier che la donna sia morta. Una scelta che denota da subito la complessità del rapporto tra lui e la madre Chantal. Col tempo verrà rivelata la natura litigiosa e poco limpida della loro relazione, emblema grottesco di quell’incomunicabilità vigente tra una madre un figlio.

L’irrequietezza adolescenziale

Durante la crescita ci viene insegnato che i nostri genitori debbano essere amati incondizionatamente per il solo fatto di averci donato la vita. Dolan decostruisce l’idea di un amore senza confini tra madre e figlio mostrando un protagonista, Hubert, in evidente constrasto con la stessa, così infuriato con lei da immaginarne la morte. Un’idea, questa, da cui trae vero e proprio compiacimento.

Tra Huber e sua madre Chantal intercorrono, forse, troppe differenze generazionali così come identità sessuali antitetiche. Hubert ha in sé il fuoco ardente dell’adolescenza che lo trascina in una serie di errori urlati, amori travolgenti e controversi. Incolpa sua madre di privarlo della libertà che merita e di sentirsi completamente incatenato tra le reti della sua autorità.

Tuttavia, il bisogno di amore e di comprensione proprio ad ogni adolescente si dimostra nel suo tentativo di sostituire la figura materna con quella dell’insegnante Julie Cloutier. Questa necessità di tenerezza si combina ben presto ad un senso di frustrazione misto a colpa per non essere in grado, lui stesso, di ricucire ed intessere un rapporto sereno con Chantal.

La relazione tra i due si compromette maggiormente quando i genitori di Hubert prendono la decisione di mandarlo in collegio per separarlo dal suo ragazzo, a causa della quale cadrà in un vortice di autocommiserazione. Nei progetti di Dolan amore e odio, contrasto e accettazione, comprensione e rifiuto sono da sempre due facce della stessa medaglia. Il regista rende visivamente il conflitto che ne discende grazie ad una regia capace di alternare attimi di concitata tensione ad altri più riflessivi e lenti.

Anne Dorval e Xavier Dolan in “J’ai tué ma mère” (Fonte: Pinterest)
Le radici della sua estetica

“J’ai tué ma mère” ha una narrazione che procede per momenti salienti i quali scoraggiano un flusso di racconto lineare. Gli eventi più importanti sono messi in scena come fossero scatti d’ira, sequenze destabilizzanti di rabbia gridata. Tali scene, appunto, rappresentano la vera essenza del modo di far cinema del regista canadese.

Il mezzo cinematografico ha in sè una vasta gamma di strumenti linguistici utili a veicolare un’idea. In questo caso musica, montaggio, riprese contribuiscono a trasmettere un concetto cardine dei suoi progetti e che continueremo a trattare nel corso dell’articolo, ovvero l’incomunicabilità.

È nel suo primo film che nasce e si sviluppa la sua “estetica da videoclip”, in cui le scene oltrepassano i confini dello schermo per creare un’ immensa esplosione dell’immaginazione. Le tecniche stilistiche dello slow-motion e del time lapse in connessione con la soundtrack di riferimento concorrono a costruire non solo elementi narrativi coerenti ed originali rispetto alla storia, ma fanno parte di una vera e propria dichiarazione di poetica da parte del regista.

Come un artista Dolan tinge la sua tela – schermo con schizzi frenetici, affidandosi al potere sensoriale della musica e a quello concettuale del montaggio. In “J’ai tué ma mère” ripercorre confuso la storia della sua vita riuscendo a guardarsi dall’esterno, da un punto lontano. Il film d’esordio è questo: un dolceamaro dipinto musicale di un giovane alla ricerca della propria identità. Un’identità che inevitabilmente passa dal riconoscimento materno per quanto questo possa essere difficile e doloroso.

Hubert, forse, siamo noi

Amare qualcuno così tanto profondamente, come accade forse con chi ci ha “generati” significa, spesso, riuscire anche a disprezzarlo. Soprattutto se si tratta di una madre che, in quanto figura autoritaria, ritrae il vero impedimento verso la nostra realizzazione personale.

Nonostante l’ambigua radice della relazione madre-figlio narrata in “J’ai tué ma mère”, ognuno di noi può in parte riconoscersi in quel desiderio vitale di autoaffermazione di Hubert, spesso, soffocato da un genitore opprimente come Chantal. Ma in che modo si può rappresentare un sentimento così ingarbugliato attraverso il cinema? Le immagini oniriche e realiste, intense o, talvolta, volutamente monotone di Xavier Dolan sono per noi un magnifico esempio della sua valida espressione artistica.

“Tom à la ferme”

Tom à la ferme“, quarto film da regista di Xavier Dolan, è un’altra tappa interessante della sua giovane ma strabiliante carriera. Il film, girato dall’allora ventiquattrenne canadese, venne presentato alla settantesima edizione del Festival del Cinema di Venezia nel 2013.

Dopo il folgorante esordio di “J’ai tué ma mère” (2009), l’ironico “Gli amori immaginari” (2010) e l’emozionante “Laurence Anyways” (2012), Xavier Dolan sorprende ancora e, per la sua quarta fatica, sceglie di misurarsi con l’adattamento cinematografico dell’omonima pièce teatrale di Michel Marc Bouchard.

Tom (Xavier Dolan), giovane copywriter di Montréal, si reca nel paesino del suo ex compagno Guillame, per prendere parte al funerale di quest’ultimo, morto a causa di un incidente di natura sconosciuta. Una volta arrivato a destinazione viene accolto dall’enigmatica mamma di Guillame, Agathe (Lise Roy), e dal burbero fratello maggiore Francis (Pierre-Yves Cardinal), intenzionato a tenere nascosta alla madre l’omosessualità del defunto fratello.

Tra Tom e il fratello di Guillame si instaura una relazione morbosa, resa pericolosa dal temperamento di Francis. All’inizio, dopo i primi comportamenti violenti, subiti nel bagno della chiesa e in casa, Tom prova ad allontanarsi dalla fattoria di Agathe e Francis, ma si troverà coinvolto in un complesso rapporto di sottomissione con quest’ultimo.

Un teatro di bugie

Con “Tom à la ferme“, Dolan porta nuovamente sullo schermo una tematica a lui molto cara, quella dell’amore. In “J’ai tué ma mère” assistiamo a un rapporto d’amore burrascoso tra madre e figlio; con “Gli amori immaginari” il sentimento diventa terreno di scontro tra due amici per conquistare la mano dello stesso ragazzo; in “Laurence Anyways“, invece, la libertà di essere sé stessi e di accettarsi diventa la forma d’amore più bella che esista.

Con questo quarto film, invece, Dolan porta lo stesso tema su un altro piano, quello della bugia e dell’ossessione. Quando giunge nel paesino del suo ex compagno, Tom si scontra con un’atmosfera di tensione e menzogne. Agathe non è mai stata a conoscenza dell’omosessualità di Guillame, a differenza del fratello Francis, che non ha mai svelato la verità alla madre, permettendole così di preservare l’immagine “perfetta” del figlio defunto.

A causa di questo pesante clima, Tom non riesce nemmeno a pronunciare il suo discorso in onore di Guillame durante il funerale, minacciato la sera precedente da Francis. Vessato nuovamente dal fratello della vittima, Tom è costretto a rimanere al fianco della famiglia, lavorando alla fattoria e continuando a mentire sulla vita e sul passato di Guillame.

Tom e Francis

Dolan mette ancora una volta in scena personaggi affascinanti, enigmatici e di grande impatto. L’attenzione è senza dubbio catalizzata dalle due figure maschili, Tom e Francis, e dal loro ambiguo rapporto. Sebbene il protagonista venga costantemente maltrattato dal violento Francis, nutre comunque una certa attrazione nei suoi confronti. Un legame insolito e criptico, esplicato magnificamente nella bellissima scena di ballo tra i due.

Francis risulta il personaggio più complesso e sfaccettato di tutta la pellicola. È rozzo, brutale e crudele. Sembra non essere mai stato in grado di tollerare l’identità sessuale di Guillame e, forse proprio per questa ragione, mette in scena un teatrino di bugie al fine di proteggere la madre da una verità che potrebbe sconvolgerla. Sevizia Tom, lo costringe a mentire, a reprimere i sentimenti, a celare quelle verità che potrebbero “macchiare” il ricordo del fratello.

Sebbene sfoggi una certa sicurezza nelle proprie azioni, presentandosi come un maschio deciso, violento e virile, Francis sembra, però, non essere mai stato davvero onesto con sé stesso circa le sue preferenze sessuali. Picchia Tom, ma poi lo porta fuori per ubriacarsi insieme. Obbliga il protagonista a mantenere il silenzio sull’orientamento sessuale del defunto fratello, ma poi condivide con lui un intimo tango.

Xavier Dolan e Pierre-Yves Cardinal in “Tom à la ferme” (Fonte: Imdb)
Il contatto con la realtà

Tra i due si instaura un rapporto di dipendenza: è come se cercassero di proiettare l’uno sull’altro la loro personale immagine di Guillame. Una relazione malsana, che travia completamente l’esistenza di Tom, incastrato in una nuova vita familiare anomala, falsa e surreale, che lo porta a diventare una marionetta di quella stessa messinscena dalla quale ha cercato più volte di fuggire.

Per risvegliarlo da questo stato di torpore sarà fondamentale l’entrata in scena di Sarah (Evelyn Brochu), quella che Francis ha sempre fatto credere alla madre fosse la fidanzata di Guillame. Svegliata in piena notte da una telefonata di Tom, Sarah si precipita alla fattoria e trova davanti a sé una realtà fatta di ossessioni e violenze. Ancora libera dalla prigione mentale in cui adesso si trova confinato Tom, riuscirà a scuotere l’amico, riportandolo a prendere contatto con la realtà.

La svolta thriller

Xavier Dolan, con “Tom à la ferme“, spiazza ancora una volta pubblico e critica. Ogni pellicola del regista di Montréal rivela una capacità artistica sorprendente e sconfinata. Non cade mai nella ripetizione o nella banalità, ma si evolve ogni volta. Muta la forma del proprio racconto, senza mai tradire la potenza e l’incisività del contenuto delle sue opere.

Tom à la ferme” evidenzia proprio questa caratteristica. Dolan si misura per la prima volta con un film che assume quasi i connotati di un thriller dai tratti hitchcockiani. Un’ottima regia alterna campi lunghi e inquadrature aeree a primi e primissimi piani sui volti degli attori, e gioca con i formati (elemento che riprenderà nel successivo “Mommy“), evidenziando, a discapito della giovane età, una maturità e una consapevolezza stilistica e tematica più uniche che rare, degne di un vero e proprio enfant prodige.

“È solo la fine del mondo”

È il 2014 quando Xavier Dolan presenta al Festival di Cannes il bellissimo “Mommy“. Enormemente apprezzato dalla critica, Dolan si aggiudica il Premio della giuria, consacrandosi definitivamente come uno dei registi più affascinanti, moderni e spiazzanti del panorama mondiale.

Appena due anni più tardi è nuovamente a Cannes. Questa volta presenta al Festival il suo sesto film da regista, “È solo la fine del mondo“, basato sull’opera teatrale di Jean-Luc Lagarce e condito da un cast stellare: Nathalie Baye, Gaspard Ulliel, Lea Seydoux, Vincent Cassell e Marion Cotillard.

Xavier Dolan si aggiudica il Gran premio della giuria, ma la pellicola non viene particolarmente apprezzata dalla critica che, facendo un confronto con l’intera filmografia del regista, ha addirittura il coraggio di parlare di “film minore”. La maggior parte dei critici non riuscì a cogliere, all’epoca, la potenza di quest’opera, che confermava ancora una volta l’abilità camaleontica dell’allora appena ventisettenne Xavier Dolan.

Con “È solo la fine del mondo” ci troviamo di fronte probabilmente alla sua opera più matura. Un manifesto dell’incomunicabilità familiare, straziante, ipnotico e drammatico. Xavier Dolan si mette al timone di un progetto tanto ambizioso quanto complesso, riuscendo a realizzare quello che personalmente, ancora oggi, considero il suo vero e proprio capolavoro.

Un innocuo ritorno a casa

Louis (il compianto Gaspard Ulliel), drammaturgo di successo, manca da casa da dodici anni. Lasciò la famiglia per seguire i propri sogni e, per tutto questo tempo, non si è mai voltato indietro. Adesso, però, decide di far ritorno a casa, per comunicare a tutti la sua malattia. Ad aspettarlo trova la madre (Nathalie Baye), la quasi sconosciuta sorella Suzanne (Léa Seydoux), il fratello Antoine (Vincent Cassel) e la cognata Catherine (Marion Cotillard). Riuscirà Louis a dare la triste notizia?

È solo la fine del mondo” (Fonte: Imdb)

La trama è tutta qui. Un ritorno a casa e un pranzo in famiglia. Niente di più semplice ma, allo stesso tempo, niente di più complesso. Louis fa ritorno in quei luoghi dai quali era scappato, voltando le spalle alla sua grigia esistenza nella speranza di poter abbracciare una vita nuova, colorata e piena di successo. Nel corso degli anni ha sempre inviato delle cartoline a casa, non dimenticandosi mai delle date importanti, però non è mai stato presente.

Domande senza risposta

La maggior parte delle notizie sulla sua vita giungono alla famiglia dai tanti articoli di giornale che ne esaltano l’enorme talento. Ritagli che la sorella, nel corso degli anni, ha conservato e attaccato alle pareti della propria camera, nel tentativo di conoscere quel fratello perduto che la lasciò con il difficile compito di rimettere insieme i pezzi di un puzzle dei ricordi privo di immagini. Chi è davvero mio fratello? Perché se n’è andato senza un saluto? Perché adesso ripiomba nelle nostre vite?

Domande senza risposta che abitano anche la mente della madre e del fratello. La prima riaccoglie il figlio con un’ingenua felicità, come se sperasse di riavvolgere il nastro della vita, riassaporando così un passato felice e sereno, e cercando di sanare quelle ferite familiari ancora aperte. Sono trascorsi dodici anni, ma la madre è disposta ad abbracciare nuovamente un figlio che non ha mai compreso fino in fondo, ma al quale vuole un bene dell’anima.

Il fratello, invece, riceve il sangue del suo sangue con rabbia e rancore. Ogni parola pronunciata da Louis suona come una bugia alle orecchie di Antoine, un futile tentativo di riempire il vuoto tra di loro. Dodici anni senza mai farsi vedere, e adesso un pranzo tutti insieme. Perché? Un pranzo può cancellare le mancate spiegazioni?

In questo vortice di dissapori, parole non dette, scontri e confronti emerge una timida voce, quella di Catherine, moglie di Antoine e cognata di Louis. Anche per lei, come per la sorella Suzanne, si tratta di un primo incontro. A differenza di Antoine, però, Catherine cerca gli sguardi di Louis, nel disperato tentativo di conoscerlo e di comprendere il motivo della sua visita. Chi è Louis? Cosa nascondono i suoi occhi? Cosa raccontano i suoi silenzi?

Tra rancori, ricordi e silenziosi addii

Louis è una presenza taciturna nella casa di famiglia. Silenzioso era stato il suo addio e altrettanto lo è il suo ritorno. Il figliol prodigo si aggira per la casa come un fantasma. Si imbatte nelle sue vecchie cose raccolte in una stanza, riassapora vecchi sentimenti ed emozioni, rievoca i ricordi, come quello che scaturisce dal contatto con un polveroso materasso, dove Louis, molti anni prima, aveva fatto l’amore con un giovane ragazzo.

I ricordi, però, non sono sempre positivi e il confronto con il passato è inevitabile. Le domande, la rabbia e il livore dei vari membri della famiglia sono pienamente giustificati e, se possibile, vengono ulteriormente ingigantiti dall’atteggiamento remissivo e passivo di Louis che, come afferma la madre, non riesce mai a dare risposte più lunghe di tre parole.

Eccolo allora quel vortice a cui facevo riferimento precedentemente, pieno di rancori e ferite ancora aperte. Noi, in quanto spettatori, ci troviamo dentro a quel vortice e non possiamo fare altro che aspettare, inermi e impotenti, la deflagrazione di quella bomba a orologeria che ha iniziato a ticchettare dall’esatto momento in cui Louis ha rimesso piede in casa.

Dolan riesce egregiamente a costruire una tensione costante, che non fa altro che crescere fino a culminare in un finale straziante e doloroso, che lascia sgomenti.

Incomunicabilità

Come accennato in precedenza, il tema cardine della pellicola è l’incomunicabilità. Nessuno è disposto ad ascoltare. Tutti si vomitano addosso sentenze, risentimenti e paure, urlando, piangendo e maledicendo quell’insignificante e destabilizzante pranzo in famiglia. Louis non riesce a spiegare il motivo della sua presenza, spaventato da come la sua famiglia potrebbe reagire.  

Qualcosa lo frena, come se si fosse scontrato contro un muro di incomprensioni troppo alto e resistente per poter essere abbattuto. Nessuno sembra davvero vedere la sofferenza di Louis. Il fratello è accecato dal dolore, la sorella dal bisogno di recuperare il tempo perduto, la madre dall’incapacità di comprendere il figlio. Solo la cognata sembra in grado di tradurre quei silenzi, di interpretare quegli sguardi vuoti e persi nel nulla.

Intuizioni e congetture messe a tacere sul nascere da un indice portato all’altezza della bocca, azione chiara ed esplicativa, forse l’unica di Louis nel corso di tutto il film. Quasi a sottolineare come, forse, non ne valga davvero la pena rendere nota questa notizia, turbare un ambiente familiare già in subbuglio e ancora dilaniato dagli eventi del passato.

Il capolavoro di Dolan

Xavier Dolan è, ancora una volta, un maestro nel mettere in scena personaggi complessi e sfaccettati, capaci di veicolare uno spettro infinito di emozioni. Tutti i protagonisti di questo straordinario e (inizialmente) incompreso film fanno vivere sulla nostra pelle la drammaticità delle loro azioni, la tragicità della loro incomunicabilità.

Il tutto condito da una regia meravigliosa e claustrofobica, con una macchina da presa sempre vicinissima ai volti dei personaggi, in grado di esaltare la performance di un cast in stato di grazia. È un film fatto di primi piani, di volti e sguardi criptici, di legami familiari logori e spezzati, dove ciascuno si sbraita contro, accusando, rimproverando e sentenziando.

È solo la fine del mondo” non è affatto un “film minore”, è puro Cinema. Per questo motivo è, di gran lunga, il mio film preferito di questo grandissimo autore canadese, che tutti dovrebbero conoscere.

“Matthias & Maxime”

Matthias & Maxime” è l’ultimo film del regista franco – canadese. Reduce dal flop hollywoodiano, avevo il timore che la sua ultima fatica potesse rappresentare la fine degli anni di gloria. Invece, “Matthias & Maxime” è un bel film. Dolan riporta la sua arte a casa, in Canada. E lo fa con gli attori di sempre, con le tematiche che hanno caratterizzato tutti i suoi lavori.

L’estetica dei suoi film diventa nuovamente riconoscibile e ancora una volta capisco perché io ami Xavier Dolan. Perché lui ama il cinema. Ama il montaggio, ama giocare con la musica facendola diventare, talvolta, il personaggio principale delle sue storie. Tuttavia, nonostante il senso di familiarità dato dal film, Dolan è stato comunque capace di reiventarsi mettendo in scena un’altra complessa e delicata storia d’amore.

Trama

A causa di una scommessa persa i due amici di infanzia Matthias e Maxime sono costretti a partecipare in veste di attori ad un cortometraggio di un’amica. Il film, però, prevede che i due si bacino appassionatamente. Nonostante la riluttanza iniziale Matthias e Maxime accettano. Dopo il bacio inizieranno a riaffiorare tra loro inediti sentimenti che metteranno in dubbio la vera natura del loro rapporto.

L’equilibrio dei due giovani, quel sottile filo di certezze su cui si è basata la loro esistenza fino a quel momento, inizia a rompersi lasciando gli amici nudi l’uno di fronte all’altro. Un bacio riluttante e forzato riporta a galla il reciproco affetto fatto da una condivisione di sofferenze comuni. I due, però, hanno dei background culturali e sociali molto diversi.

Maxime è, infatti, un giovane avvocato la cui solidità familiare e amorosa non bastano ad evitare inquietudini esistenziali. Matthias, di contro, è un cameriere che ha deciso di trasferirsi in Australia per provare a migliorare il suo status ma in verità scappa da un’infanzia negata e da una madre tossicodipendente ed alcolizzata.

I due amici, così diversi, hanno trovato un punto di incontro nel tempo, un piccolo spazio comune in cui rifugiarsi. Un luogo angusto, questo, divenuto sempre più grande e confortevole fino a quando quel bacio fortuito ha interrotto il rapporto più puro della loro vita.

Eppure, il primo contatto fisico tra Matthias e Maxime che, nel corso del film, allontanerà i due funge da monito per un successivo ed inevitabile avvicinamento emotivo. Un terreno in cui gli amici possono giocare a carte scoperte per capire l’enigmaticità del loro amore.

Gabriel D’Almeida Freitas e Xavier Dolan in “Matthias & Maxime
Qual prima bacio negato dallo sguardo della camera

Seduti sul divano, Matthias e Maxime aspettano che il loro bacio possa essere catturato dalla telecamera e tornare, finalmente, alla serata tra amici. Stufi e scocciati dalla scommessa persa sono forzati ad unirsi non comprendendo le ragioni concettuali della presenza di quel bacio nel film.

È arrivato il momento e mentre i due si avvicinano timidamente l’uno verso l’altro a dividerli c’è solo l’ombra della videocamera e il contrasto dei colori delle magliette che hanno indosso. Dolan decide di escludere il pubblico dalla scena del bacio. A quest’ultimo, infatti, è preclusa la possibilità di comprendere la vera origine della relazione, di conoscere nei dettagli la risposta fisica ad un contatto temuto ma forse celatamente desiderato. Quello che gli spettatori, invece, vedono è il risultato di questo casuale incontro, il peso emotivo che il bacio assume nella quotidianità con lo scorrere del film.

Matthias e Maxime continueranno le loro vite apparentemente ignari della portata sconvolgente della scena appena girata. L’uno prosegue i suoi preparativi per l’Australia mentre si destreggia a fatica con un madre complessa. L’altro, Maxime, porta avanti la relazione con la sua ragazza in una stabilità illusoria così come pare simulata la carriera di avvocato, “naturale” proseguo del lavoro di suo padre.

I due amici, nel profondo, mettono in discussione tutte le loro scelte ma provano con difficoltà a fingere una normalità con gli amici e con le famiglie. Nei gesti, nelle microespressioni dei loro occhi, nella stanchezza dei loro fisici risiede il desiderio insopportabile che hanno l’uno dell’altro, la voglia di continuare a conoscere i loro corpi, ad indagarli anche quando il mondo attorno continua ad andare avanti.

Il cinema di Dolan vive nel bacio tra Matthias & Maxime

Soli in una stanza abbandonata mentre i compagni si sballano e si divertono, dopo essere stati lontani a lungo, Matthias e Maxime si guardano negli occhi. Dolan mostra finalmente il tanto agognato contatto tra i due dirigendo magistralmente la sequenza del nuovo bacio, questa volta davvero bramato. Nella scena di sotto descritta si esprime tutta la poetica del regista.

Maxime accarezza e bacia l’enorme voglia sul viso di Mtthias, segno della sua diversità. La macchina da presa indaga con primi piani asfissianti il tocco delle loro labbra, una passione che si sta consumando di nascosto da tutti gli altri, un amore che seppur traballante è puro ed autentico. I due si muovono ora timidi ora impazienti di conoscersi di più ma nel frattempo al di fuori scoppia un temporale. Da un punto di vista narrativo questo simboleggia la tempesta in atto nei cuori dei due protagonisti.

I due giovani amanti continuano ad esplorarsi come fossero soli al mondo fino quando la macchina da presa riprende i loro amici mentre frettolosamente ritirano i panni appesi per salvarli dalla pioggia. Una lenta carrellata laterale riporta lo sguardo su Matthias e Maxime, sull’esibizione impacciata del reciproco desiderio e la canzone “Song for Zula” dei Posphorescent risuona con intensità durante tutta la sequenza.

La vita, l’amore e le relazioni, però, come da sempre ci ha insegnato Dolan tramite i suoi film non sono a senso unico e non si risolvono in pochi attimi di passione. La strada verso la consapevolezza di sé è tortuosa, intricata e mai davvero risoluta. Per questo Matthias e Maxime prima di conoscere l’altro per davvero devono comprendere sé stessi. Basta questo bacio a renderli felici?

L’estetica, la musica e la precarietà

Il film “Matthias & Maxime” si dice sia un timido ritorno ad un cinema familiare in cui Dolan riprende i temi a lui cari come ricerca dell’identità sessuale, il rapporto conflittuale con la figura materna e il costante senso di precarietà che caratterizza la vita di ognuno. È vero, il regista sembra non staccarsi mai dal suo tormentato passato come se domande poste in gioventù non avessero ancora trovato risposta ma hanno ancora bisogno di essere analizzate ed indagate.

Matthias vive incerto un’esistenza fatta di privazioni economiche ed affettive e quella grande voglia sul volto non è altro che il marchio indelebile di un passato difficile e un futuro indeciso. La sicurezza economica e amorosa di Maxime, invece, è solo una facciata fittizia rispetto al tumultuoso viaggio all’interno dell’anima che sta per affrontare in seguito all’incontro – scontro con Matthias. 

Le certezze, invece, Dolan le consegna al pubblico grazie ad una regia sempre fedele a sé stessa ma capace di rinnovarsi film dopo film. Come Mathias e Maxime ho studiato la natura del mio amore nei confronti del suo cinema. Perché non smetto di vedere le sue scene e perché queste mi toccano nel profondo?

La risposta, purtroppo, è troppo difficile per poter essere formulata in qualche riga. Com’è possibile descrivere coerentemente le reazioni ad immagini così potenti come quelle che regala l’arte di Dolan? Ciò che è visibile, però, è che Dolan è in grado di manipolare le inquadrature e di creare un’ altra immagine invece che banalmente restituirla così com’è.

E questo grazie alla sua capacità di sfruttare il mezzo di cinematografico supportato dalla musica, il vero filo conduttore di una produzione cinematografica plastica e perfettamente armonica. Nella musica si trova un inaspettato conforto, una consolazione di verità nell’inadeguatezza dilagante.

Dolan, non smettere mai

Alla luce di quanto qui di seguito esposto, facciamo un appello. Anche se sta crescendo, se forse non è più l’enfant prodige di cui tutti hanno parlato in passato e se riprende, spesso, tematiche già affrontate, Dolan, per favore non smettere mai. Non farlo perché abbiamo ancora bisogno di pensare che il cinema sia il rifugio dell’anima, il luogo sicuro dove nascondersi quando attorno il mondo sta crollando.

I dialoghi convulsi e agitati tra i personaggi di “Matthias&Maxime”, i silenzi dubbiosi dei due protagonisti, gli occhi spenti di una madre e il tratto indeciso della voglia sul viso di Matthias sono il motivo per il quale continuare a vedere e godere della sua arte. Perché nonostante le imperfezioni, ci sono alcune incredibili sequenze che vi faranno affermare, dopo aver visto uno dei suoi film: “è questo il cinema di cui abbiamo ancora bisogno”.

a cura di
Noemi Didonna e
Alessandro Michelozzi

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