Wallie: quando musica e fumetto camminano nella stessa direzione 

Wallie: quando musica e fumetto camminano nella stessa direzione 
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Walter Petrone, meglio conosciuto come Wallie, è un fumettista italiano, classe 1995, nato in provincia di Napoli ma ormai perfettamente integratosi con i “regaz” di Bologna, città dove attualmente vive e lavora. Grazie al suo stile diretto, introspettivo ed ironico è riuscito a costruirsi un seguito su Instagram di oltre 155mila followers. Nel 2021 ha pubblicato la sua terza graphic novel, in collaborazione con Feltrinelli Comics: Uova di lucertola. Ha anche una grande passione per la musica e le illustrazioni animate; non è quindi un caso che sia arrivato a collaborare con Caparezza. 

Grazie alla sua concezione del fumetto come vera e propria terapia emotiva, Wallie si presenta un po’ come un “anti-eroe” nel panorama fumettistico italiano. È in grado di dare voce, forma e colore a tutte quelle incertezze e a quelle debolezze tipiche della quotidianità di ciascuno, e che vengono vissute quasi come una vera e propria messa in stato d’accusa da parte dei più giovani. Ma la forza espressiva di Walter nasce proprio da questo: da una crepa interiore che può trasformarsi in un inaspettato punto di forza.

È la sua stessa emotività, ed interiorità, ad essere messa su carta. Le sue paranoie e le sue sensazioni costituiscono la linfa delle sue strisce, periodicamente pubblicate sui social, e contribuiscono a creare un canale comunicativo autentico con chi lo segue, dando anche degli spunti per tentare di razionalizzare degli stati emotivi che spesso hanno radici profondissime. 

Durante il mese di maggio, Wallie è stato ospite, insieme a svariati autori di notevole impatto, della terza edizione del Catania Book Festival, un evento dedicato al libro ed alla cultura a 360 gradi, e lì abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare un po’ con lui.

Wallie
Wallie al Catania Book Festival
Ciao Wallie, quando e come hai iniziato a vedere il fumetto come un pretesto per dar voce alle tue paranoie ed alla tua interiorità?  

Io ho sempre disegnato i fumetti. Da piccolo, ad esempio, mi piaceva molto Dragon Ball: quindi “mazzate” e cose così. Poi questa cosa è cambiata. Le prime vignette su Instagram erano delle illustrazioni con frasi romantiche poi, ad un certo punto, ho avuto una storia d’amore piuttosto turbolenta; così ho voluto scrivere una striscia, da dare in pasto a tutti, proprio su questa cosa. Non pensavo che potesse funzionare, nella mia testa è più facile parlare di un amore universale anziché di qualcosa che riguardi specificatamente solo te. Invece, ho scoperto che parlare di sé stessi è un po’ come parlare di ognuno, tutti proviamo più o meno le stesse sensazioni. Con questa prima vignetta ho avuto un riscontro di pubblico molto positivo e soprattutto un riscontro personale molto forte. Tutto ciò mi ha creato qualcosa di incredibile, e il boost finale è stato dopo aver letto Zerocalcare. Ho pensato: “voglio parlare dei fatti miei”.

Lo stile di disegno e la sua continua evoluzione costituiscono un po’ la cifra di ogni autore. Come hai trovato il tuo?

Il modo di disegnare di ciascuno è un assemblaggio di cose e stili che hai visto. Prima ti parlavo dei disegni che facevo quando ero bambino: guardando Naruto, o tornando a parlare di Dragon Ball, sapevo poi disegnare gli occhi, ad esempio, con lo stile di Akira Toriyama. Poi ho cambiato, ho cominciato a leggere Diabolik e così ho iniziato a disegnare un po’ come Palumbo, magari un suo elemento lo univo ad altro. Mi sono poi appassionato alle illustrazioni, e così ad Andrea Pazienza e poi a Robert Crumb…e ancora un sacco di influenze che mischiate insieme, unite principalmente dalla rapidità con cui riesci a realizzare qualcosa, creano un mix per il quale viene fuori uno stile che poi è in continua evoluzione, e tende a cambiare sempre. Al pubblico però tutto ciò non risulta così scontato così come potrebbe essere per noi disegnatori.

Prima tu hai detto una parola magica, “Instagram”, che rimanda a qualcosa, perché sia tu, che altri artisti( come ad esempio Giulio Mosca, Mattia Labadessa o Giovanni Esposito) utilizzate le stories per creare una community. Quanto è utile secondo te questa cosa, e quanto ti influenza, anche nel lavoro stesso, il contatto con il tuo pubblico? 

Mi influenza parecchio, in realtà, perché il pubblico è quello che decide quanto vale il tuo lavoro, ed è anche quello che poi ti fa rimbalzare addosso l’affetto che tu a tua volta diffondi. Si crea questa specie di transfert emotivo per il quale c’è empatia, ci si riesce a capire, e ti trasmette una scarica di adrenalina ogni volta che premi “pubblica” su Instagram e ricevi un feedback. Nella maggior parte dei casi, la sensazione che provi è “ok, non sono l’unico, ci sono altri pazzi come me lì fuori”. E le prime volte, il pensiero che avevo era: “uà, ma dove eravate stati finora? Perché non vi siete palesati prima?” 

Partendo ancora da Instagram, i tuoi reels hanno un enorme successo, grazie alla tua capacità di creare delle animazioni in base alla musica, al ritmo e al testo di una canzone. Da ultimo, proprio per questo motivo, hai lavorato con Caparezza animando l’intero video di “Campione dei Novanta”. Come è nata questa collaborazione? 

Praticamente esiste questo personaggio che si chiama “Jambo” (lo chiameremo così per lasciarlo anonimo). E’ un mio amico che si prodiga per un sacco di artisti; produce video musicali, e segue principalmente Lodo Guenzi. Per qualche motivo, conosce svariati personaggi famosi. Un giorno gli ho scritto: “Uà guarda, ho fatto ‘sto video di Caparezza”. Ero in fissa con il suo nuovo album, mi avevano colpito moltissimo gli ultimi 30 secondi de Il mondo dopo Lewis Carroll, e così gli ho mandato quel video, dato che spesso si è interessato all’evoluzione del mio stile. Fra i tanti numeri di personaggi famosi che aveva c’era anche quello di Caparezza, che è una cosa inarrivabile, e gli ha mandato il video su WhatsApp. Il giorno dopo ho ricevuto una chiamata in diretta proprio da Caparezza, ho iniziato a saltare come un pazzo, che mi ha detto di voler fare un video con la mia collaborazione. 

Come è stato lavorare con Caparezza? 

È stato molto bello, ogni tanto ci parlo per chiedergli consigli su libri o cose artistiche, lui è una persona molto aperta, con una preparazione culturale immensa. L’ultima volta che ci siamo sentiti abbiamo discusso di street art, l’unico argomento in cui, forse, io so un pochino più di lui. Per tutto il resto è praticamente un pozzo di sapienza da cui attingere. È molto sensibile rispetto agli artisti, alle tematiche legate all’arte e alla libertà espressiva, mi ha infatti lasciato libero di esprimermi come volevo, anche se di base ci eravamo già capiti. L’idea che avevo per il video era praticamente la stessa che aveva lui, ci siamo trovati bene e sentiti praticamente ogni giorno: io gli dicevo ad esempio di mandarmi video in cui faceva una determinata cosa, perché mi servivano delle pose per le animazioni. Poi è stato veramente un piacere perché è bravissimo e incredibilmente rispettoso degli artisti, una persona attenta. 

Ti lascio con un’ultima domanda: secondo te quanto è importante che ci sia una commistione tra la musica e l’immagine, e che ad un certo impatto visivo si ricolleghi poi una melodia o un suono? 

Guarda, io sono cresciuto con i video di MTV, quindi ho da sempre voluto provare a creare un video musicale, è qualcosa che mi ha sempre affascinato un sacco. Sono due forme espressive diverse, che possono viaggiare separatamente, ma che se si uniscono creano una combo incredibile. Non è un caso che le canzoni immesse nel mercato abbiano spesso in accompagnamento un video-clip, oppure, che so, nei film, per sottolineare un momento di tensione, c’è una colonna sonora senza la quale la scena perderebbe probabilmente ogni significato. Quindi sono due cose che viaggiano parallelamente, ma che si intersecano alla perfezione. Che poi, ci sarebbe anche molto da indagare su questa cosa. E’ proprio un fatto atavico…non so, mi viene da pensare agli uomini della preistoria, che dipingevano sulle pareti e al ritmo delle percussioni, che sono praticamente sempre state utilizzate. Penso quindi che sia qualcosa di connaturato all’uomo, di insito in noi, e che abbiamo iniziato ad utilizzare per comunicare. Prima, magari, solo attraverso il suono poi, a questo, abbiamo affiancato la comunicazione visiva.  

a cura di
Nora Nicotra

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