“Belle”, il nuovo film di Mamoru Hosoda, è una bellissima favola hi-tech

“Belle”, il nuovo film di Mamoru Hosoda, è una bellissima favola hi-tech
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Nel luglio 2021 Belle presenzia alla 74ª edizione del Festival di Cannes, e il pubblico lo applaude con una standing ovation di 14 minuti. Forte di un comparto grafico straordinario e di una storia densa di temi adulti e maturi, l’opera alza di grande misura l’asticella della qualità nel mondo del cinema d’animazione. Come ha meritato questi riconoscimenti? Scopriamolo nel dettaglio nel corso della nostra recensione.

Quando sono andato a vedere Belle, non avevo grandi aspettative. In effetti il film si presenta, almeno nella carta, come qualcosa di già visto. Ci sono infatti gli elementi tipici, come l’ambientazione scolastica, protagonisti adolescenti, l’accesso a mondi fantastici e sottotrame romantiche.

Tutte componenti che risultano familiari e amate da chi già mastica qualcosa di animazione giapponese. Ma che, all’opposto, il pubblico più generalista di solito percepisce come indigeste e ripetitive.

Questi tòpoi, fondamentali nell’immaginario anime, vengono visti da alcuni (il dibattito è aperto) come sterili e limitanti per la creazione di una trama originale. Ma Belle, l’ultima fatica del maestro Mamoru Hosoda, sin dai primi minuti della visione spazza via le incertezze imponendosi come un prodotto unico e innovativo nel suo genere. Il tutto, confezionato con un sapiente uso delle tecniche di animazione in cell-shading e un comparto grafico dalla qualità sbalorditiva. Ma andiamo ad analizzare nel dettaglio questo e altri aspetti della pellicola nella recensione del film.

Belle è disponibile nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 17 Marzo.

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Galleggiare tra due mondi: la storia di Suzu

Suzu è una ragazza adolescente orfana di madre. Vive con il padre in un’isolata casa di campagna. Ogni giorno, prima di recarsi al lavoro, il padre le chiede se il permesso di prepararle la cena, e lei rifiuta, adducendo scuse banali.

Capiamo che la ragazza soffre ancora per la sua perdita, nonostante i tanti anni passati. Le sue giornate trascorrono senza slanci, e a parte l’amicizia di una compagna di classe, a scuola non ha altri legami. Frequenta un coro composto da un gruppo di donne mature, che la trattano con affetto e, a sua insaputa, vegliano su di lei. Però, da tempo, ha un grosso problema: non riesce più a cantare.

La sua vita cambia completamente da un giorno all’altro. Sul mercato infatti viene lanciata l’app U, che tramite un paio di cuffie ipertecnologiche, si collega ai nervi ottici dell’utente, creando un avatar in grado di muoversi in un mondo digitale (Il futuro Metaverso?).

Una notte Suzu accede a U, e crea il proprio avatar. L’algoritmo dell’app legge le sue caratteristiche bio-cerebrali, e la ragazza come per magia diventa Belle, una donna bellissima e affascinante.

Trovandosi catapultata in U, Belle si meraviglia del proprio aspetto, e incoraggiata dalla nuova e piacevole sensazione, da inizio a un miracolo: comincia a cantare, e tutti gli altri avatar presenti la notano immediatamente. Le parole di Belle recitano “Canzone, guidami…”, la sua voce è perfetta e soave, commovente, e in breve tempo conquista il cuore di tutti gli utenti.

Sarà però l’incontro con il Drago, un utente dalle fattezze mostruose, e che rovinerà le sue performance canore (Belle in breve tempo diventa una star globale), a smuoverle qualcosa nel profondo, a spingere la ragazza alla ricerca dell’Altro, e a portarla verso un cambiamento e alla scoperta di sé.

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La bella e la bestia, versione 2.0: il film di Hosoda è una rivisitazione della fiaba classica Disney

Oltre a raccogliere suggestioni (se non delle vere e proprie citazioni visive), dal predecessore Disney, il film recupera a piene mani dalla tradizione mahō shōjo, o majokko, dove abbiamo protagoniste femminili che si trasformano in un alter ego magico. Hosoda infatti durante la sua carriera ha collaborato con il brand di Sailor Moon, e la sua protagonista strizza l’occhio alle maghette di Takeuchi sia a livello estetico che tematico.

Anche il genere shonen trova spazio nella narrazione, grazie agli scontri tra il Drago e i giustizieri del mondo di U, e ci chiediamo se alla fine questa commistione di generi e influenze sia andata a segno. In effetti, a volte abbiamo la sensazione che sia un po’ troppo dentro al calderone; Hosoda avrebbe potuto agire di sottrazione, dando maggior spessore ad alcune sottotrame e tralasciandone altre.

L’unico difetto del film, infatti, sta nell’operazione di calibrazione, nel dosare gli elementi sia a livello tematico che narrativo. Questo in alcuni momenti viene meno (soprattutto nell’evoluzione del rapporto tra Belle e il Drago).

A parte questo, il film è pieno di trovate geniali (una su tutte la rappresentazioni dei “conflitti scolastici” usando il linguaggio dei videogiochi); la messa in scena è superba (superiore, non me ne vogliate, a Summer Wars) e l’uso dell’animazione in cell shading non è invasivo e in definitiva rende verosimile il mondo digitale di U.

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“Canzone, guidami”

Un altro tema importante nella narrazione è quello dell’espressione di sè attraverso la musica. La colonna sonora di Belle è funzionale al ritmo di quanto raccontato; il pathos che Belle trasmette quando canta, unito al senso delle sue parole, è davvero commovente.

Suzu si affida alla canzone stessa, come se fosse un’ idea personificata. “Canzone, guidami…”. Inoltre Suzu; come già detto, cercherà di superare il proprio dolore aprendosi all’Altro e a quella parte di sé di vista come aliena, sconosciuta. Questa parte è senz’altro il Drago, e Suzu, amando le sue cicatrici (e offrendosi a lui per curarle), muoverà i suoi primi passi nel mondo complesso degli adulti.

Un mondo, questo, che è fatto di scelte difficili, a volte incomprensibili per i gli adolescenti e i bambini, dove ci si sente spesso soli. Il processo trasformativo è anche questo, ovvero accogliere il bambino sofferente dentro di noi per restituire al mondo il suo pianto ignorato; Suzu accetta questo compito, e per farlo non dovrà fare altro che far cadere la maschera che la opprime, e che tiene imbrigliate le sue emozioni, rivelandole a coloro che ama.

In un momento storico come questo, i social network hanno dato la possibilità a ciascuno di inventare una propria identità digitale, con la quale mostrarsi al mondo. Suzu ci mostra come far cadere questa maschera, come sanare i conflitti tra le generazioni e togliere potere alla violenza. Lo fa mostrando il proprio volto, e fissando negli occhi il male. E il male, di fronte a tanto coraggio, non potrà fare altro che indietreggiare, girarsi, e scappare via.

a cura di
Marco Manto

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