Federico Buffa – Teatro Duse di Bologna – 15 Febbraio 2022

Federico Buffa – Teatro Duse di Bologna – 15 Febbraio 2022
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Diciamolo subito: Federico Buffa sarebbe in grado di entusiasmarmi anche se leggesse l’elenco telefonico della mia provincia.
Mi si concederà una piccola digressione: ho ascoltato per la prima volta la voce di Buffa durante una telecronaca di una partita dei play-off NBA del 2008.
Il basket d’oltre oceano era un mondo a me completamente alieno, ma sono rimasto incredulo di fronte alla capacità del telecronista di raccontare e appassionare l’ascoltatore.
Facile, penserete voi, raccontare la Mamba Mentality di Kobe Bryant o la storia da Chosen One di LeBron James. Niente affatto. Federico Buffa prediligeva raccontare i gregari, gli ultimi, i cestisti di provincia quelli che – per intenderci – rimangono per 48 minuti a bordo campo a sventolare asciugamani quando i loro compagni vanno a canestro.

Quattordici anni dopo seguo regolarmente il basket NBA sperando ancora, di tanto in tanto, di riascoltare i suoi racconti in telecronaca.
Non è più accaduto, ma “se Maometto non va dalla montagna…

Ed eccomi qui, nella splendida cornice del Teatro Duse di Bologna, ad aspettare l’inizio di Amici Fragili.
Federico Buffa porta in scena uno spettacolo sull’incontro tra due personaggi iconici e dannati come Fabrizio De André e Gigi Riva: questa volta sì, è tutto meravigliosamente facile.
E sublime.

Scambio due convenevoli con i vicini di poltrona, capisco che l’aspettativa è molto alta e, non appena si spengono le luci, ne comprendo appieno il motivo.
La scenografia è essenziale: a farla da padrona ci sono due cabine telefoniche, una rossa e una blu, scelta cromatica assolutamente non casuale.

Le cabine richiamano l’idea di un uomo giapponese il quale, a seguito del disastro di Fukushima, aveva realizzato un finto telefono in bachelite che gli permettesse di parlare con le anime di coloro che non c’erano più.

Dopo qualche settimana la voce si sparse e lì, in fila per poter parlare (o ascoltare) i propri cari, c’erano centinaia di persone. L’incipit è di quelli che mozzano il fiato. Lo storyteller interpreta, per un attimo, Gigi Riva e proprio tramite quel telefono parla con Faber.

Federico Buffa non è solo sul palco, è accompagnato da due splendidi musicisti come il chitarrista e cantante Marco Caronna (co-autore dello spettacolo) ed il pianista Alessandro Nidi. I due regalano agli ascoltatori versioni raffinate ed introspettive di alcune delle gemme più belle del repertorio di Fabrizio De André (Anime Salve, Amico Fragile, Hotel Supramonte, Creuza de Mà…).

Gianluigi e Fabrizio sono due giganti della cultura italiana del Novecento, tuttavia l’incontro tra i loro due mondi sembrerebbe essere una chimera, invece non è così.

14 settembre 1969, nel Cagliari giocava un ragazzo mancino con il numero 11 sulle spalle. In quella domenica di fine estate la Sampdoria ospitava i sardi; Gigi Riva era solito ascoltare i cantautori della “scuola genovese” (Bruno Lauzi non sarebbe così d’accordo con questa definizione) ed ecco che gli si prospetta la possibilità di incontrare Fabrizio De André, a casa sua.

Il silenzio sembra caratterizzare la prima parte di quella serata: nella penombra del salotto di Faber i due fumano una sigaretta dopo l’altra, il Glen Grant può solo accompagnare. In mezzo al silenzio si accarezzano i loro due universi, le loro due anime ostinate e fragili che condividono, tra le altre cose, la Sardegna, la passione per il calcio (Fabrizio era tifosissimo di un’altra squadra rosso-blu, il Genoa), il mare e la musica.

Quel silenzio va via via diradandosi, i bicchieri diventano bottiglie, le sigarette pacchetti, la notte diventa alba.

Quando parlano di canzoni, a Gigi brillano gli occhi, in particolare per Preghiera in Gennaio, scritta da Faber al ritorno dal funerale di Luigi Tenco, cantautore prediletto di Riva.

Federico Buffa si concede digressioni sull’infanzia dei due protagonisti, ma anche anticipazioni su quello che sarà il loro futuro: dall’infortunio e dunque il ritiro di Gigi Riva, fino al mondiale vinto nel 2006 come Team Manager degli azzurri. Dal sequestro da parte dell’Anonima Sarda di Fabrizio e Dori Ghezzi, fino alla morte del cantautore a Roccella Ionica (RC).

E quindi di nuovo il mare, di nuovo l’azzurro -come il cencio che Faber porta con sé nella tomba – in una sorta di eterno ritorno che circonda i due protagonisti.

Quando le parole diventano troppe, il Fabrizio regala una chitarra a Gigi, proprio la chitarra con la quale ha scritto La Canzone di Marinella; il centravanti, invece, regala al cantautore la sua maglia numero 11, quella che aveva indossato quel pomeriggio a Genova e quella che lo consegnerà alla storia del calcio e non solo.

Sipario.

Come direbbe Faber «C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo»; di pioggia neanche l’ombra al Duse, ma potrei aver visto qualche occhietto lucido, a giusta ragione.

A cura di
Donato Carmine Gioiosa

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