Smile: un nostalgico equilibrio tra nervosismo e speranza

Smile: un nostalgico equilibrio tra nervosismo e speranza
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Appena qualche mese dopo l’album di debutto The Name Of This Band Is Smile, la band torinese Smile torna con un singolo inedito, che sottolinea le caratteristiche che avevano portato tante recensioni positive al loro esordio: un revivalismo del primissimo alternative rock che contrappone testi profondi ed esistenzialisti, e parti musicali uptempo, completamente analogiche, nel complesso leggere.

Abbiamo fatto loro un paio di domande per sapere quali sono i loro piani nel breve e nel medio termine.

“Hideout” arriva con un tempismo insolito, a soli quattro mesi dal vostro album di debutto. C’è un progetto dietro, un nuovo album, o è qualcosa di più estemporaneo?

Non ci piace stare con le mani in mano! In più, mentre stiamo affinando i pezzi del prossimo album, ci siamo resi conto di aver preso una direzione nuova rispetto al primo album: “Hideout” si è dimostrato essere il pezzo che meglio rappresenta questa transizione.

Il nuovo brano condivide con il vostro album d’esordio una natura musicale se non divertita sicuramente non funerea, contrapposta a tematiche nei vostri testi sicuramente più cupe. Cosa avete voluto raccontare con questo nuovo pezzo? O allargando la lente, a chi o cosa volete dare voce con la musica degli Smile?

Hai presente il meme preso dal Joker con Joaquin Phoenix, con lui in abiti civili che piange seduto su una panchina e sempre lui ma vestito da Joker che balla furiosamente braccia all’aria in piedi sulla panchina? Ecco, è perfetto per spiegare il nostro intento, cioè di dar voce al disagio per poterlo affrontare a viso aperto, e anche l’apparente dicotomia tra la nostra musica, che può apparire spensierata e leggera, e i nostri testi, che sembrano tremendamente cupi, disillusi, incazzati.

La verità è nel mezzo: c’è più nervosismo di quel che sembra nelle trame sonore, e più speranza e spinta utopica nelle parole. Hideout, per esempio, parla di accettazione di sé, di riuscire a lasciarsi in pace, soprattutto quando ci si rimette in piedi dopo un grande dolore.

La proposta degli Smile è una forma di rock con strumenti classici che pare rifuggire seccamente patine, effettistiche ed elettroniche odierne, e rimandare prepotentemente alla fine degli anni Ottanta e a tutti i Novanta. Quali sono state le ispirazioni più importanti nel vostro percorso artistico?

Indubbiamente R.E.M. e Smiths, ma anche Hüsker Dü, Replacements, Cure, Wedding Present… Tutta roba tra ’80 e ’90, sì. Per quanto riguarda il sound, ci preme che ciò che vogliamo comunicare arrivi il più diretto possibile all’ascoltatore, senza sovrastrutture.

Siete geolocalizzati a Torino e avete una lunga attività in altri progetti: ci sono altre band a voi affini da cui avete attinto, con cui vi siete reciprocamente influenzati? Qual è a vostro avviso lo stato di salute attuale della scena musicale in riva al Po?

Difficile decretare lo stato di salute della nostra città in questo ormai lunghissimo periodo in cui non ci si è potuti frequentare nei tempi e nei modi abituali, ma mi sento di poter dire che non c’è male e che anzi ritrovarsi privati delle dinamiche più consolidate ha fatto sì che si trovassero nuovi modi di collaborare e condividere, oltre al fatto che a ogni ripresa delle operazioni ci si è ritrovati tutti più “affamati” della volta prima.

Tralasciando le altre band in cui suoniamo, sappiamo di aver preso una direzione sonora che anche in una città molto influenzata dal punk non ha molti esponenti, soprattutto tra i più giovani. Però se dobbiamo identificare band con cui condividiamo un orizzonte comune al netto delle diversità stilistica non possiamo non citare i Lechuck e i Low Standards, High Fives.

Il vostro primo album è uscito a settembre 2020, con ottime recensioni, ma siete riusciti a presentarlo a un pubblico solamente un paio di mesi fa. All’Hiroshima Sound Garden, con il pubblico seduto. Che significato ha avuto per voi questo ritorno sul palco? Avete percepito più fame da parte del vostro pubblico, o una forma di rassegnazione a nuovi modi – ridotti, complicati, in streaming – di fruizione di un concerto rock?

Ha avuto un significato enorme. Per il fatto di poter di nuovo suonare dal vivo, di farlo su uno dei palchi cittadini più prestigiosi e che più ha contribuito alla nostra crescita musicale e di percepire nel pubblico la stessa nostra voglia di live.

Tra non troppo avrà termine l’estate e la stagione dei festival, che in un modo o nell’altro ce l’hanno fatta. Che programmi avete per la prossima stagione?

L’autunno ci troverà carichi e pronti a rifinire le canzoni del secondo album, che sono già a buon punto, e a far uscire subito qualcos’altro di nuovo che testimoni il nuovo percorso intrapreso.

a cura di
Riccardo Coppola

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