Dischi Che Escono – Agosto 2021

Dischi Che Escono – Agosto 2021
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Dieci dischi da ascoltare durante la vostra partenza intelligente notturna, nel traffico, insieme a tutti gli altri intelligenti

Chi prima chi dopo, siamo tutti pronti a lasciarci alle spalle un inferno rovente in cui abbiamo fatto finta di stare bene, per tornare al fresco abbraccio dell’aria condizionata dei nostri uffici. Urgerà di conseguenza un nuovo scudo contro i colleghi: quelli che fischiettano, quelli con le tastiere meccaniche, quelli che alle 11 stanno già decidendo dove andare a pranzare, quelli sempre al telefono, quelli che tamburellano sulle scrivanie. Come sempre la tattica perfetta è schermarsi & isolarsi: mettetevi le vostre cuffione da DJ e se volete cogliete qualche album suggerito qua sotto.

The Killers – Pressure Machine

Brandon Flowers ce l’ha fatta. Dopo una carriera passata a sguazzare in una pomposità e in un’arroganza a volte insopportabili, è riuscito a scrivere quella magnus opus di cui – se ci fosse giustizia – ci si dovrebbe ricordare per decenni. Pressure Machine è un disco perfetto: purissima americana alla Springsteen con giusto un tocco da musical (West Hills), qualche nozione assorbita dai war on drugs (In the car outside) e qualche altra dal moderno indie pop (Runaway Horses, pure in duetto con Phoebe Bridgers). Album dell’anno, come minimo.

9/10

L’highlight: Tutto
Per chi apprezza: l’America

Lorde – Solar Power

L’idea fondante dietro Solar Power, stando a Lorde, è un allontanamento dalle paillettes e dai riflettori. Un processo di riscoperta di sé, di rimozione dell’inutile, anche dalla sua musica. Ciò che rimane, l’essenza, il fondamentale, è però altrettanto inutile. Oltre che fasullo, snob. Fatelo ascoltare ai vostri amici tesserati PD quando volete parlare per stupidi luoghi comuni, ma non sapete spiegare bene cosa significa radical-chic.

3/10

L’highlight: la purezza
Per chi apprezza: gli aperitivi detox che costano 80 euro

One Republic – Human

Nel disperato tentativo di regalare (?) al mondo una nuova Counting Stars, gli One Republic hanno pubblicato due volte nel corso di pochi mesi lo stesso singolo ma con due nomi diversi, Run e Rescue Me. Mentre tutto il mondo si impegnava a cercare le differenze, in uno sforzo di settimana enigmistica, hanno deciso di metterci attorno 11 pezzi degli Imagine Dragons e pubblicare un album. D’estate si vedono e sentono tante cose brutte, ci faremo andare bene anche questo.

1/10

Jake Bugg – Saturday, Sunday Morning

C’è stato un periodo in cui Jake Bugg sembrava per davvero qualcuno che poteva mettere sul tavolo dell’alternative rock qualche briciolo di qualità. Se scrivo questa triste retrospettiva è perché chiaramente questa cosa non è successa: con tempistiche sospette Bugg si avvicina al soul coi coretti già esplorato da Savoretti e Odell, qualche mese dopo Savoretti e Odell. Ma inevitabilmente non riesce a sbarazzarsi della sua voce, e del suo essere pur sempre un clone di Liam Gallagher con un millesimo del carisma dell’originale.

4/10

L’highlight: About Last Night
Per chi apprezza: I falsi d’autore

Halsey – If I can’t have love, I want power

Prendere Trent Reznor alla produzione è come prendere Cristiano Ronaldo in squadra: puoi essere chiunque, ma alla fine si gioca come dice lui. Il nuovo album di Halsey infatti sembra tutto meno che un album di Halsey. Sperimentale, talvolta addirittura rock e sicuramente molto distante dalle cafonate alle quali l’artista ha abituato (qualcuno ha detto Salmo?). C’è da sperare soltanto che tra trent’anni non si autodenunci per la tetta in copertina.

6/10
L’highlight: Bells in Santa Fe
Per chi apprezza: la prepotenza

Angel Olsen – Aisles

Angel Olsen ha avuto sempre quell’atteggiamento di chi ti sta facendo un favore pubblicando degli album. L’atteggiamento di chi non deve rendere conto al pubblico, di chi odia abbellimenti, rifiniture. Dopo due capolavori assoluti come My Woman e All Mirrors, dove l’attitudine da indie da garage veniva meno, è dunque partito un processo di auto-purificazione. Prima una raccolta di demo grezze e quasi del tutto inascoltabili, poi un EP di cover spontanee e quasi del tutto inutili. Peggio ancora, cover rallentate, mosce, svogliate: c’è una Forever Young che sembra un inno alla morte da parte di chi è almeno 70 anni che è stanco della vita. E Angel Olsen di anni ne ha 34.

4/10

L’highlight: Gloria, cover di Laura Branigan e quindi cover di Umberto Tozzi
Per chi apprezza: La spontaneità non richiesta

Villagers – Fever Dreams

Da più di un decennio Conor O’ Brien raggiunge sistematicamente la vetta delle classifiche irlandesi, e l’unica spiegazione possibile è che i principali ascoltatori di vinili, cd, mp3 eccetera da quelle parti siano folletti e leprecauni. La proposta dei Villagers suona sempre più come gli Arctic Monkeys che improvvisano fiabe per bambini dopo essersi ammazzati di allucinogeni. Ci sono pezzi buoni (anche tanto) ma al termine dell’ascolto rimane sulle orecchie un barocchismo così untuoso da far sembrare gli Arctic Monkeys una band thrash metal. Meglio somministrarlo a dosi piccole, molto molto piccole.

6/10

L’highlight: The First Day
Per chi apprezza: Le fanfare

Big Red Machine – How Long do you Think It’s Gonna Last?

Aaron Dressner (chitarrista e compositore dei The National) e Bon Iver tornano a lavorare insieme, a tre anni dal loro esordio sotto questo nome, e per l’occasione compongono il dream team del pop piagnone. C’è la recentemente convertita Taylor Swift, c’è un inossidabile come Ben Howard, ci sono tutti i Fleet Foxes, Lisa Hannigan, Sharon Van Etten. Sembra una specie di Live Aid per il disastrato continente che contiene le nostre anime. La quintessenza del genere, che non farà cambiare minimamente idea a chi lo considera molestissimo perché invariabilmente deprimente, e nemmeno a chi per lo stesso motivo lo considera il suo genere preferito.

8/10

L’highlight: June’s a River
Per chi apprezza: Il pop desolato

Between The Buried And Me – Colors II

Il processo di affinamento e complicazione del metalcore raggiunge in Colors 2 livelli assolutamente estremi, tra parentesi estremamente riflessive ed esplosioni di cattiveria gratuita. In quest’album siamo a livelli da Devin Townsend: nel bene, o nel male.

6/10

L’highlight: the future is behind us
Per chi apprezza: le complicazioni

Leprous – Aphelion

C’è un meme molto azzeccato nelle community di progger secondo il quale la tastiera con cui Einar Solberg scrive i suoi testi non abbia 26 lettere ma soltanto la A. In realtà gli ultimi anni dei norvegesi hanno dimostrato che la tastiera contiene quantomeno tutte le vocali: Aphelion è l’ennesima progressione, fatta di tempi dilatatissimi e vocali lunghissime, in territori elettronici, operistici e decisamente distanti dal metal delle origini (rimane un pochino di djent, inutile per l’appunto, sull’ultima traccia). Progressione, giustappunto: i Leprous sono forse gli ultimi a impegnarsi a cercarla in un genere che da tale proposito prende il nome. Si confrontino per esempio gli ultimi Opeth (o anche i penultimi, i terzultimi…) con le idee alla Marvin Gaye di Running Low.

7/10

L’highlight: Castaway Angels
Per chi apprezza: le vocali

a cura di
Riccardo Coppola

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