Quando il cancro diventa una “colpa” per cui pagare

Quando il cancro diventa una “colpa” per cui pagare
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Vorrei raccontarvi una storia, condividere con voi una parte della mia vita. Ripercorrerla mi fa ancora soffrire, anche se sono passati oltre 10 anni perché certi avvenimenti ti straziano il cuore e, nonostante il tempo scorra, continuano a fare male. Questa è la storia di Carmela, chiamata da tutti Mela, che tra il 2010 e il 2014 ha combattuto contro un cancro.

Una donna, una madre e un’infermiera che, fino alla fine, ha sperato di poter guarire e di tornare a vivere una vita normale. Ha lottato, con le unghie e con i denti, finché ha potuto fino a quando la malattia non le ha prosciugato ogni cosa: la salute, le forze, le speranze e infine anche la vita.

La diagnosi

Era il 2010 quando un nodulo al seno ha fatto preoccupare Mela: gli esami di controllo ci hanno restituito subito una diagnosi che non lasciava spazio a molte ipotesi:

Carcinoma duttale infiltrante moderatamente differenziale della mammella sinistra.

Per dirla con termini più semplici si trattava di un tumore al seno.

Carmela ha subito una mastectomia e ha iniziato a fare le cure di rito: radioterapia e chemioterapia. Non starò qui a raccontarvi come queste terapie hanno influito su di lei. Ha perso la sua femminilità e i suoi capelli ma, nonostante tutto, ha stretto i denti “Se serve per stare meglio e tornare ad avere una vita normale terrò duro”.

All’inizio sembrava che fosse tutto a posto. Le terapie avevano funzionato e Mela era tornata a stare bene, o così credevamo.

Le metastasi

Il 9 agosto 2012, il giorno del compleanno del marito, scopriamo che Carmela non sta bene ma ha diverse metastasi ossee, localizzate nel rachide, e al fegato. Il cancro è una malattia subdola, che agisce in silenzio e ti consuma un po’ alla volta.

A causa dell’aggravarsi delle sue condizioni, e delle continue terapie a cui era costretta a sottoporsi, il 12 ottobre Carmela viene riconosciuta “invalida con totale e permanente inabilità lavorativa”

Nonostante tutto, però, continua a lottare perchè non vuole arrendersi ma arriva a un punto in cui non c’è più nulla da fare: la malattia sta avendo il sopravvento e lei inizia a spegnersi.

Non ha più le forze per stare in piedi, non ha appetito e passa le sue giornate dormendo, un ricovero in ospedale è inevitabile.

All’inizio sembra stare meglio ma poi ha un nuovo declino: il 23 luglio 2014 Mela ci abbandona.

Un lutto non si supera facilmente

Sono passati 7 anni da quel giorno e ogni volta che penso a questa storia mi si stringe il cuore. Io ero li con lei quando ha esalato il suo ultimo respiro. Io sono uscita dalla stanza piangendo dicendo “La mamma non sta bene, sta morendo”

Sono passati 7 anni da questo triste avvenimento. Sono passati 7 anni dall’ultima volta che ho potuto vedere mia madre.

Chi ha perso un familiare, o subito un grave lutto, sa bene che, nonostante si vada avanti una parte di noi muore con la persona cara. Si crea una ferita nel nostro cuore che non guarisce con il tempo. Si cicatrizza, ma rimane li e, a volte, riprende a fare male.

La raccomandata

Dopo sette anni dalla scomparsa di Carmela vediamo recapitarci una lettera, dall’ASST Lodi, nella quale ci venivano richiesti circa 23mila euro per “un indebito relativo al periodo dal 2010 fino al 2014, durante il quale è stata erroneamente corrisposta dall’Amministrazione la retribuzione intera”.

Nel documento si legge che:

“Solo nei casi di assenza da lavoro dovuta a terapia salvavita ed altre ad essa assimilabili […] il dipendente abbia diritto alla retribuzione per intero. Diversamente per malattia ordinaria accertata con certificato medico rilasciato dai medici di Medicina Generale, il dipendente ha diritto solo ad una parte della retribuzione”.

Non sono un medico, ho una formazione di stampo umanistico, eppure mi rendo conto che la chemioterapia sia una terapia salvavita. Le persone che si trovano a vivere situazioni drammatiche, come una malattia grave o terminale, non sanno quale sia il modo giusto di comportarsi e quindi, per non sbagliare, si rivolgono agli enti competenti per ricevere una guida e non incappare in errori relativi alla documentazione da presentare.

Molte altre persone si trovano in questa stessa situazione. Molti altri dipendenti ospedalieri hanno ricevuto la stessa lettera (con importi diversi): quello di Carmela non è un caso isolato.

Affrontare una malattia come il cancro per un malato è un calvario. Vivere il lutto dovuto alla perdita di una persona amata è straziante.

Da qualche parte, sicuramente, c’è stato uno sbaglio ma l’unico errore, anzi l’unico orrore che vedo in questo momento è quello di riportare alla luce eventi che le persone cercano di seppellire in un angolo remoto del loro cuore. Strappare quel cerotto, aprire quello scrigno con la forza, è un gesto di inaudita violenza psicologica.

Riaprire le ferite, di chi ha vinto la battaglia o di chi piange in silenzio il proprio caro, è un gesto che fa male e ti riproietta dentro una spirale che pensavi, o speravi, di non dover rivivere.

Ci vogliono anni per iniziare a guarire da un lutto. Ci vogliono sacrifici per riuscire, passo dopo passo, a ritrovare la serenità. Eppure è bastata una lettera a far crollare tutto. Ora so come si sentono i ciliegi quando, una gelata improvvisa, li priva dei loro boccioli: provano un dolore indescrivibile.

a cura di
Laura Losi

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Laura Losi

Laura Losi è una piacentina classe 1989. Si è laureata in Giornalismo e Cultura Editoriale presso l’Università degli Studi di Parma con una tesi sulla Comunicazione Politica di Obama. Avrebbe potuto essere un medico, un avvocato e vivere una vita nel lusso più sfrenato, ma ha preferito seguire il suo animo bohemien che l’ha spinta a diventare un’artista. Ama la musica rock (anche se ascolta Gabbani), le cose da nerd (ha una cotta per Indiana Jones), e tutto ciò che riguarda il fantasy (ha un’ossessione per Dragon Trainer). Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo “Tra le Rose” e a breve vedrà la luce anche la sua seconda fatica, il cui titolo rimane ancora avvolto nel mistero (solo perché in realtà lei non lo ha ancora deciso).

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