6 Underground è Michael Bay all’ennesima potenza

6 Underground è Michael Bay all’ennesima potenza
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Sono un fan oltranzista di Michael Bay più o meno dal 1997 quando, poco più che tredicenne, vidi per la prima volta Bad Boys noleggiato per puro caso nella videoteca di paese. Ricordo ancora come fosse ieri la prima visione di alcune sequenze di quel film che rimangono pazzesche ancora oggi: il furto di eroina all’inizio del film, le battute al fulmicotone tra Martin Lawrence e Willy Il Principe di Bel Air (sì, a quell’età per me non era ancora Will Smith) e tutta la sequenza finale nell’aeroporto di Miami.

Una carriera, quella di Bay, fatta di film più o meno riusciti ma che ogni tanto è scivolata in operazioni pacchiane, come quell’Armageddon che ha visto dei trivellatori Made in USA sconfiggere un asteroide o The Island che trattava a modo suo il tema della clonazione. Tanti franchise, il più conosciuto e redditizio quello sui Transformers, ma con quel Pain And Gain che pur non c’entrando nulla con esplosioni, inseguimenti e tramonti (no, gli ultimi ci sono) rimane la pellicola più riuscita nel complesso della sua carriera, dal punto di vista registico e anche autoriale. 

D’altronde è risaputo che il regista di Los Angeles è un maestro a confezionare alla perfezione, e con un’estetica riconoscibile a chilometri di distanza, anche il vuoto pneumatico. E non è un caso che la notizia di questa collaborazione con Netflix, che lo vede collaborare con il duo di sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick (le saghe di Deadpool e di Zombieland) non nuovi ai film di azione, sia stata accolta con gioia e gaudio dagli appassionati di un certo tipo di cinema da guardare con il cervello staccato. 150 milioni di dollari, una carta bianca di fatto dalla casa di Reed Hastings, due sceneggiatori onesti mestieranti e quella faccia da schiaffi di Ryan Reynolds: le carte per un film ideale per una serata tra ragazzi a base di pizza surgelata, Hollandia e rutto libero c’erano tutti.

Il problema è che Michael Bay con 6 Underground è andato ben oltre, confezionando quello che è il suo portfolio artistico riassunto in due ore: colori sgargianti, esplosioni, riprese strategiche di donne affascinanti e gli immancabili tramonti, il tutto collegato da una trama che si potrebbe tranquillamente riassumere in un SMS senza l’utilizzo di abbreviazioni. In poche parole, una demo fin troppo costosa per far dire a Vin Diesel e alla Universal “Per alzare l’asticella, visto che la volta scorsa abbiamo fatto un inseguimento con un sottomarino, il prossimo giro dobbiamo dare la regia di Fast 9 a lui, non c’è storia”.

6 Underground è un’opera che non aggiunge una virgola di nuovo. In molti hanno fatto notare similitudini con la regia di Tony Scott, e più precisamente con una delle sue ultime opere Domino. Tutto vero, ma una cosa così non dovrebbe suonare come una sorpresa per un appassionato di un certo cinema, se si tiene conto del fatto che entrambi hanno lavorato più volte con il produttore Jerry Bruckheimer. Come in molti potrebbero trovare similitudini nella sequenza di Firenze, che serve anche come presentazione dei personaggi, in uno stile che richiama Suicide Squad e Baby Driver di Edgar Wright. Il tutto con la differenza che invece di gente in costume, Bellbottoms della Jon Spencer Blues Explosion e una Subaru WRX Rossa ci si trova davanti ad una Alfa Giulia di un improponibile verde fosforescente e una colonna sonora a base di sgommate, scontri, qualche accenno dei The Score, esplosioni, gente investita male, una madre che si scontra con un piccione in slowmotion e, come ciliegina sulla torta, un Dave Franco che muore malamente alla fine dell’inseguimento trafitto da un muletto.

La storia riprende molte delle formule cinematografiche che sono topos del cinema di azione, dalla vendetta al dittatore che viene deposto da una squadra di gente cazzuta, che finge la propria morte per poter agire indisturbata, passando per l’heist movie che caratterizza soprattutto la seconda metà del film. Le similitudini con Fast And Furious sono tante, per non dire troppe, e la scelta di Ryan Reynolds nel ruolo di protagonista, che proprio in Hobbs & Shaw impersonò un impacciato agente della CIA, potrebbe far sognare ai più un possibile futuro crossover tra i due franchise. Ma 6 Underground non è un tentativo di corteggiamento a questa saga; anzi, le frecciatine al più famoso concorrente si sprecano, tra le quali spicca quel “Non dirlo, lui odia la parola famiglia” prima di partire per Hong Kong che ai più attenti ha strappato di sicuro un sorriso. Per non dire che già nel film si è seminato un segnale per potenziali otto sequel.

Un cast di personaggi per buona parte poco famosi, escludendo un Dave Franco che in poco più di dieci minuti di screentime ruba la scena a tutti i colleghi e Melanie Laurent nel ruolo di una killer della CIA dall’accento francofono che, sempre a conferma del diffuso citazionismo del film, spiega a Manuel Garcia-Rulfo il significato di Coup d’état in lingierie dopo un rapporto sessuale, richiamando a quella Margot Robbie che in The Big Short illustra in vasca da bagno alcuni concetti di economia finanziaria.

Un budget stellare per un film che viaggia tra Italia, Stati Uniti, Abu Dhabi, Hong Kong e alcune riprese in un fittizio stato del Centro Asia. Con 6 Underground Michael Bay confeziona un prodotto che è la summa della sua ultraventennale carriera, con almeno tre sequenze (Firenze, Hong Kong e il finale) da annoverare tra le più strepitose che si siano viste negli ultimi anni, ma che non aggiunge e toglie nulla a quanto da lui fatto in passato. A conti fatti un sonoro vaffanculo ai suoi detrattori e, per chi lo ha sempre odiato, un ulteriore motivo per criticarlo. 

Photo credit: Netflix

A cura di
Nicola Lucchetta

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Nicola Lucchetta

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