Alla luce della consacrazione di Paolo Strippoli, che rappresenterà l’Italia ai premi Oscar 2027 col film “L’Estranea”, abbiamo pensato valesse la pena recuperare “Piove”(2022), seconda pellicola del regista che contiene già gli elementi per un film di qualità. Vediamo di scoprirlo insieme.
Se c’è una cosa che impari quando passi le notti a masticare asfalto e rock’n’roll, è che la pioggia non lava mai via le colpe. A volte, però, le fa solo risalire a galla.
Con il suo secondo horror metropolitano Piove, Paolo Strippoli prende questa certezza, la intinge nella melma più scura delle fogne romane e ce la sbatte in faccia senza chiedere scusa.
Il risultato? Un pezzo di cinema che non si limita a spaventare, ma che scava dentro fino a toccare il nervo scoperto di quella rabbia cieca che tutti noi, da bravi ipocriti, proviamo a tenere al guinzaglio.
La sinfonia del fango: quando il cielo vomita veleno
La premessa è di quelle che ti si piantano nello stomaco come un riff dei The Clash sparato a tutto volume: a Roma, ogni volta che cade l’acqua dal cielo, i condotti esalano un vapore denso, grigiastro e fetido. Chi lo respira non si trasforma nel classico zombie da B-movie, ma in qualcosa di molto peggio: sé stesso, privato di ogni freno inibitore. La frustrazione repressa, i rancori non detti e le violenze quotidiane evaporano dai tombini e contagiano la popolazione, trasformando la Capitale in una polveriera sul punto di esplodere.
Al centro di questa tempesta c’è la famiglia Morel: un padre spezzato dal lutto (interpretato da un monumentale Fabrizio Rongione) e due figli che galleggiano nel silenzio di un trauma impossibile da digerire. Già da questo film Strippoli dimostra di saper entrare nelle dinamiche famigliari, ma anche nella rabbia accumulata di una società sempre più disillusa. Una catarsi che si trasforma nell’incomunicabilità moderna, dove l’altro è visto come un nemico da abbattere.
Un rock visivo che non fa sconti
Strippoli gira con il piglio di chi ha studiato i classici, ma ha l’anima che pulsa a ritmo di punk. Non c’è la pretesa intellettualoide del “cinema d’autore” che si vergogna del genere; qui si fa horror vero, sporco, bagnato di sangue e prostetica vecchio stile, supportato da un sound design che sembra un ringhio costante. Roma viene spogliata da quell’immagine da cartolina per turisti e riconsegnata come una periferia dell’anima, cupa e claustrofobica, dove persino le note malinconiche di Sergio Endrigo in apertura diventano un presagio di sventura.
Certo, la sceneggiatura a tratti fatica a reggere il peso di un dramma familiare così titanico, e qualche scorciatoia narrativa si fa sentire. Ma a Strippoli si perdona quasi tutto, perché ha il coraggio – merce rarissima nel cinema italiano contemporaneo – di rischiare. Dimostra che si può fare del grande cinema di genere partendo dalle nostre miserie, dalle nostre cantine umide e dai nostri silenzi distruttivi.
Sangue, lattice e la gloriosa vecchia scuola
In Piove, Paolo Strippoli e la sua squadra di tecnici hanno fatto un miracolo visivo che in Italia non si vedeva da tempo, dimostrando che non servono centinaia di milioni di dollari per spaccare lo schermo. Basta avere le idee chiare e le palle di rischiare. La vera magia del film sta tutta qui: un matrimonio perfetto e violentissimo tra la vecchia scuola degli effetti pratici e la precisione chirurgica del digitale.
Gli effetti speciali fisici sul set di Piove sono stati curati da laboratori di altissimo livello (con la maestria artigianale di Spectra Studio FX), e si nota in ogni singolo fotogramma. Nei momenti in cui la carne cede sotto i colpi della follia repressa, sono state create protesi avanzate capaci di muoversi e reagire come vera pelle umana, evitando quell’effetto “mascherone” che spesso rovina i film a basso budget.
Per le scene più splatter sono stati progettati due diversi sistemi meccanici di pompaggio del sangue (Blood Rig). Niente è stato realizzato in post-produzione: qui il fluido vitale spruzza, gocciola e si impasta con la pioggia reale sul set, conferendo al massacro una consistenza sporca e iper-realistica.

L’altare e la gogna: la famiglia come perimetro del terrore tra Piove e L’estranea
C’è un filo nero, umido e tagliente che lega i due mondi di Paolo Strippoli, ed è la sedia vuota attorno al tavolo della cucina.
Dimenticatevi i mostri sotto il letto: nel cinema del regista pugliese, il vero orrore è quello che ti si siede di fronte all’ora di cena, masticando a bocca aperta e guardandoti con gli occhi di chi conosce ogni tua singola vergogna. La famiglia, in Piove come ne L’Estranea, smette di essere il porto sicuro per farsi cella di isolamento. Un perimetro dove il “rifugio” e la “dannazione” non sono due concetti opposti, ma due facce della stessa medaglia arrugginita.
In Piove la dinamica è centrifuga ed esplosiva. La famiglia Morel è un corpo malato, mutilato dal lutto materno, che cerca disperatamente di fare finta di niente. La casa è un rifugio ipocrita, un guscio dove il dolore viene addomesticato dal silenzio. Ma la pioggia di Strippoli è un reagente chimico: entra dalle fessure e trasforma il non-detto in violenza pura. Il rifugio crolla perché le mura domestiche non proteggono i protagonisti dal mostro fuori, ma intrappolano il mostro che hanno dentro. Il rancore represso tra padre e figlio, la rabbia che ristagna nei corridoi bui, trasforma l’amore filiale in una condanna a morte. Ci si fa del male perché ci si conosce troppo bene, e la salvezza può passare solo attraverso la distruzione fisica dell’illusione domestica.
Con L’Estranea la prospettiva si ribalta, diventando centripeta e claustrofobica. Qui la famiglia non è una struttura che esplode, ma una prigione spirituale in cui si sceglie deliberatamente di recludersi. Il “rifugio” diventa un patto faustiano, un legame morboso e soprannaturale che serve a esorcizzare l’abbandono e il senso di colpa. Se in Piove la dannazione arrivava dal fango delle strade per infettare il salotto, qui nasce direttamente dal nucleo affettivo più intimo, da una maternità distorta e spezzata. La casa diventa un tempio di segreti inconfessabili, dove la vicinanza emotiva non è conforto, ma una catena transgenerazionale che costringe i personaggi a espiare le colpe dei padri (e delle madri).
In entrambi i casi, Strippoli firma una spietata autopsia dell’istituzione familiare italiana. Ci dice che il legame di sangue è la forma più alta di condanna: l’unico luogo dove puoi sentirti al sicuro è lo stesso identico posto in cui ti verrà tagliata la gola.

Il verdetto
Piove non è un film confortevole ed è bene che sia vietato ai minori di 18 anni. È una secchiata d’acqua gelida e torbida che ti lascia addosso l’odore del disinfettante e della ruggine.
Se cercate i saltini sulla sedia da jumpscare movie americani, avete sbagliato sala.
Se invece volete guardare dentro il mostro che vi portate dentro ogni volta che stringete i denti in silenzio, beh… aprite l’ombrello.
a cura di
Beppe Ardito

