All’Unipol Arena di Bologna gli Evanescence attraversano più di vent’anni di musica senza vivere neppure per un istante della nostalgia del passato. Tra nuovi brani, grandi classici, fuoco, pianoforte e un’Amy Lee dalla voce quasi soprannaturale, il rock torna a essere qualcosa che non si ascolta soltanto: si sente dentro
Generazioni diverse, la stessa maglietta nera
Non c’è ancora una luce accesa sul palco, eppure all’Unipol Arena di Bologna il concerto sembra essere già cominciato. Basta guardarsi intorno per capire quanto sia lunga la storia che gli Evanescence si portano dietro, perché tra il pubblico ci sono magliette della band che sembrano aver attraversato vent’anni di concerti e altre probabilmente comprate poche ore prima, fan che erano adolescenti quando usciva Fallen e ragazzi che nel 2003 non erano nemmeno nati.
Ci sono genitori con i figli e figli con i genitori, generazioni diverse che questa sera finiscono nello stesso posto per ascoltare le stesse canzoni, ed è forse questa una delle immagini più belle prima ancora che il concerto inizi: gli Evanescence non appartengono soltanto a chi li ha scoperti vent’anni fa, perché nel frattempo la loro musica ha continuato a trovare nuove persone, nuove storie e nuovi modi di essere vissuta.
La data bolognese è l’unico appuntamento italiano del tour mondiale 2026 e prima di loro il palco accoglie le britanniche Nova Twins e Poppy, che accompagnano gli Evanescence nelle date europee.
Poi l’attesa finisce davvero, le luci si abbassano completamente e basta il primo colpo di batteria per capire che quello che fino a quel momento avevamo immaginato non rende minimamente l’idea.
Quando il rock non si ascolta, ma vibra
I bassi non si limitano a uscire dagli amplificatori, rimbombano nel petto. La chitarra vibra, la batteria attraversa l’arena e il suono diventa qualcosa di fisico, quasi impossibile da tenere a distanza, mentre intorno la gente comincia a saltare ancora prima che arrivino le prime strofe.
Sanctuary apre la scaletta e porta immediatamente il concerto nel presente degli Evanescence, seguita da Tell Me When You’ve Had Enough, Afterlife e Rapture: quattro brani che appartengono alla loro produzione più recente e che chiariscono fin dall’inizio come questa non sia una band arrivata fin qui per limitarsi a celebrare ciò che è stato.
Tre mesi fa gli Evanescence hanno pubblicato Sanctuary, il nuovo album arrivato dopo oltre tre anni di lavoro, un disco che Amy Lee ha descritto come uno spazio nel quale trasformare ciò che appare sbagliato e fuori controllo in speranza attraverso la musica e la connessione con gli altri. È significativo che il concerto inizi proprio da qui: prima di guardare indietro, gli Evanescence vogliono mostrare chi sono oggi.
Poi arriva Going Under, e a quel punto passato e presente smettono definitivamente di essere due cose separate.

«Buonasera Bologna»: la prima volta non si dimentica
«Buonasera Bologna».
Bastano poche parole di Amy Lee perché l’arena risponda con un boato, ma quello che arriva subito dopo rende il momento ancora più particolare: per la band questa è la prima vera volta a Bologna, e Amy promette che sarà una serata che non dimenticheranno.
La sensazione, mentre il concerto procede, è che difficilmente riusciremo a dimenticarla anche noi.
Sul palco gli Evanescence hanno perfettamente quell’aura da vampiri gotici che ci si aspetterebbe da loro, ma senza che sembri mai una maschera costruita per l’occasione. Accanto ad Amy Lee ci sono Tim McCord alla chitarra, Troy McLawhorn alla chitarra, Emma Anzai al basso e ai cori e Will Hunt alla batteria, musicisti che contribuiscono a costruire quella massa sonora enorme sulla quale la voce di Amy riesce, incredibilmente, a salire ancora più in alto.
Ed è proprio qui che nasce una domanda destinata a tornare per tutta la sera: come può una voce del genere uscire da un essere umano?
Amy Lee, tra gli angeli e gli inferi
Perdonatemi almeno questa, perché davanti a una voce come quella di Amy Lee diventa difficile mantenere qualsiasi forma di compostezza.
Ci sono cantanti tecnicamente straordinari e poi ci sono voci che sembrano possedere qualcosa di inspiegabile, capaci di raggiungere certe note senza dare l’impressione di doverle inseguire, lasciandole invece arrivare nell’arena con una naturalezza quasi inquietante.
Quella di Amy sembra provenire direttamente dagli angeli o dagli inferi, e forse il punto è proprio non riuscire a capire da quale dei due posti arrivi.
C’è qualcosa di soprannaturale nel modo in cui alcune note superano il rumore delle chitarre e della batteria, attraversano l’arena e arrivano dritte al cuore, ma ce ne sono altre che sembrano andare persino oltre, perché non le senti semplicemente nelle orecchie: hai quasi la sensazione che parlino direttamente a una parte molto più profonda di te.
E quando una voce riesce a fare questo dopo più di vent’anni di carriera, la tecnica da sola non basta più a spiegarla.
Un pianoforte, migliaia di persone e improvvisamente l’intimità
Poi Amy si siede al pianoforte e succede una delle cose più affascinanti di un concerto degli Evanescence: uno spettacolo che fino a pochi istanti prima sembrava capace di far tremare fisicamente l’Unipol Arena riesce improvvisamente a diventare intimo.
Con Lithium e Like You il pianoforte prende spazio e il contrasto è meraviglioso, perché non si capisce bene come qualcosa possa essere contemporaneamente così delicato e così profondamente rock.
La voce di Amy non ha più bisogno di combattere con il muro sonoro della band, rimane più scoperta e proprio per questo arriva ancora più forte. Migliaia di persone sono intorno a lei, eppure per alcuni istanti sembra quasi di assistere a qualcosa di privato, come se quel pianoforte avesse ristretto un’arena intera fino alle dimensioni di una stanza.
Poi Self Destruct e Calm Down riportano il concerto verso la sua componente più potente e il viaggio riprende, senza che quella fragilità scompaia davvero.
Perché negli Evanescence le due cose hanno sempre convissuto: la forza e la vulnerabilità, il rumore e il silenzio, la rabbia e una malinconia che non ha mai avuto paura di mostrarsi.

Vent’anni di The Open Door e una canzone che Bologna conosce a memoria
«Quest’anno è particolarmente speciale».
Amy Lee introduce così uno dei passaggi più importanti della serata, ricordando i vent’anni dal secondo album degli Evanescence, The Open Door, pubblicato nel 2006 e oggi celebrato con un’edizione per il ventesimo anniversario.
Da quel disco arriva Call Me When You’re Sober e non c’è praticamente bisogno che Amy la canti da sola, perché Bologna la conosce a memoria e la canta tutta.
Ci sono brani che restano legati a un periodo preciso della vita e altri che riescono a sopravvivere al tempo fino a diventare patrimonio condiviso di chi li ha ascoltati allora e di chi li ha scoperti molto dopo. Call Me When You’re Sober appartiene alla seconda categoria e sentirla gridare da un’arena intera, vent’anni dopo la sua pubblicazione, restituisce perfettamente la misura di quanto gli Evanescence abbiano lasciato un segno.
E non c’è la sensazione di assistere a una celebrazione nostalgica, c’è piuttosto la consapevolezza che quelle canzoni non hanno mai smesso di appartenerci.
Fuoco, fiamme e creature sospese
Con Beautiful Lie lo spettacolo cambia ancora pelle. La band si solleva su alcune piattaforme, le luci trasformano completamente la scena e il palco assume qualcosa di irreale, mentre la potenza visiva si somma a quella sonora fino a rendere difficile capire dove finisca il concerto e dove cominci una specie di rappresentazione gotica.
Ancora una volta viene da domandarsi: angeli o demoni? A questo punto non importa più.
Ci sono il fuoco, le fiamme, le chitarre e una band che sembra perfettamente a proprio agio dentro questa dimensione oscura e teatrale. Wasted on You prosegue il viaggio, mentre con Forever Without You Amy torna al pianoforte e dimostra ancora una volta quanto gli Evanescence siano capaci di passare dall’esplosione alla delicatezza senza che il concerto perda mai la propria identità.
Il palco può letteralmente prendere fuoco e pochi minuti dopo bastano una donna, un pianoforte e una voce per riempire lo stesso spazio.

Poi arriva Bring Me to Life
Ci sono canzoni per le quali non serve un’introduzione. Bastano le prime note, basta una sola nota.
Quando parte Bring Me to Life, descrivere razionalmente quello che succede all’Unipol Arena diventa quasi impossibile, perché improvvisamente vent’anni di ricordi, ascolti, adolescenze, cuffiette, videoclip e parole cantate migliaia di volte sembrano ritrovarsi tutti nello stesso momento. L’emozione è indescrivibile.
La canta chi seguiva gli Evanescence all’inizio degli anni Duemila, la canta chi li ha scoperti anni dopo, la cantano genitori e figli, e forse è proprio guardando il pubblico che si capisce davvero cosa significhi attraversare più di due decenni senza diventare semplicemente “la band di una volta”.
Bring Me to Life non arriva come il reperto di un’epoca passata, rriva viva e fortissima. Bologna esplode.
Vent’anni di storia, ma gli Evanescence guardano ancora avanti
Dopo Imaginary e Better Without You, la scaletta continua a intrecciare passato e presente con About Us, dimostrando ancora una volta che gli Evanescence non hanno alcuna intenzione di costruire un concerto soltanto sui ricordi.
È forse questa una delle cose più interessanti dell’intera serata: i classici non schiacciano i nuovi brani, e le canzoni più recenti non sembrano pause obbligatorie nell’attesa delle hit. Tutto appartiene allo stesso universo sonoro, anche se quell’universo ha continuato a cambiare nel corso degli anni.
La formazione stessa ha attraversato numerose evoluzioni, ma Amy Lee ne rimane il cuore creativo e la voce immediatamente riconoscibile, quella che nel 2003 contribuì a rendere Fallen un fenomeno mondiale in un panorama rock allora dominato soprattutto da formazioni maschili.
Vent’anni dopo, però, guardare soltanto a Fallen significherebbe raccontare una parte troppo piccola della loro storia.
Poppy raggiunge Amy Lee e il palco cambia ancora una volta
Poi arriva uno di quei momenti che riescono a sorprendere anche all’interno di un concerto già costruito per non lasciare tregua. Per End of You torna sul palco Poppy.
Il brano nasce dalla collaborazione tra Poppy, Amy Lee e Courtney LaPlante e dal vivo l’incontro tra Amy e Poppy è semplicemente magnetico. Due presenze diversissime, due modi di stare sul palco che sembrano provenire da mondi differenti e che invece, una volta messi uno accanto all’altro, funzionano in maniera quasi naturale.

Wow.
Anzi, wow, wow, wow.
A volte non serve trovare una definizione più sofisticata, perché ci sono momenti in cui l’impatto visivo e vocale parla molto meglio di qualsiasi tentativo di analisi.
Subito dopo Who Will You Follow riporta al centro gli Evanescence di oggi e prepara lentamente il terreno per quello che sarà il momento emotivamente più difficile della serata.
Perché prima, però, Amy vuole presentare le persone che sono state con lei sul palco.
«L’onore più grande è condividere il palco con voi»
Amy Lee presenta la band e, dopo quasi un concerto intero trascorso a guardare questi musicisti costruire intorno alla sua voce un muro di suono, sentirne pronunciare uno per uno i nomi rende ancora più evidente quanto gli Evanescence siano un lavoro collettivo.
«L’onore più grande è condividere il palco con voi. Grazie ragazzi».
Non è una frase detta distrattamente tra una canzone e l’altra, perché si percepisce quanto Amy riconosca il valore delle persone che le stanno accanto e quanto quella potenza che abbiamo ascoltato per tutta la sera nasca proprio dal loro incontro.
Poi lo sguardo si sposta dal palco verso l’arena, verso di noi.
«We love you more than words can say».
Amy ricorda che tutto questo non sarebbe stato possibile senza le persone che continuano a esserci, senza chi li ha seguiti vent’anni fa e chi è arrivato ieri, senza quelle magliette vecchie e nuove che avevamo visto all’inizio della serata.
E a quel punto si siede di nuovo al pianoforte.

My Immortal: a volte piangere è l’unica recensione possibile
Le prime note di My Immortal sono sufficienti, non serve altro.
Dopo il rumore, il fuoco, le piattaforme, le chitarre e una scaletta che fino a quel momento ha continuamente alternato potenza e fragilità, Amy Lee rimane al pianoforte e tutto sembra fermarsi.
La sua voce attraversa l’arena in un modo che è difficile raccontare senza cadere nella retorica, perché alcune canzoni finiscono per appartenere a così tante vite diverse che non puoi sapere che cosa stiano risvegliando nella persona accanto a te.
Io so soltanto che ho pianto. Poi ho girato lo sguardo e ho capito di non essere l’unica.
Ed è forse questa l’immagine che più di tutte rimane della serata: migliaia di persone che hanno storie completamente diverse, età diverse, motivi diversi per trovarsi lì e che per qualche minuto vengono raggiunte nello stesso punto da una voce e da un pianoforte.
Amy, poco prima, aveva invitato tutti a guardarsi intorno e a ricordare che non siamo soli, che qualunque cosa stiamo vivendo la stiamo attraversando insieme e che anche ciò che sembra spaventoso o impossibile può condurci dall’altra parte, in una parte migliore di quello che stiamo vivendo ora.
Durante My Immortal, quelle parole acquistano improvvisamente un significato molto concreto, perché ti guardi davvero intorno e scopri che non sei sola.
Quel qualcosa che non sappiamo spiegare
Che dire.
Forse alla fine la domanda rimane la stessa che accompagna tutto il concerto: che cosa c’è davvero nella voce di Amy Lee?
Non so se quella voce da sirena venga da un luogo luminoso oppure da qualcosa di molto più oscuro, ma dopo una serata così l’unica conclusione possibile è che appartenga a un essere almeno un po’ soprannaturale.
Perché sono passati più di vent’anni da quando gli Evanescence hanno conquistato il mondo con Fallen, eppure Amy riesce ancora a sedersi davanti a un pianoforte e far piangere un’arena intera, per poi rialzarsi, tornare in mezzo alle chitarre e raggiungere note che sembrano tagliare il rumore e arrivare direttamente dentro di noi.
Gli Evanescence hanno costruito la loro musica proprio su questi opposti: il pianoforte e le distorsioni, la fragilità e la rabbia, il buio e la luce, ciò che fa paura e ciò che riesce a salvarci.
Forse è per questo che ieri sera c’erano fan storici accanto a una nuova generazione, genitori con i figli e figli con i genitori, perché certe canzoni crescono insieme a noi, ma non invecchiano necessariamente con noi, e certe voci, inspiegabilmente, continuano ad arrivare dritte all’anima.
a cura di
Maria Giulia Lapenna
foto di
Mirko Fava





























