Presentata a Roma in conferenza stampa la nuova serie tv “The Greatest”: un ritratto intimo del campione che ha cambiato lo sport e la storia, tra la preparazione atletica di Jaalen Best e le memorie di Roma 1960.
Non il mito irraggiungibile nel momento massimo della sua gloria, ma l’uomo, il ragazzo timido, l’attivista e il gigante fragile che muoveva i primi passi verso un destino inevitabile: è questa la prospettiva inedita al centro di The Greatest, la prima serie televisiva scripted autorizzata sulla vita di Muhammad Ali, presentata oggi in conferenza stampa. La serie arriverà dal 4 novembre su Prime Video con otto episodi.

Prodotta con lo straordinario contributo e la supervisione della moglie Lonnie Ali (in veste di executive producer), la serie vede come showrunner, regista e sceneggiatore Ben Watkins, affiancato sul set da Jaalen Best (nei panni di Muhammad Ali) e Giovanni Ribisi (nei panni dello storico allenatore Angelo Dundee).
Ecco di seguito ciò che è emerso alla conferenza stampa a cui noi di The Soundcheck abbiamo avuto il piacere di partecipare.
Jaalen, Interpretare Muhammad Ali è una grande responsabilità. Come ti sei preparato, non solo per le scene di boxe, ma anche per gestire l’aura di un uomo così “larger than life”?
Jaalen Best: È stata una grande responsabilità nonché un grande onore. Per prepararmi, in particolare, ho letto interviste e storie di persone che l’hanno davvero conosciuto per capire chi fosse al di là della leggenda, sopratutto sua moglie Lonnie Ali, che è anche executive producer del progetto. Quando interpretavo le scene e ne era soddisfatta veniva da me e mi diceva: “Sì!! Faceva proprio così!”
Giovanni, Angelo Dundee è stato con lui per oltre 20 anni. Come ti sei approcciato a un personaggio così?
Giovanni Ribisi: Il “commitment” e la dedizione totale all’opera da parte di Jaalen Best sono stati per me la principale fonte di ispirazione per entrare nel personaggio e iniziare a costruirlo a partire dal mio rapporto con lui. Ricordo una scena in particolare: lui era sul ring e la scena prevedeva che io rimettessi Muhammad Ali in contatto con la serietà della situazione. Ci guardammo e ci sorridemmo a vicenda, un gesto “insignificante” all’apparenza ma cruciale per descrivere il rapporto di complicità tra i due. Non ho voluto imitare Angelo Dundee, bensì incarnarlo. A un certo punto devi liberarti della storia pura e accogliere quella del progetto che stai realizzando. In questo settore abbiamo una responsabilità e mi rendo conto che in questa performance c’è un elemento chiave: l’autenticità è venuta fuori dal rapporto e dalla fiducia reale che si è creata tra noi sul set”.
Ben, ci sono tanti documentari e film su Muhammad Ali. Qual è stata la tua visione specifica e cosa puoi raccontare di differente?
Ben Watkins: Quando ho deciso di raccontare questa storia, sapevo che sarebbe stata diversa. L’intenzione era far vedere qualcosa di più intimo. Molte persone pensano a Muhammad Ali solo come a una leggenda, a un eroe nel suo “prime”, e, così, dimenticano che è stato prima di tutto un essere umano, disconnettendosi dunque dalla realtà. Molto spesso, infatti, si perde la concezione di lui come persona che ha iniziato qualcosa senza sapere come si facesse.
Ben, hai scoperto qualcosa che non sapevi di lui e che hai voluto inserire nella serie?
Ben Watkins: Sì, ad esempio i dettagli: come metteva la mostarda nell’hamburger quando mangiava, quanto fosse timido da ragazzo e quanto fosse personale il rapporto con sua madre e suo padre. Scoprire cose così intime è stata una grande fonte di ispirazione. Più si avvicinava al suo sogno, tanto più ricordava che chi l’aveva preceduto non ne aveva avuta la possibilità. Era un essere umano, un ragazzino che stava cercando di diventare un uomo.
Che ruolo gioca la vittoria a Roma nel 1960 della medaglia d’oro all’interno del racconto?
Ben Watkins: In fase di sceneggiatura, quando abbiamo rievocato la sua vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, la prima immagine che mi è venuta in mente è stata il Colosseo. Quando arrivi a Roma e vedi questi monumenti, ti rendi conto di quanto siano permanenti. Puoi immaginare la gente che viveva lì secoli fa e capire come un giovane Cassius Clay potesse desiderare qualcosa di altrettanto duraturo per la propria vita: era il suo modo di presentarsi al mondo. Inoltre, proprio a Roma scopre un aspetto per lui rivoluzionario: vede bianchi e neri pregare insieme nella stessa chiesa, senza la segregazione a cui era abituato in America. Parlare con suo fratello di quell’esperienza ci ha confermato quanto quell’Olimpiade gli abbia aperto gli occhi sulle sue potenzialità, spingendolo, una volta tornato a casa, a combattere per una società interconnessa che valorizzasse i punti in comune anziché le differenze.
a cura di
Michela Besacchi

