In sala dal 1 ottobre, distribuito da Plaion, arriva il film che porta fino al grande pubblico il mondo delle arti marziali miste. Prodotto in collaborazione con ONE Championship, importante organizzazione singaporiana del settore, “Beast” vanta la partecipazione di Russell Crowe (anche co-sceneggiatore), Luke Hemsworth e Daniel MacPherson
A cinquant’anni precisi dalla sua uscita, Rocky è considerato il blue print definitivo per qualunque opera che mescoli dramma sportivo e personale. Allo stesso tempo, rappresenta tuttavia un’eredità ingombrante ed esigente con cui confrontarsi e nei confronti della quale gli stessi sequel hanno riportato diverse difficoltà. Beast si dimostra consapevole di ricalcare pedissequamente queste importanti orme, declinandole nel mondo della arti marziali miste o MMA.
La trama risulta molto semplice e basica: Patton James (Daniel MacPherson) è stato il lottatore dominante, il più forte della categoria dei pesi medi della MMA, ma la sua carriera si è interrotta bruscamente. Dieci anni dopo, lavora umilmente come pescatore e, su richiesta della moglie, ha smesso di combattere. Al tempo stesso, si è anche allontanato dal fratello minore Malon, che ha seguito le sue orme e alla cui carriera Patton assiste da lontano.
Il passato ritorna, però, e l’infortunio di Malon riportato in un incontro con Xavier Grau (campione quasi imbattuto e sua ex nemesi) metterà in moto la macchina che costringerà quest’ultimo a tornare sull’ottagono. L’atleta deve ricostruirsi sia fisicamente che mentalmente, e riallacciare i rapporti recisi anni prima – in particolare quello con il suo vecchio allenatore Sammy (Russell Crowe) – per ritrovare un’occasione di riscatto personale e famigliare.

Lotta interiore
Il motore di Beast, rispetto a quello della lotta, si incentra principalmente sui rapporti tra i personaggi, esplorando in particolare le dinamiche famigliari, la sofferenza interiore e l’espressione di sé. Il protagonista non si sente ingabbiato quando si trova nell’effettiva cage, ma nella repressione della parte di sé che vuole combattere: la bestia che risiede dentro di sé (la beast del titolo).
La famiglia è fonte di forza, ma contemporaneamente un punto di contrattazione inevitabile. La moglie è assolutamente contraria al mondo violento del marito, ma, al contempo, è consapevole che esso è parte del suo essere, mentre Patton vuole tenere fede alla promessa che le ha fatto, nonostante il richiamo della gabbia vada oltre il ricco premio in denaro promessogli per scontrarsi di nuovo con Xavier Grau.
Anche il rapporto con il fratello si dimostra interrotto e conflittuale, con emozioni forti imbottigliate e pronte a fuoriuscire in modo esplosivo. Malon è un lottatore arrogante, un pavone che sembra indirizzato verso una spirale autodistruttiva, ma, al contempo, è un ragazzo messo da parte che vuole richiamare l’attenzione in tutti i modi. Il rapporto schivo tra i due amplifica i sensi di colpa del nostro protagonista, che si è distaccato da sé stesso.
Patton è, inoltre, un personaggio che esplora le contraddizioni della mascolinità contemporanea. L’immagine che vuole proiettare è quella di un protettore, un uomo forte e responsabile che provvede alla sua famiglia e non si mette mai nei guai, guidato da un forte senso di lealtà e di onore. Al contempo, le crepe e le fragilità al di sotto si mostreranno sempre più nel corso del film, emergendo in particolare in quel senso di insoddisfazione che lo assilla e nel desiderio di recuperare la bestia che è stato. La sua vera dimensione.

Sudore e sangue
Le riprese della pellicola hanno richiesto sette settimane (suddivise però in diversi mesi), secondo tre tronconi basati sulle ambientazioni principali: le parti drammatiche, le scene di allenamento nella palestra di Sammy e quelle incentrate sui combattimenti. Le ultime due, girate per prime tra Australia e Thailandia, hanno richiesto in totale diciassette giorni. Per riprendere gli incontri, la produzione ha collaborato con ONE Championship, organizzazione singaporiana di MMA (nonché la più importante del settore in Asia).
La scelta di spostare la storia in Australia (rispetto agli Stati Uniti, dove era prevista inizialmente) enfatizza tematicamente la ricerca di maggiore visceralità e realismo che Beast vuole restituire. Merito degli sceneggiatori, David Frigerio e lo stesso Russell Crowe, che hanno scritto attraverso una sessione di due settimane a stretto contatto, ma anche del regista scelto.
Tyler Atkins, infatti, ha conosciuto una prima notorietà come concorrente e primo vincitore del reality The Amazing Race Australia, dove ha mostrato le sue doti da surfista. Negli anni è poi passato alla sceneggiatura e alla regia cinematografica, facendosi notare con il suo esordio Bosch & Rockit (Ocean Boy il titolo internazionale), basato in parte su esperienze autobiografiche.
Da quest’ultimo, Atkins riprende una ricerca di immersione nel sudore e nello sforzo fisico: i combattimenti risultano sicuramente spettacolari per il pubblico, ma il punto di vista privilegiato dello spettatore permette di percepire la fatica e la tensione muscolare. La regia e il montaggio si avvicinano all’approccio usato da Coogler nei capitoli di Creed da lui diretti, in cui lo scontro è sia fisico che psicologico. Inoltre, anche estrazione dalla classe operaia del protagonista è molto importante per Atkins, come espresso dalle sue stesse parole.
“Certo, Una faccia piena di pugni è stata una grossa ispirazione, un film pieno di cuore. E naturalmente, Rocky è il modello di storia di un underdog. Mi piacciono anche film emotivi come “Paper Moon – Luna di carta” e “Fronte del porto”. Questo è ciò che cercavo – anima e cuore. Allo stesso tempo, volevo che “Beast” fosse sentito come autentico, reale.”

Corpi in lotta, emozioni in guerra
Il nome di punta della campagna marketing è sicuramente quello di Russell Crowe. Il suo personaggio omaggia la tradizione di allenatori anziani, rudi nei modi ma dal cuore grande, il cui più memorabile è certamente il Mickey di Burgess Meredith – sempre per riprendere i paralleli con Rocky. Crowe cerca di conferire al suo personaggio tridimensionalità in scrittura, ma l’apporto sullo schermo finisce per risultare piuttosto ridotto e i conflitti con il protagonista non presentano il respiro necessario per risolversi in maniera organica.
Xavier Grau, invece, si dimostra decisamente più riuscito. Dal punto di vista fisico, Bren Foster garantisce una certa minacciosità e un valore atletico credibile (nella vita reale è cintura nera di taekwondo e brazilian jiu jitsu). Dal punto di vista psicologico, si cala in modo efficace nel ruolo di nemesi del protagonista, provvedendo a colpirlo sia fisicamente che a parole. Insomma, un cattivo che non vediamo l’ora che venga sconfitto sull’ottagono!
Il nemico più corporativo, il manager Gabriel Stone (Luke Hemsworth, già protagonista di Bosch & Rockit con Atkins), è invece funzionale alla messa in moto degli eventi, ma si dimostra decisamente monodimensionale e piuttosto di sfondo col proseguire della storia. Anche i comprimari di Patton paiono non presentare la spinta necessaria per reggere la scena con continuità, apparendo più come contraltari necessari per offrire al nostro eroe qualcuno con cui parlare quando non deve combattere, piuttosto che veri personaggi a tutto tondo.
A proposito di Patton: Daniel MacPherson si dimostra un protagonista funzionale, non rivoluzionario per il genere, ma ben inquadrato nella sua interpretazione. Il suo volto riesce a racchiudere in sé la doppia anima di questo atleta dagli occhi spalancati, apparentemente pronti a uscire dalle orbite nei momenti di massima concitazione. Per il ruolo, MacPherson ha compiuto una trasformazione fisica impressionante, guadagnando dieci chili di muscoli in mesi di allenamento.
“Se respiro posso pensare, se posso pensare posso vincere”
La promozione ha scelto di concentrarsi sulla componente dei combattimenti, promettendo un’enorme spettacolo in tal senso. Da questo punto di vista, la pellicola raggiunge sicuramente quanto promesso, ma per arrivarci è necessario affrontare una parte centrale che stiracchia le premesse iniziali, decisamente priva di quella forza di scrittura presente in personaggi di film ben più riusciti. Motivazione che porta lo spettatore a desiderare che si arrivi ad assistere alle mosse e agli scontri di MMA quanto prima.

Beast è un racconto che vuole parlare di riscatto, integrità ed espressione positiva della mascolinità attraverso il sudore e il dolore della fatica sportiva, mescolati alla lotta della quotidianità. Una strada battuta già da molti altri film, che non incontrerà qui una rivoluzione. L’approccio è quello di fornire gli ingredienti di richiamo per il pubblico e in questo il film, nonostante un equilibrio non proprio impeccabile, dimostra un’onestà rispettabile.
Beast è in sala da oggi, 1 ottobre, distribuito in Italia da Plaion Pictures.
a cura di
Luca Murgia

