Milano Film Fest: le due giornate finali del Festival, tra premiazione, red carpet ed eventi speciali 

Il Milano Film Fest è il primo festival del capoluogo lombardo sul cinema e sul settore audiovisivo, tenutosi in città dal 3 all’8 giugno. Organizzato dall’omonima Fondazione, l’evento si è avvalso della direzione artistica di Claudio Santamaria e di Manuel Agnelli in qualità di music supervisor. 

La I edizione del Milano Film Fest si è da poco conclusa e, nelle giornate finali di sabato 7 e domenica 8 giugno, ci ha regalato non poche emozioni, tra proiezioni in anteprima assoluta, eventi speciali e tanti momenti memorabili, assolutamente degni di nota. 

Ma quali sono stati i momenti più significativi?
Scopriamoli insieme! 

Cut: “Il Gattopardo”

All’Anteo Palazzo del Cinema, alle ore 11:00, si è tenuto il Panel su Il Gattopardo, presentato da Marina Pierri e avente come ospiti Fabrizio Donvito (co-CEO di Indiana Production e produttore della serie), Daniel Campos Pavoncelli (partner e produttore della serie), Irene Magrelli (development executive per Il Gattopardo), Astrid Meloni (attrice di Maria Stella Corbera di Salina). 

L’incontro, incentrato sulla celebre serie Netflix, ci ha condotto in un viaggio a ritroso alla scoperta delle origini di Indiana Production, nata a Milano nel lontano 2005 dall’unione di diverse persone tutto fuorché lombarde (Fabrizio Donvito, Marco Cohen, Benedetto Habib, Karim Bartoletti e Daniel Campos Pavoncelli), ma che, trovandosi lì, decisero di dare vita a questa realtà.

Essa prende origine da una lunga esperienza pubblicitaria: il guadagno ricavato dalla pubblicità veniva reinvestito nel cinema. Questo differente approccio ha avvicinato maggiormente la casa di produzione a diverse realtà, come quella editoriale, evidente nel caso de Il Gattopardo con la cessione dei diritti da parte di Feltrinelli, ed una internazionale. 

Parlando dell’esperienza rappresentata da questa serie tv, gli ospiti si sono detti onorati di aver fatto parte di un progetto così grande e longevo, avuto inizio ben 10 anni fa! Catapultati all’interno di una macchina caratterizza da forza, passione e “desiderio di fare bellezza”, cosa che capita raramente. 

L’idea di trasporre il romanzo in una serie tv nasce in Georgia, durante la prima campagna di Donald Trump, dalla volontà dei produttori di raccontare un’importante storia italiana che potesse coinvolgere il pubblico, seguendo il fenomeno di The Crown. 

Rileggendo il romanzo hanno scovato diverse linee narrative di grande interesse e, mettendo da parte l’opera senza tempo di Visconti, hanno deciso di dare spazio ad esse, ottenendo i diritti e lavorando sui partner e sulle risorse da utilizzare. 

L’ambizione era alta: Donvito e Pavoncelli hanno dovuto cercare professionisti che condividessero la loro visione, trovando in Richard Warlow una figura adatta non solo in quanto fan del romanzo, ma anche per l’idea di sceneggiatura da portare avanti, partendo dal personaggio di Concetta. Il quale, come quello della Principessa, è stato estremamente ampliato proprio partendo dal suo rapporto con Don Fabrizio, che in un passaggio del romanzo afferma di considerarla la sua figlia prediletta, molto simile a lui (come anche Tancredi) e “una vera Salina”.

L’efficacia della scrittura sta tutta qui: far emergere un personaggio secondario, donando uno sguardo maggiormente femminile – e contemporaneo – alla vicenda narrata. La quale viene raccontata in modo esaustivo nell’arco dei sei episodi della serie tv, genere congenialmente scelto proprio per questo motivo. 

Il secondo momento di svolta è arrivato nel 2020, con il cambio di gestione di Netflix. Fino a quel momento Indiana aveva infatti investito nel progetto da sola e unicamente quell’anno ha ricevuto la chiamata da Andreatta, che affermava di volere Il Gattopardo come opera di punta per il famoso broadcaster. A quel punto tutto si è velocizzato e questa collaborazione ha comportato un innalzamento dell’asticella sia dal punto di vista del mercato internazionale, sia dal punto di vista qualitativo. 

La parola è passata poi ad Astrid Meloni, che ha parlato del lavoro fatto sul suo personaggio e speso parole di miele su Tom Shankland, che ha sempre avuto uno sguardo attentissimo verso gli attori. Dopo aver letto il romanzo e la sceneggiatura, Astrid si è infatti confrontata con il regista, che le ha spiegato che Maria Stella Corbera di Salina è un po’ l’ago della bilancia della famiglia, colei che osserva tutto e tiene in equilibrio tutto ciò che si poteva squilibrare. 

“Ho pensato che Maria Stella guardasse in un modo particolare, una figura silente ma sempre presente. Un personaggio in grado di spiegare alcune cose sulla vita anche a Don Fabrizio, in maniera mai diretta, ma dolce. In modo estremamente intelligente e puntuale. Mi sono affidata anche ai costumi, diventando quel personaggio indossandoli. Strati e strati che mi hanno aiutato a mantenere quella distanza empatica dalle cose, che caratterizza la Principessa. Così come il suo essere madre. Sono piccoli miracoli: lo sguardo del regista, il costume che metti indosso.”

Astrid Meloni 

L’accurata ricostruzione storica è un altro  elemento vincente de Il Gattopardo, ottenuta grazie all’amore nutrito da Richard Warlow e Tom Shankland per quest’opera, estremamente divertente e contemporanea. Il secondo, in particolare, era figlio di un professore di letteratura italiana e parla la nostra lingua. Si è quindi cercato di ricreare insieme l’ambientazione del tempo, attraverso studi, ricerche e la consulenza di esperti storici riguardo il cibo e i costumi dell’epoca. 

La serie è stata girata tutta in location, nel luglio palermitano (complice anche la promessa fatta a Gioacchino Lanzi Tomasi) e con i costumi estivi del 1860. Per quanto riguarda la lingua, essendo i copioni in inglese, è stato fondamentale il coinvolgimento di tre traduttori, che avevano precedentemente lavorato non tanto su prodotti televisivi, quanto su quelli letterari. Questi ultimi hanno svolto una ricerca accurata sul linguaggio del tempo, variabile in base ai differenti interlocutori (cosa non seguita con esattezza da Lampedusa nel libro) e caratterizzanti la classe sociale dei personaggi stessi. 

Le proiezioni imperdibili del weekend conclusivo: “Girls on Wire”, “Marmelade” e “Hey Joe”

Nel weekend conclusivo abbiamo assistito anche ad alcune proiezioni memorabili, in anteprima e non. 

Il primo film decisamente degno di nota è Girls on Wire, che ha ricevuto la menzione speciale alla serata di premiazione di sabato per “l’efficacia di una narrazione che si muove su due diverse linee temporali e la forza del racconto metacinematografico, che ci mostra sequenze splendide interpretate con intensità dalla protagonista Haoucun Liu”.

La trama ruota infatti attorno al legame di due cugine che, cresciute come sorelle, hanno alle spalle un’infanzia difficile, caratterizzata da una drammatica situazione familiare che, col tempo, finirà per peggiorare, portando al tracollo della famiglia stessa. 

Tuttavia questo primo accenno alla trama non basta per spiegare la potenza di Girls on Wire, un noir estremamente metaforico e complesso che gioca con le sue linee temporali, rivelandoci man mano questa tragica storia di vita. 

Sul finale il tempo si riavvolge, in un giro di giostra che appare infinito. E Fang Di torna in quei luoghi che tanto ha amato ed odiato, per lasciarseli un’ultima volta alle spalle. 

Una pellicola che gioca con i suoi colori (la sequenza rosso acceso iniziale della prigionia) e vive di simboli. Come la contemplazione di un’ultima alba, che – per un istante – illude della speranza di una nuova vita, insieme. O la figura del corvo, che ha in sé una contraddizione: un uccello visto come portatore di sfortuna, ma che vola in alto. Libero. 

Ho visto Marmelade a mezz’ora di distanza – ancora scossa dall’emozione e dall’estrema sensibilità che solo una buona pellicola asiatica può offrire – e mi sono trovata davanti ad un’opera di tutt’altro tipo. Un film dall’umorismo scanzonato (complice anche la prova attoriale dell’esilarante coppia formata da Joe Keery e Aldis Hodge) e da una regia frizzante, che, proprio quando sembra non aver più nulla da dire, riesce a sorprenderci, prendendo una piega diversa e rimescolando le carte. Ricomponendo pian piano il puzzle, pezzo dopo pezzo, e mostrandoci tutti gli elementi mancanti. Svelando, davanti ai nostri occhi, la tela tessuta in silenzio, fino a quel momento. 

Nella mattinata di domenica è stato invece proiettato Hey Joe, che racconta le vicende di un soldato americano ritornato a Napoli negli anni ‘70, dopo la guerra in Vietnam, alla ricerca del figlio mai conosciuto. La pellicola affronta tematiche quali la paternità e lo scontro tra codici, appartenenti a due nazionalità e a due epoche diverse. Quelli di Dean e di Enzo, che comunicano senza capirsi, entrambi vittime di culture differenti, che li porteranno a separarsi inesorabilmente. 

Al termine della proiezione hanno preso la parola James Franco (attore protagonista del film) e il regista Claudio Giovannesi, che hanno risposto a diverse domande, più o meno tecniche. Come quella riguardante il tono dominante del blu, tipico delle pellicole Ferrania degli anni ‘70 (epoca di ambientazione del film), ricreato attraverso il colore dei vestiti, degli interni e del mare. 

O quella riguardante la scelta di James Franco, grande attore e regista. Il quale ha parlato di questo progetto (come di altri, quale The Disaster Artist) come di un dono e rivelato di essersi convinto a lavorare con Giovannesi diverso tempo prima, dopo aver visto un film consigliatogli da Sean Baker, La Paranza dei Bambini, affascinato dalla capacità del regista italiano di “rendere reale ciò che riprende”. 

Il quale ha cercato di riprodurre la realtà, assumendo dei veri e propri contrabbandieri nei panni di loro stessi e ricreando un mondo il più possibile verosimile. Lavorare su un’epoca contemporanea è sicuramente più semplice, anche per quanto riguarda gli elementi spaziali e scenografici che ci circondano; mentre, quando si parla di film ambientati nel passato, bisogna star attenti a tutti i dettagli. Cosa accaduta con The Deuce di David Simon (dove comunque alcuni elementi sono ricreati in CGI), per cui si era preparato guardando opere come Taxi Driver – ed accorgendosi, tuttavia, di come queste pellicole fossero figlie del loro tempo, senza che la produzione ricreasse l’epoca di ambientazione. 

Per quanto riguarda Napoli, il vero problema  sono state le scene ambientate negli anni ‘40, poiché i Quartieri Spagnoli sono rimasti praticamente intatti tranne per il 1944, poiché sono stati fatti degli abusi. Le riprese sono quindi avvenute nel centro storico abbandonato di Taranto, la cui pavimentazione è stata ridipinta di nero. L’unico lavoro fatto sull’ambientazione di Napoli è stato quello di cancellare i 1500 motori dei condizionatori, che rappresentano un inquinamento visivo enorme. 

Per la scena della spedizione in mare aperto si è scelto di non girare a Malta e di non utilizzare i VFX, ma di “aspettare una tempesta”, facendo guidare il motoscafo a Franco (cosa che l’attore sapeva già fare dai tempi di Spring Breakers). 

Quest’ultimo parla poi del suo approccio al personaggio, rivelando che il lavoro che cerca di fare su di esso ogni volta – e che ha imparato interpretando James Dean – è sia esteriore che interiore. Per quanto riguarda l’italiano, l’attore rivela essere stato particolarmente difficile stabilirne il livello, poiché il ruolo presupponeva uno studio che andasse oltre quello da principiante (avendo l’uomo vissuto in Italia), ma che non raggiungesse quello di un madrelingua, avendo come obiettivo la comprensione e la comunicazione con il figlio. Egli ha poi cercato di capire come fosse la vita di un soldato americano nel nostro Paese e Giovannesi gli ha consigliato di leggere Napoli ‘44, che racconta appunto di questo. 

“La verità è che, nel momento in cui questa realtà è stata creata, l’attore deve portare in scena questa verità emotiva. E lì scatta la magia, poiché tutto diventa credibile.”

James Franco

L’aneddoto conclusivo è quello sulle entraîneuses, personaggi caratteristici di una Napoli di frontiera a metà tra il vecchio e il nuovo mondo, assidue frequentatrici dei night club. Per riprodurre quello scorcio di realtà è stata fatta tutta una ricerca da parte della troupe raccogliendo testimonianze proprio tra queste protagoniste (ormai anziane), che non parlano italiano, ma solo un dialetto strettissimo o l’inglese (caratteristica utilizzata anche per la ricerca di Bambi). 

La serata di premiazione 

Tappeto rosso, lustrini e tanto glamour! Le luci della ribalta sono puntate sulla serata di premiazione e le star sfilano sul red carpet, davanti alla piazza gremita di gente e ai fotografi (leggi qui il report e sfoglia la gallery). 

Alle 19:10 ha inizio, con lieve ritardo, l’evento: nella splendida cornice del Piccolo Teatro Strehler – ormai sede ufficiale del Milano Film Fest –  l’attesa è tanta e l’entusiasmo alle stelle. La conduzione della serata è lasciata a Giuseppe Scoditti che, tra qualche gaffe e scivolone, porta avanti la cerimonia in maniera egregia, divertendo ed intrattenendo il pubblico, senza annoiarlo mai. 

Durante la premiazione sono stati dichiarati i vincitori delle rispettive categorie e le motivazioni che hanno portato alla loro scelta. Ecco qui l’elenco completo: 

  • Premio al Miglior Lungometraggio del Milano Film Fest
    (euro 5.000, divisi equamente fra regista e produzione)
    AIMER PERDRE (HEADS OR FAILS) di Harpo Guit e Lenny Guit (86′ – Francia, Belgio – 2024);
  • Menzione speciale – Concorso Lungometraggi 
    GIRLS ON WIRE 
    di Vivian Qu (115’ – Cina – 2025); 
  • Premio al Miglior Cortometraggio del Milano Film Fest
    (euro 2.500, divisi equamente fra regista e produzione)
    ROCHELLE di Tom Furniss (21′ – Nuova Zelanda – 2024);
  • Gran Premio della Giuria – Concorso Cortometraggi
    SPINE
     di Kristina Panova (16′ – Russia – 2024);
  • Menzione speciale – Concorso Cortometraggi
    È SUCCESSO
     di Ezio Maisto (30′ – Italia – 2024).

Premi collaterali

  • Premio We Short Award
    DE SUCRE (MADE OF SUGAR) di Clàudia Cédo (25′ – Spagna – 2024);
  • Premio Miglior corto Sezione Academy
    PHARMAKON di Clara Rancatore (17’ – Italia – 2025);
  • Premio MyMovies
    RAANA di Ahmad Monajemisalekdeh (14’ – Iran – 2024);
  • Premio Miglior Supervisione Musicale
    Guillaume Clément per 
    BOLERO di Anne Fontaine (120′ – Francia, Belgio – 2024);
  • Premio Urban Vision – Premio Altre Prospettive
    40 ACRES di R. T. Thorne (113′ – Canada – 2024);
  • Premio In Sincrono Award
    DARDUST
    , per la colonna sonora MANI NUDE di Mauro Mancini.

Uno dei momenti più belli della serata ce lo ha regalato proprio Dardust, che si è esibito in una splendida performance al pianoforte e sequencer, accompagnato da due violini e un violoncello. Un mix di sinfonie ed immagini che, con Urban Impressionism, ha la capacità di trascinarci lontano, facendoci volare in alto oltre le pareti del soffitto ed uscire fuori, trasformandoci in qualcosa di completamente diverso. 

Arrivederci Milano Film Fest: il tributo a Enzo Jannacci 

Salutiamo il Milano Film Fest menzionando l’incredibile Tributo ad Enzo Iannacci, presentato domenica sera da due ospiti d’eccezione: Giorgio Verdelli e Paolo Jannacci. 

I quali, assieme ad alcuni ospiti, hanno parlato della figura poliedrica di Enzo, il grande artista dai mille volti (cantante, cantautore, cabarettista e medico). “L’unico vero grande artista italiano.” 

Attraverso i racconti intimi e gli aneddoti dei presenti, i videomessaggi e gli estratti del documentario – l’ultima scena della lettera di Jannacci letta da Vasco è letteralmente da brividi – cercano di ricomporre i pezzi di un ritratto frammentato, quello di una figura che presentava, al suo interno, un mondo intero. 

“Qualcuno ha detto che la verità è in fondo a un pozzo, ma sbagliava. Per qualcuno la verità è in fondo all’anima, e milioni di ragazzi lo capirono allora e continuano a capirlo.”

Enzo Jannacci, Lettera a Vasco Rossi 

Un momento di grande emozione, per ricordare insieme questo grande autore lasciandoci trascinare dagli emozionanti brani suonati, in sua memoria, proprio da Paolo. E sulle note de L’armando, Vincenzina E La Fabbrica, Io e Te, Vengo anch’io e quel “no tu no” urlato in coro, si conclude un evento unico, che cala – inevitabilmente –  il sipario anche su questa I edizione del Milano Film Fest. 

Applausi.

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a cura di
Maria Chiara Conforti
gallery a cura di
Luca Micheli

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