Un approfondimento alla mostra inaugurata ieri, venerdì 18 settembre a Palazzo dei Diamanti. Tra i focus vi sono il cambiamento e il paesaggio, in un vasto percorso, dagli impressionisti a Mondrian.
Monet, Van Gogh, Kandinsky, Mondrian: nomi che segnano le tappe di una svolta epocale in meno di ottant’anni, tra Otto e Novecento, dove la pittura europea passa dall’osservazione diretta della natura alla
dissoluzione del reale.
La mostra Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità. Capolavori dal Museum Boijmans Van Beuningen e da altre importanti collezioni, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte in collaborazione con il Museum Boijmans Van Beuningen e con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara e curata da Sandra Kisters e Vasilij Gusella – racconta questo profondo cambiamento, seguendo la trasformazione del rapporto tra l’artista e il mondo visibile.
A seguire, alcuni passaggi della conferenza stampa che ci hanno particolarmente colpito.
Il paesaggio non è più soltanto qualcosa da rappresentare, ma diviene qualcosa da sentire, da vivere, gli artisti eseguono la realtà e passo dopo passo la trasformano, osserva Marco Gulinelli, Assessore alla Cultura di Ferrara.
Aggiunge poi che è qui che nasce la modernità, con il desiderio di guardare più a fondo. Viene menzionata sin dall’inizio della conferenza stampa l’importanza di Barbizon e la sua rivoluzione dello sguardo. In questo piccolo villaggio nei pressi di Fontainebleu, attorno a metà dell’Ottocento alcuni artisti iniziano a lasciare gli atelier, per andare a dipingere direttamente en plen air. A Barbizon la pittura smette di essere lo sfondo ideale, costruito sulle regole della pittura academica, e diventa un esperienza concreta, fatta di stagioni, atmosfere, luce, cielo, terra. Gli artisti imparano a guardare ciò che hanno davanti, la pittura incomincia a fidarsi dello sguardo e così facendo incomincia a fidarsi anche dell’esperienza.
Da Barbizon a Mondrian non assistiamo a una fedele realtà ma a una sua progressiva interiorizzazione.
Elencando poi alcuni dei numerosi artisti in esposizione, avviene una riflessione: Forse è proprio questo che la mostra vuole regalare: la possibilità di vedere opere riunite, sensibilità che appartengono a luoghi, storie e percorsi anche diversi, ma che qui possono dialogare, illuminandosi a vicenda.
La consigliera regionale Marcella Zappaterra, rappresentante della regione Emilia Romagna, riprende il ringraziamento fatto dall’assessore Golinelli a tutti i soggetti istituzionali per la realizzazione della mostra. Rimarca l’importanza che rivestono gli autori delle 120 opere per la storia cittadina, e come portano alla memoria con cui la città stessa è cambiata.
Aggiunge poi come investire in una mostra non voglia dire solo sostenere un evento, ma anche generare conoscenza , economia e occasioni di crescita, e come questi eventi si inseriscano in modo assolutamente coerente con le politiche di rilancio del territorio.
La parola passa poi a Pietro di Natale, il quale cita una frase di Victor Hugo del 1872:
Un albero è un edificio; una foresta è una città, e tra tutte le foreste, la foresta di Fontainebleau è un monumento.
Un paesaggio non è quindi semplicemente ciò che abbiamo davanti agli occhi , è già il risultato di un modo di osservare e di dare forma alla realtà.
Partendo dal paesaggio, prende avvio il vero tema, ossia come dalla seconda metà dell’Ottocento gli artisti imparano a guardare e rappresentare il mondo, come il paesaggio acquista una nuova autonomia. La luce prende il sopravvento sul disegno , il colore si emancipa, le forme si semplificano, la realtà viene composta e ricomposta.
Il campo di papaveri di Monet scelto come immagine della mostra, restituisce la percezione di quel campo in quella luce e in quel preciso momento: la pittura incomincia a spostarsi dal mondo alla percezione del mondo. Il mondo non viene più soltanto osservato, ma vissuto e trasformato dall’emozione.
Il discorso si sposta poi su kandinsky e sull’astrazione: tirare fuori dalla realtà ciò non è immediatamente visibile , come può essere un emozione o un idea.
Pittura e musica si liberano dalle regole tradizionali per cercare altro e questo riporta al progetto multisensoriale della mostra. In quattro momenti del percorso suoni e odori accompagnano le opere.
Continua poi Vittorio Sgarbi, sottolineando come questa occasione sia sicuramente significativa per restituire a Ferrara la sua funzione di popolo di conoscenza e formazione, rispetto all’arte moderna e contemporanea. Dopo alcune considerazioni sull’impressionismo e post-impressionismo menziona anche Mondrian. Evidenzia come sia importante che tutto questo si spinga fino a Mondrian, all’astrattismo, con la sua grande conoscenza e vitalità, che già in Giovanni Boldini troviamo.
L’ambasciatore del Regno dei Paesi Bassi Michael Stibbe esprime con fierezza la partecipazione dei Paesi bassi in questa esperienza. Ricorda come, per esempio a Milano, anche in altri campi come la danza, la letteratura o il design si continuino a sostenere gli scambi tra Italia e Olanda e l’unione ,non solo diplomatica, ma soprattutto culturale dei due paesi.
Il pensiero della co curatrice della mostra Sandra Kisters
Dopo aver espresso gioia poiché le opere del museo di Rotterdam, insieme a molte altre, potranno essere viste, la co curatrice della mostra ribadisce come essa si concentri sui cambiamenti dell’arte e del paesaggio dell’Europa del XIX secolo. Riporta numerosi esempi delle nuove infrastrutture, tra cui le prime stazioni dei treni e nuove imbarcazioni. Gli artisti si trovano di fronte a un bivio: se includere questi elementi o ignorarli coscienziosamente. Aggiunge poi molte altre riflessioni, come l’importanza della vita di città per gli artisti, e allo stesso tempo la dicotomia che vivevano tra città e natura.
a cura di
Eleonora Maria Cavazzana

