Venezia83 – il nostro resoconto della Mostra 2026, una dichiarazione d’amore per la Settima Arte

Si è conclusa sabato 12 settembre l’83esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Diretta da Alberto Barbera e con la giuria del concorso presieduta da Maggie Gyllenhaal, a differenza dello scorso anno questa edizione sacrifica il cinema hollywoodiano per aprire maggiormente le porte a cineasti provenienti da tutte le parti del mondo!

L’83esima edizione della Mostra di Venezia è stata sicuramente meno impattante a livello di nomi rispetto alla precedente, ma, per fortuna, questa scelta si è rivelata un grande successo in termini di qualità. L’evento, infatti, è stato decisamente più variopinto, offrendo la possibilità di scoprire nuovi nomi o di assistere a ritorni di vecchie glorie, come Werner Herzog (già presente nel 2025 con il documentario Ghost Elephants) e Lav Diaz.

Un plauso va sicuramente, dunque, ad una maggiore apertura da parte della Mostra verso il cinema internazionale, che parte dall’America, per passare poi in Europa e in Asia, continente di grande valore per i titoli coinvolti. Oltre a ciò, non si può sottostimare la cura con la quale la direzione artistica ha deciso di approcciarsi a diversi temi sociali che caratterizzano, nel bene e nel male, il mondo in cui viviamo attualmente.

“Ink”, “Possible Love“, e il mondo del lavoro

Ciò si può già notare dal film di apertura di quest’anno, Ink di Danny Boyle (la recensione completa QUI). Il regista britannico torna al cinema raccontando la storia vera dell’ascesa del quotidiano The Sun, costruita attraverso scelte azzardate, scandali, trash e giornalismo becero. La pellicola offre una riflessione sulla competizione spietata e la corsa al successo senza freni nel mondo giornalistico, che porta le persone a mettere da parte la propria umanità a discapito di una gloriosa carriera.

Ink inoltre, non è l’unica opera presente alla Mostra di quest’anno che presenta come tema centrale il lavoro, in tutte le sue sfaccettature più oscure.

Impossibile non citare poi l’incredibile Possible Love del sudcoreano Lee Chang-dong, vincitore del Leone d’Argento per il Gran premio della giuria (recensione completa QUI), che racconta, senza romanzare nulla, la disperazione di un uomo che perde il lavoro, fagocitato da una macchina che con sudore e fatica ha alimentato e che lo ha escluso alla prima occasione.

Il francese Florian Zeller dirige invece Bunker, dove il suo protagonista si ritrova nell’ardua scelta di accettare un lavoro dall’etica sociale discutibile e, per finire, Un bon petit soldat – vincitore per la Miglior sceneggiatura – racconta l’ipocrisia delle grandi aziende che promuovono esternamente un ambiente sano, ma che internamente considerano normali e necessari episodi di mobbing volti spronare i propri dipendenti a lavorare meglio.

I media predatori

Parallelamente ad Ink e al suo racconto feroce sul mondo del giornalismo, troviamo Primetime di Lance Oppenheim e con protagonista Robert Pattinson, che attacca il mondo televisivo. Il film narra la vera storia di Chris Hansen, discusso conduttore che dal 2004 al 2007 andò in onda con Catch a Predator, un controverso programma in cui venivano contattati pedofili per poi smacherarli e farli arrestare in diretta tv.

I due film massacrano totalmente i loro protagonisti e gli ambienti in cui operano. I protagonisti sono entrambi attaccati ai numeri – che siano di vendita o di share -, ipocriti, egoriferiti e con la volontà di primeggiare tramite il loro lavoro sopra gli altri, dimostrandosi persino nel privato padri e mariti assenti. Una feroce critica all’individualismo che, attraverso queste pellicole, la Mostra di Venezia dimostra di supportare pienamente.

La ricerca di sé e di un posto nel mondo

L’evento di quest’anno ha aperto le porte anche a racconti più intimi. A partire da titoli minori, come il nostrano Il grande Giaffa, una storia che parla di una rivalsa di un uomo sottomesso ad un lavoro e ad una vita matrimoniale che lo soffoca e lo umilia in continuazione, trovando nella sostituzione di un importante attore teatrale la sua possibilità di rinascita.

Attraverso una bizzarra storia vera raccontata tra il fiabesco e il grottesco, Bucking Fastard di Werner Herzog (recensione completa QUI) mostra invece allo spettatore la vita di due sorelle dal rapporto morboso e la loro difficoltà nel trovare il loro angolo di mondo. Abbiamo poi 15/18 A place to heal – Premio Marcello Mastroianni per Malou Khebizi -, che riflette sulla salute mentale con il racconto di Lucia, una diciassettenne che viene portata in un reparto di psichiatria dove tutti i pazienti hanno un’età compresa tra i 15 e i 18 anni.

A bit to light del regista iraniano Ali Asgari affronta invece la problematica del suicidio, attraverso il dramma di un medico che ha perso tutto. The difficult bride è un atipico body horror indiano sull’ansia da matrimonio, mentre il giapponese Look Back (recensione completa QUI), tratto dall’omonimo manga e diretto da Hirokazu Kore’eda, ci parla di amicizia. Infine, Arrested Memory di SABU (recensione completa QUI), attraverso un originale crime comedy, racconta di memoria, ricordi e senso di colpa.

Tutti questi film offrono alla Mostra la possibilità di aprirsi a numerosi temi legati all’Io e ai rapporti sociali, regalando allo spettatore non solo una variegata possibilità di scelta per tema, Paese e genere, ma dimostrando una cura nella selezione dei titoli delle varie sezioni curata fin nei minimi dettagli.

L’ombra della guerra

Visto i tempi bui in corso sul fronte bellico, il festival non poteva non prendere una posizione di denuncia riguardo la guerra. A fare da porta bandiera su questa tema c’è Jupiter, che prevede una drammatica escalation sul conflitto Russia-Ucraina con l’Europa – e la Francia in particolare – a farne le spese.

Ma più di tutti, non si può non citare il toccante documentario NAZA (Premio speciale della giuria), aggiunto all’ultimo in selezione e girato da Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori di No Other Land. NAZA ricostruisce, attraverso le interviste e le testimonianze degli ufficiali e dei soldati israeliani, gli attacchi a distanza perpetrati sulla Striscia di Gaza. Unico documentario In Concorso, si è rivelato una delle esperienze più strazianti, dolorose, difficili – ma assolutamente imprescindibili – da vivere.

Con una tematica simile è stato presentato anche Wild Horse Nine di Martin McDonagh (recensione completa QUI), che racconta la storia di due agenti della CIA, Sam Rockwell e John Malkovich (quest’ultimo vincitore della Coppa Volpi), che operano per destabilizzare la democrazia del Cile degli anni ’70. Infine, impossibile non citare Mr Nelson did you killed people? (Shinya Tsukamoto) sul disturbo PTSD di un soldato della guerra del Vietnam e No paradise in you are killed by a woman, che racconta di una cecchina curda in cerca della sorella, catturata dall’ISIS.

Woman Unknown

La battaglia di questa soldatessa apre le porte ad un elogio della forza della figura femminile, che trova il suo maggior sviluppo nel film che è stato, nella sorpresa generale, il vincitore del Leone d’Oro di quest’anno: Woman Unknown di May el-Toukhy (recensione completa QUI). La drammatica storia di una donna dalle origini sconosciute, in una Danimarca che, appena liberata dall’occupazione nazista, ha iniziato una caccia alle streghe, dove ogni persona rischia di essere accusata di apologia al nazismo e per questo torturata.

Una storia che riesce ad essere violenta anche senza versare una goccia di sangue, in cui la nostra protagonista – interpretata da una stellare Mathilde Arcel Fock, vincitrice della Coppa Volpi – sperando nella possibilità di una vita migliore grazie al matrimonio con un ricco magnate, sarà disposta a tutto pur di mantenere segreto il suo passato, anche fare le cose più abbiette.

Il contributo italiano alla Mostra

Quest’anno anche i titoli italiani presentati sono stati numerosi, e non solo per quanto riguarda i film in concorso. Dal ritorno del sempreverde Nanni Moretti alle nuove pellicole di Andrea Pallaoro e Gianni Amelio. Tra tutti, però, solo due meritano di ricevere grande attenzione da parte de pubblico: L’estranea e Serpenti.

Il primo (recensione completa QUI) è l’ennesima conferma della crescita artistica da parte di Paolo Strippoli come autore, il quale, se continuerà su questa strada, riuscirà in futuro ad essere considerato un maestro del genere horror nostrano. Il secondo (recensione completa QUI) è invece una commedia nerissima e geniale, che ironizza e critica le principali figure della burocrazia italiana e la loro superficialità nell’affrontare un tema come il femminicidio, attraverso una storia grottesca e cinica.

I documentari

Doveroso parlare anche del lavoro egregio fatto dalla Mostra nella selezione dei documentari. Oltre al già citato NAZA, quest’anno Venezia offre più di uno sguardo sul mondo del Giappone attraverso i documentari dedicati al Sumo e al teatro Kabuki, quest’ultimo realizzato dal Maestro Takashi Miike, per la prima volta alla regia di un documentario (recensione completa QUI).

Per tutti i fan degli Oasis, c’è, inoltre, Oasis: Don’t Look Back in Anger (recensione completa QUI), che parla della reunion musicale più importanti degli ultimi anni. Presentato il sabato di inizio Mostra nella fascia serale, la sua programmazione è l’ennesima dimostrazione dell’attenzione mediatica e della rilevanza che i fratelli Gallagher portano con loro.

Ma su tutti, impossibile non applaudire il lavoro fatto da Luca Guadagnino, che attraverso un documentario diviso in due parti, rivive l’arte e la filmografia di Bernardo Bertolucci. Attraverso lo storico regista, Guadagnino offrirà anche diversi spunti di riflessione sul cinema di oggi, sulle nuove tecnologie e sull’attuale situazione della critica cinematografica, grazie agli interventi di figure come Scorsese, Cronerberg e Cuarón.

Tutte le premiazioni

Quest’anno la giuria della sezione Concorso era formata da Maggie Gyllenhaal (Presidente di Giuria), Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Kawthar ibn Haniyya, Shahrbanu Sadat e Johnnie To, i quali hanno assegnato un doppio premio a Woman Unknown, che si porta a casa il Leone d’oro per il miglior film e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, vinto da Mathilde Arcel Fock.

I premi del Leone d’argento sono andati a Possible Love di Lee Chang-dong per il Gran premio della giuria e per DAU di Il’ja Chržanovskij per la Migliore regia. Infine, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è andata a John Malkovich in Wild Horse Nine, il Premio miglior sceneggiatura ad Un bon petit soldat, il Premio speciale della giuria a NAZA e il Premio Marcello Mastroianni a Malou Khebizi per 15/18.

La giuria della sezione Orrizonti comprendeva invece Valérie Donzelli (come Presidente), Peter Becker, Elizabeth Lo, David Pablos e Barbara Ronchi. Il premio per il Miglior film quest’anno è andato a Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni, la Miglior regia a Mia mera sti zoi tis Tzo: Kefalaio Faidra di Jacqueline Lentzou, il Premio speciale della giuria a La Maison du vent di Auguste Bernard Koumeno Yanghu, il Miglior cortometraggio a Quelques instants de bonheur di Shaden Safieddine Tazi, la Miglior interpretazione femminile per Moragheb a Laleh Marzaban e, per finire, I figli della scimmia vince la Miglior sceneggiatura e la Miglior interpretazione maschile, portata a casa da Riccardo Scamarcio.

Ai Premi Pasinetti hanno trionfato Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, che vince Miglior film e Miglior attore protagonista con Adriano Giannini, Vanessa Scalera, a cui è stato attribuito il premio alla Miglior attrice per Il fuoco che ti porti dentro, e Alina Marazzi, a cui è stato assegnato il Premio speciale per La ragazza con la Leica.

La giuria di Opere prime – composta da Carolina Cavalli, Akinola Davies Jr. e Ted Hope – ha premiato con il Leone del futuro La Maison du vent, film che riflette sul tema dell’immigrazione dalla parte di chi decide di rimanere nel suo Paese, lasciato solo dai familiari emigrati.

Infine, il Premio degli spettatori – Armani Beauty è andato a Eu contez di Alina Serban, il Miglior restauro a La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, i Premi onorari del Leone d’oro alla carriera sono stati attribuiti a Ellen Burstyn e George Clooney, mentre il Premio Cartier Glory to the Filmmaker a Luca Guadagnino.

Una Mostra di Venezia riuscita

In conclusione, l’83esima edizione della Mostra di Venezia si conferma uno degli eventi principali e più importanti del cinema mondiale, proponendo al suo interno sia pellicole d’intrattenimento che d’autore, lungometraggi e cortometraggi, opere di finzione e documentari.

In attesa del prossimo anno, vi invito a recuperare quanti più film possibili tra quelli presentati, capaci di offrire un bagaglio culturale enorme non solo per gli appassionati di cinema.

a cura di
Andrea Rizzuto

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