In proiezione fuori concorso a Venezia dal 5 settembre il nuovo documentario del regista de I due procuratori, che racconta la storia dell’URSS negli anni ’70 da un punto di vista inusuale e diversificato, attraverso filmati d’archivio dell’epoca a opera di cineasti italiani
Mosca, Piazza Rossa, 1971. L’occasione è il XXIV Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Tra le celebrazioni del potere sovietico, in una città concentrata attorno alle parate e le icone dei leader della nazione, in particolare il segretario in carica all’epoca Leonid Brežnev, Loznitsa decide di iniziare il percorso del suo nuovo documentario.
La costruzione di Imperium si sviluppa a partire dalle diverse ore di girato con cui diversi cineasti italiani, dal 1970 al 1973, hanno documentato gli usi e costumi tradizionali presenti nelle diverse Repubbliche Socialiste, e che erano stati conservati in archivio a Roma. Loznitsa li recupera e, senza una voce narrante ad accompagnare – ricreando però l’audio dei dialoghi, essendo perduto l’originale, a partire dal labiale – lascia che le immagini di un mondo ormai lontano parlino da sé al pubblico.
Lo spettatore si trova immerso in un viaggio che passa dalla vita mondana delle metropoli russe, in una descrizione di quotidianità reminiscente del cinema di Dziga Vertov, alla tradizionalità rurale delle province più lontane. Quello che il regista vuole recuperare è la multiculturalità, la varietà di popoli, usi e costumi e religioni che hanno caratterizzato il territorio dell’Unione Sovietica, e sono mostrati in antitesi alla concezione monolitica che ne può avere il pubblico più lontano dalla realtà dell’epoca.
È evidente una predilezione da parte di Loznitsa nella descrizione delle attività quotidiane delle campagne, dei lavori in fabbrica e nei campi, della vita scandita dai tempi della natura. Anche la scelta dei momenti quotidiani mostrati è significativa: festeggiamenti, gare, competizioni, si tratta in generale di occasioni di raccoglimento della comunità, caratteristica riscontrabile anche nei momenti di lavoro presentati all’interno del documentario.
Questi mondi non sono però mai del tutto distaccati: i simboli sovietici non sono onnipresenti come nelle città ma ricordano l’appartenenza coloniale; il frutto del lavoro delle province, i prodotti dell’allevamento e della tessitura, si ritrovano nei mercati e negozi di Mosca e Leningrado. Si trova forse qui il senso del titolo Imperium, che collega l’Unione Sovietica ai grandi imperi multietnici dell’antichità come quello persiano e quello romano, ma anche all’impero russo zarista che ha preceduto, e rispetto al quale si può intendere che le cose non fossero cambiate considerevolmente per chi viveva sperduto nel Turkmenistan.

Un focus significativo per il background del regista deve essere dato al passaggio in Ucraina, dove Loznitsa è cresciuto – è nato in Bielorussia nel 1964, la famiglia si è poi trasferita lì – e che è descritto come la repubblica maggiormente a metà tra i due mondi della tradizione e della secolarizzazione, come evidenziano le scene del matrimonio e della lezione nella scuola di Kiev che devono aver riportato ricordi d’infanzia e adolescenza alla mente di Loznitsa stesso.
Dai materiali d’archivio ritrovati viene rimodellata una testimonianza della permeazione delle culture del blocco sovietico, vissute secoli prima della sua esistenza e sopravvissute alla sua fine improvvisa, e che ancora oggi definiscono i complicati rapporti tra quelle oggi conosciute come ex repubbliche sovietiche. Loznitsa permette di riscoprire quello che ha definito un tesoro nascosto inestimabile, tagliando e ricucendo (e ridoppiando) una epopea del quotidiano.
Un racconto di un popolo, di molti popoli, ma anche una ricerca personale, tra ricordi d’infanzia e rimandi a una cultura che Imperium si ripromette di mantenere viva.
a cura di
Luca Murgia

