“Il Malloppo”: la recensione in anteprima della crime comedy con Diego Abatantuono, Mago Forest e Max Angioni

In uscita al cinema il 3 settembre, “Il Malloppo” è la nuova commedia diretta da Volfango de Biasi che porta sul grande schermo un trio inedito formato da Diego Abatantuono, Michele Foresta e Max Angioni. Il film è prodotto da Tramp Limited e Vision Distribution, con il supporto di Emilia-Romagna Film Commission e in collaborazione con Sky

Il Malloppo si muove tra commedia e giallo, intrecciando le vicende di un ex rapinatore improvvisamente accusato di omicidio, un improbabile investigatore privato e il suo impacciato giovane tirocinante, coinvolti in un’indagine legata alla misteriosa scomparsa di cinque miliardi di lire in lingotti d’oro.

Un vecchio malloppo e un caso da risolvere

Al centro della vicenda c’è Diego Viani (Diego Abatantuono), proprietario di un’osteria a Ferrara e con un passato da rapinatore negli anni ’80, quando era conosciuto con il soprannome di “Brigante”. Dopo aver trascorso dieci anni in carcere, Diego ha scelto di cambiare vita abbandonando il mondo criminale… che però non abbandona lui.

Infatti, a riportare improvvisamente a galla i trascorsi da rapinatore è l’arrivo del “Salamandra”, un ex membro della banda con cui Diego aveva compiuto l’ultima rapina. L’incontro tra i due fa subito riemergere vecchi rancori: a Salamandra, che lo accusa di essersi impossessato del “malloppo” – cinque miliardi di vecchie lire in lingotti d’oro scomparsi dopo l’ultimo colpo –, Diego rinfaccia il tradimento che lo ha mandato in prigione, scatenando un acceso alterco. Quando il giorno seguente l’uomo viene ritrovato morto, Diego diventa inevitabilmente il principale sospettato.

A convincersi della sua colpevolezza è soprattutto il commissario Castrone (Antonio Catania), che nei confronti dell’ex rapinatore sembra avere anche un conto personale in sospeso, mentre Sara (Irene Girotti), figlia del Brigante e poliziotta, si propone di scagionarlo.

Da questo momento prende forma la componente investigativa del film: bisogna scoprire chi ha ucciso Salamandra e, soprattutto, dimostrare che Diego non è l’assassino.

A occuparsi dell’indagine – a modo suo – è Michele Ragusa (Michele Foresta, in arte Mago Forest), amico di Diego e investigatore privato approssimativo, tanto convinto delle proprie capacità quanto maldestro nel suo mestiere: già prima di essere coinvolto in questo caso, Ragusa viene presentato attraverso una sequenza d’apertura che mostra un’attività tutt’altro che prestigiosa (la sua agenzia si occupa prevalentemente di casi di “corna e gattini”) e la sua assoluta mancanza di fiuto investigativo.

Lo affianca Alex (Max Angioni), un giovane alla disperata ricerca di uno stage e disposto ad accettare l’ultima opportunità rimastagli. Impacciato e inesperto, si ritrova così involontariamente coinvolto in un’indagine potenzialmente pericolosa.

Insieme, i due dovranno cercare di scaglionare Diego e ricostruire la vicenda che ruota intorno alla morte di Salamandra e alla misteriosa scomparsa del malloppo.

Un trio che funziona

Il principale punto di forza de Il Malloppo è senza dubbio il rapporto tra i suoi tre protagonisti. ll film è costruito su personalità molto diverse che finiscono per completarsi, creando una dinamica che funziona e diverte.

Diego Abatantuono impersona la figura più solida del trio: Diego Viani – diviso tra l’oste tranquillo che oggi cerca di tenersi lontano dai guai e l’ex rapinatore con l’arma scarica che, suo malgrado, è costretto a impugnare di nuovo -, è infatti il più misurato del gruppo, colui che mantiene la lucidità e agisce con astuzia anche quando i due improvvisati investigatori combinano guai. Da queste interazioni nascono alcune delle situazioni comiche più riuscite, proprio per il contrasto tra la sua esperienza del mondo del crimine e l’inadeguatezza degli altri.

Abatantuono, in ogni caso, rimane sostanzialmente fedele al registro che gli è più congeniale: parla con calma, mantiene un tono pacato e costruisce la comicità soprattutto attraverso la “serietà” con cui il suo personaggio affronta le situazioni più assurde. Non è un limite, ma nemmeno una sorpresa: chi conosce l’attore ritroverà qui una comicità molto familiare.

Michele Foresta, invece, trova nel personaggio di Michele Ragusa il terreno ideale per una comicità più caricaturale. Macchina fotografica analogica, cappellino da detective e l’impermeabile alla Sherlock Holmes contribuiscono a costruire l’immagine di un investigatore che pensa di essere uscito da un film, mentre nella realtà ha lo studio (e il letto) nel retrobottega di una lavanderia.

Convinto di essere più acuto di quanto non sia realmente, Ragusa crede di prevedere le mosse degli altri, interpretando ogni coincidenza come il risultato del proprio fiuto e riuscendo a prendersi persino il merito delle intuizioni di Alex. La comicità del personaggio nasce proprio da questa distanza tra ciò che pensa di essere e ciò che è: un investigatore incapace che, per caso – perché gli capita qualcosa che lo spinge nella direzione giusta -, riesce a dare il suo contributo alle indagini.

“Quando si ha il fiuto di un grande detective non c’è differenza tra recuperare un gattino da sopra un albero e scovare un killer sanguinario”.

Un’ironia che si confà perfettamente alla fisionomia del comico.

Il terzo elemento del trio è Max Angioni nei panni di Alex, l’ingenuo stagista che si mette al servizio di Ragusa. Afflitto da una madre iperprotettiva che lui asseconda, il ragazzo è rispettoso delle regole e terrorizzato dall’idea di commettere qualcosa di illegale, caratteristiche che lo rendono l’esatto opposto di Ragusa, così come la sua dipendenza affettiva dalla figura materna lo contrappone all’indipendenza di Sara, sua vecchia compagna di scuola che, con un padre ex galeotto, sceglie di far parte delle forze dell’ordine.

L’interpretazione di Angioni risulta molto efficace grazie alla sua comicità fortemente espressiva, in grado di conferire spessore al ridicolo.

Da questo trio di attori nasce l’intreccio di tre stili umoristici diversi che ne Il Malloppo si arricchiscono a vicenda, generando una garbata comicità.

Un giallo poco convincente

Se è interessante l’idea di unire, in quella che viene definita una “crime comedy”, commedia e giallo, un punto critico de Il Malloppo è, però, questa seconda componente, la quale avrebbe potuto offrire al film qualcosa in più catturando l’attenzione con elementi di mistero e dinamismo, ma che non riesce, tuttavia, a portare originalità e freschezza.

La parte investigativa intrattiene, ma raramente coinvolge. Il mistero dei cinque miliardi di lire, i personaggi che tornano dal passato e il susseguirsi delle indagini dovrebbero alimentare la curiosità dello spettatore. Nella pratica, però, la trama procede molto piatta e poco significativa, con una sceneggiatura piuttosto debole.

Per buona parte della sua durata il film si sviluppa con un ritmo lento e basandosi su meccanismi comici già ampiamente visti. Anche quando potrebbe accelerare, la storia rimane sullo stesso registro e l’alternanza di gag, equivoci e prevedibili colpi di scena riesce a strappare qualche sorriso, ma non arriva a una vera escalation di risate.

Una commedia senza troppe sorprese

Quando la narrazione si avvia verso la conclusione, Il Malloppo continua a seguire la strada che ha imboccato all’inizio: anche la soluzione del caso arriva più per una serie di coincidenze e confessioni che per una deduzione investigativa, e l’intento di creare comicità non raggiunge quell’effetto esilarante che ci si potrebbe aspettare dal finale.

Il film si conclude quindi senza grandi sorprese, seguendo un inevitabile lieto fine che rispecchia perfettamente il suo tono leggero e disimpegnato. Ed è forse proprio questo il modo migliore per guardare Il Malloppo: senza aspettarsi una commedia che apporti novità al genere o un giallo in grado di costruire una vera tensione.

Il vero elemento distintivo rimane il trio dei protagonisti: Abatantuono, Foresta e Angioni, che, con i differenti registri comici che li caratterizzano, riescono a trovare grande intesa nelle loro interazioni.

Per il resto, però, è una pellicola che lascia poco dietro di sé. Pur risultando simpatico, gradevole e a tratti divertente (con alcuni sketch davvero riusciti), la sua comicità rimane spesso su un livello uniforme e la sceneggiatura tende a scegliere la strada più semplice e meno originale.

In definitiva, Il Malloppo, se non un’opera memorabile, è, tuttavia, una storia leggera, fondata sugli stilemi della commedia all’italiana, che gli appassionati del genere sanno sicuramente apprezzare.

a cura di
Micol Perotti

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