Alberto Palmiero racconta la genesi di “Tienimi presente”: un percorso fatto di studio, ricerca e riscoperta di una passione che diventa strumento per leggere la realtà
Il cinema, per Alberto Palmiero, non è stato un colpo di fulmine infantile, ma una conquista arrivata per gradi. Nato in provincia di Caserta, cresciuto con l’estetica dei primi youtuber e formato tra i codici dell’informatica, Palmiero ha trovato la sua voce.
Il suo film d’esordio, Tienimi presente, è un’opera nata in modo indipendente e senza pensare al mercato, ma capace di toccare corde profonde in un pubblico trasversale: dai coetanei che si sentono smarriti ai genitori che ritrovano il vissuto dei propri figli. In questa conversazione, il regista esplora il senso del fare cinema oggi, in un’industria “piccola” e spesso precaria, e l’importanza di trovare una forza interiore che vada oltre il successo professionale, uno strumento con cui affrontare la vita stessa.

Chi sei e qual è stato il percorso (fatto di studi, set, ma anche di “no”) che ti ha portato a sentire l’esigenza di diventare regista?
Alberto Palmiero: “Sono nato in provincia di Caserta e, nel mio percorso di crescita, il cinema non è stato, nei primi anni, così centrale. Ho sempre avuto una passione per l’audiovisivo dai dieci anni in poi, ma con un sogno tipico dei miei coetanei, quelli della prima generazione che usava Internet: volevo diventare uno youtuber.
La mia passione è nata così: amavo molto il mezzo, giravo tanto e facevo video, anche se con scarsi risultati. Al cinema mi sono avvicinato tardi. Dopo il liceo, infatti, pur avendo realizzato piccoli cortometraggi durante la crescita, non avevo mai considerato questa come una strada veramente concreta.
Poi è capitato che, durante l’ultimo anno di università, mentre studiavo informatica, vidi il bando del Centro Sperimentale. Partecipai con un corto fatto con i miei amici e fui molto fortunato: grazie a questo e al lavoro successivo (perché il percorso è fatto di tanti livelli) mi hanno accettato. Lì ho colmato il mio gap di conoscenza sul cinema.
Oggi sono contento di aver cambiato punto di vista. All’inizio peccavo di presunzione, pensando di non dover per forza conoscere tutta la storia del cinema; invece qui ho capito il valore di conoscere i colleghi che ci hanno preceduto. Da questo incontro è nato il desiderio di far diventare la passione qualcosa di concreto. Inserirsi nel mondo del cinema è stato difficile: sono tornato inizialmente a lavorare come informatico e proprio quello è stato il punto di partenza per scrivere il mio film, “Tienimi presente”.
Ti senti di rappresentante più una generazione che fatica a trovare spazio o ti percepisci come un’eccezione che ce l’ha fatta?
Alberto Palmiero: “Sotto questo punto di vista mi sento parte della mia generazione: fare un film non assicura niente e, subito dopo, è come ricominciare da zero. Sento che il mondo è cambiato tanto e trovo difficile non navigare a vista o muoversi con facilità nel campo artistico. È difficile oggi sentire forti le certezze.
Proprio per questo mi sento profondamente dentro quello che racconto. In ciò che scrivo e metto in scena cerco sempre di dare un risvolto speranzoso, perché sono io il primo a sentire il bisogno di ripeterlo a me stesso.”
Parliamo di Tienimi Presente, ti aspettavi un’accoglienza di questo tipo per il tuo film?
Alberto Palmiero: “No, assolutamente. Questa è la bella sorpresa del film, perché è stato realizzato senza immaginare un pubblico preciso. Era un progetto indipendente che non pensavo potesse aprirsi a una platea così grande.
Mi ha stupito. Grazie al festival, al premio e alla conseguente distribuzione, l’opera ha potuto raggiungere un pubblico che non immaginavo. Da un lato ci sono i miei coetanei, che hanno potuto rivedersi nella storia, e dall’altro persone più grandi, che vi hanno ritrovato il proprio passato o episodi vissuti con i loro figli.
Io interpreto il personaggio principale, ma ce ne sono anche altri collaterali, ed è stato bello vedere come il pubblico sia riuscito a rispecchiarsi anche in quegli altri punti di vista della storia.”

Qual è stata la prima reazione che ti ha colpito davvero o che ti ha fatto pensare: “Ok, hanno capito”?
Alberto Palmiero: “Mi riempie il cuore quando mi scrivono giovani che si sentono raccontati. A volte lo fanno di persona, a volte su Instagram, inviandomi messaggi bellissimi. Mi fa piacere perché è proprio questo che dà senso alla grande fatica.
Mi colpisce soprattutto quando dicono di aver capito senza farsi ingannare dall’apparente senso metacinematografico. Il fatto che io abbia lo stesso nome del personaggio potrebbe far pensare che il protagonista riesca effettivamente a girare il film, invece la storia si ferma in un momento in cui tutto è ancora possibile.
Anzi, penso sia possibile che lui non riesca affatto a fare il regista; ma ciò che è cambiato in tutto l’arco narrativo è che lui ha finalmente trovato una forza interiore che gli permetterà di affrontare la vita.”
C’è una scena di “Tienimi presente” a cui sei legato in modo viscerale, magari per come è nata o per quello che ha significato girarla?
Alberto Palmiero: “Ce ne sono diverse. La cosa bella è che, essendo stato girato in due anni, il film ha un approccio molto particolare, molto più vicino al documentario. È stato interessante vedere come alcune scene siano nate in scrittura e altre, invece, solo in fase di montaggio.
Per esempio, ci sono due sequenze molto vicine tra loro: quella con l’amico dell’università rappresenta il confronto massimo che Alberto ha con un amico riguardo al desiderio di mollare tutto. Quello è stato un punto fisso della scrittura, qualcosa che un mio amico mi aveva detto realmente in un periodo analogo della mia vita: è sempre stato un punto d’arrivo nel copione.
Invece la scena successiva, quella in cui riprendo i miei genitori e che racconta come il protagonista ritrovi fiducia nel suo sogno, è arrivata molto tardi. Eravamo già in fase di montaggio avanzato, ma sentivo che mancava qualcosa che raccontasse meglio questa presa di coscienza. L’ispirazione è sopraggiunta all’improvviso, durante un viaggio in macchina mentre ascoltavo un podcast. Mi sono sentito fortunato che sia arrivata proprio in quel momento. Mi ha reso davvero felice.”

Il tuo protagonista si batte per “vendersi”. Oggi, per fare cinema, serve davvero più talento o capacità di autopromozione?
Alberto Palmiero:“Penso che, se qualcuno sa vendersi bene, possa lavorare in questo ambiente, perché i rapporti tra produttore e regista vanno gestiti con molta diplomazia. Chi possiede questa dote è sicuramente avvantaggiato.
È chiaro, però, che l’unica cosa che conta davvero sul lungo termine è la qualità dei progetti. Non lo chiamerei nemmeno talento, ma piuttosto la necessità di entrare in quell’allenamento costante della scrittura e del racconto per immagini.”
Che tipo di regista sei sul set? Più istintivo e aperto a quello che succede o molto preciso e “controllante”?
Alberto Palmiero: “Mi sento molto istintivo, semplicemente perché mi piace che nella recitazione le cose escano il più vere possibili. Il mio lavoro di direzione consiste nel creare un clima disteso, dove sia possibile fare proposte e giocare.
Penso che scrivere i dialoghi sia una cosa, mentre metterli in scena un’altra: gli interpreti devono essere liberi, sono l’elemento più importante sul set. Agli attori è affidato l’ingrato compito di dare l’impronta al film. È una concezione forse più europea che americana, ma per me i personaggi sono tutto.”
Senza svelare troppo, su cosa si sta concentrando il tuo sguardo adesso?
Alberto Palmiero: “Sono in una fase in cui scrivo senza cercare di vincolarmi a un’idea troppo precisa. Mi piacerebbe indagare ancora sulla fascia d’età che ho già raccontato, forse spostandomi su una realtà leggermente più giovane. In questo momento mi sto documentando proprio su questo, perché è ciò che mi piacerebbe narrare.
Ho anche dei piccoli sogni nel cassetto che riguardano altre fasce d’età. Ragiono così perché il cinema che vorrei fare punta a raccontare quello che vedo. È un processo che ha bisogno di molta documentazione e di contatto con le persone, senza affidarsi esclusivamente alla propria autobiografia. Penso che quando si scelgono i giovani come protagonisti, sia fondamentale parlare la loro stessa lingua.”
Ci sono registi, film o anche opere non cinematografiche che hanno influenzato “Tienimi presente“?
Alberto Palmiero: “Sì, ce ne sono diversi. C’è un film che mi ha influenzato tanto: si chiama “Me and You and Everyone We Know” (2005) di Miranda July. È un’opera in cui la regista interpreta la protagonista, nonostante la storia sia un intreccio di più linee narrative. Ne ho tratto molto, soprattutto per quanto riguarda il tono e la poetica del percorso del personaggio, dato che anche lei attraversa una piccola crisi esistenziale.
Rimanendo in America, c’è il film “Frances Ha” di Noah Baumbach con Greta Gerwig come protagonista. Mi sento influenzato molto dal cinema indipendente degli anni ’90, soprattutto per come veniva realizzato.
Guardando invece a quello francese, penso alle pellicole di Rohmer e anche ad alcuni film di Truffaut, in particolare la saga di Antoine Doinel, nel periodo in cui il personaggio si trova nella fascia d’età tra i 25 e i 30 anni.“
A chi sogna di fare il regista oggi cosa diresti di aspettarsi davvero, al di là dell’immaginario romantico del set?
Alberto Palmiero: “Mi sento di prepararli al fatto che questa sia un’industria molto piccola, e forse destinata a diventarlo sempre di più negli anni che verranno. Parlo, in particolare, del mondo del cinema. Il problema principale è capire come mantenersi mentre si cerca di realizzare un film, nell’attesa che il progetto venga finalmente finanziato.
Bisogna prepararsi psicologicamente e non guardare all’età in cui si esordisce, perché è tutto molto dettato dal caso. Però mi sento di dire che, se l’amore e la passione ci sono, ovunque la vita porti, spero che qualunque esordiente non perda mai il desiderio di fare un film. A qualsiasi età venga offerta l’occasione di metterlo in piedi, bisogna farsi trovare pronti.“
a cura di
Michela Besacchi
Articolo scritto con il parziale ausilio di intelligenza artificiale

