Il capolavoro senza tempo di Stanley Kubrick, Barry Lyndon torna al cinema in una splendida versione restaurata in 4k e distribuita da Lucky Red. Sarà in sala solo per il 16, 17 e 18 marzo.
Gran Bretagna, metà XVIII sec. Il giovane Redmond Barry (Ryan O’Neal), figlio orfano di un duellante sfortunato che ha portato all’impoverimento della famiglia, è innamorato della cugina Nora Brady (Gay Hamilton) che sembra ricambiarlo. L’arrivo nel villaggio di un reggimento di giubbe rosse diretto in Europa per combattere nella Guerra dei Sette Anni cambierà radicalmente gli equilibri di questo fragile amore. Nora viene promessa sposa al capitano inglese John Quin (Leonard Rossiter) e Barry, carico di rabbia e risentimento, lo sfiderà a duello, vincendo inaspettatamente. In fuga dalla legge, darà così inizio alle sue avventure, tasselli di una vertiginosa ascesa sociale che lo porterà fino al titolo nobiliare di Barry Lyndon.
La Storia che si fa film
Tratto dal romanzo The Luck of Barry Lyndon dell’inglese William Makepeace Thackeray, questo, ennesimo, capolavoro di Stanley Kubrick uscito nel 1975 è ricordato come uno dei migliori film storici mai realizzati. Un modello imprescindibile per tutti i registi che in seguito si sono confrontati con una rappresentazione della tarda età moderna, da Ridley Scott con The Duellists (1977), suo primo film, fino a The Favourite (2018) di Yorgos Lanthimos.
Il film stupisce visivamente per l’incredibile accuratezza storica negli abiti, nei dialoghi, nella musica (una sorta di compilation delle migliori sinfonie del XVIII sec) e nella scelta delle location. La celebre minuziosità kubrickiana, per molti versi ai limiti di un’ossessione clinica, in Barry Lyndon trova forse la sua forma definitiva. Recuperando gran parte delle ricerche raccolte per un film, poi sfortunatamente mai realizzato, su Napoleone, Kubrick punta su una messa in scena strabiliante, soprattutto quando proiettata sul grande schermo e che adesso giova del restauro in 4K per poterla ammirare in tutta il suo splendore.

Ogni inquadratura, ogni movimento di macchina sembra un dipinto del Settecento, con alcune deliberate ispirazioni riprese proprio da quadri esistenti dei grandi maestri del periodo come Thomas Gainsborough, William Hogarth e Jean-Antoine Watteau. Il massiccio uso dello slow zoom, per concentrare l’attenzione su un personaggio o un movimento all’interno della più grande composizione a schermo, amplifica questo senso di ricercata immobilità dipinta, come la voce stessa del narratore onnisciente che accompagna la vita di Barry anticipando spesso ciò che avverrà dopo.

La fotografia e lo studio della luce da parte di John Alcott, grande collaboratore di Kubrick e che vinse anche un’oscar per questo film, rasenta la perfezione. Per le scene in interno si scelse ad esempio di non usare luce artificiale, ma di affidarsi a imponenti numeri di candele e ad alcune speciali lenti marca Zeiss che la NASA aveva usato per filmare le missioni Apollo.
Una vita che unisce passato e presente
Ma la grande forza di Barry Lyndon va ricercata nella storia del suo protagonista, il giovane Redmond Barry, giovane di bell’aspetto e dalla testa calda. Un personaggio che, come tutti gli altri, è perfettamente inserito all’interno di questa affascinante ricostruzione senza però mai apparire finto e artificiale.
Barry è caparbio, coraggioso, svelto nel comprendere la situazione per modellarla a proprio vantaggio. Ma è anche irascibile, violento, egoista e camaleontico nel suo cercare di calzare sempre alla perfezione il vestito che il fato gli ha messo addosso.

La genialità di Kubrick sta proprio nel mettere in scena una storia di vita che potrebbe sembrare anacronistica allo spettatore, in quanto retaggio di un passato remoto, ma che invece nasconde al suo interno dinamiche atemporali.
L’obiettivo finale di Barry, che ha assaggiato sulla sua pelle la povertà, la guerra, combattendo in ben due eserciti e i rovesci del Destino (forse il vero personaggio chiave del film), è quello di vivere alla pari di un nobile, il ruolo a lui più adatto nella rigida società europea. Per portare a termine questo piano, inizierà un sodalizio truffaldino con il Cavaliere de Balibari (Patrick Magee) insieme al quale trufferà le migliori corti europee.
La scoperta della possibilità, attraverso i trucchi del gioco d’azzardo, di raggiungere l’obiettivo sperato oltrepassando gli eventuali ostacoli, ma a costo di un grande rischio, porterà ad un cambiamento fondamentale nella mentalità di Barry. Controllando il gioco, sapendo che carta uscirà, Redmond maturerà la convinzione di poter affrontare da protagonista questa rivincita sociale e di poter vivere al pari dei Lords, arrivando perfino a sposare una di loro, la bella Lady Lyndon (Marisa Berenson).

Si tratterà però di una speranza vana, una scalata degna di Sisifo. Nonostante i soldi guadagnati e la potenza accumulata, Redmond rimarrà confinato nel ruolo di scaltro arricchito, come viene definito dal figliastro Lord Bullingdon (Leon Vitali), non riuscendo mai a far parte della schiera dei giovin signori pariniani. Introducendo un tema destinato a tornare molto spesso nei film in costume successivi, anche qui la casta aristocratica si mostra come un mondo che nasconde una violenza sociale subdola e sotterranea, e proprio per questo più pericolosa, ad esempio, della rigida disciplina militare.
Il cambio di ritmo tra la prima e la seconda parte del film amplia, in questo senso, le differenze tra il mondo della upper class e quello della gente normale. Se l’iniziale salita al rango di galantuomo è caratterizzata in buona parte da un certo ottimismo, nonostante i rischi e i possibili cambiamenti di sorte, la caduta di Barry Lyndon si accompagna ad una discesa che è soprattutto e profondamente morale, dell’uomo prima che del ceto.
La scusa del duello riparatore
Pur essendo diviso in due parti molto diverse tra loro, per motivi di ritmo e di rappresentazione scenica, una delle costanti della vita di Redmond è rappresentata dalla pratica del duello, a cui il giovane farà spesso e volentieri affidamento.
Oltre a rappresentare un episodio ricorrente nella letteratura romanzesca di metà ‘800, dai Tre Moschettieri fino a Guerra e Pace, qui il duello sembra assumere anche e soprattutto un valore formativo per il protagonista, scandendo i principali snodi della sua vita.
Barry parteciperà nel film a ben quattro duelli differenti, ognuno dei quali viene combattuto per la presunta, salvaguardia dell’onore. Il primo duello, con la pistola contro il capitano John Quin, serve a preservare l’onore di Redmond, la cui fidanzata è ormai promessa sposa al graduato inglese. Il secondo, combattuto come un incontro di pugilato, è uno scontro che avviene con un grosso soldato del suo reggimento per appianare le offese tra i due.
Il terzo, il mio preferito, con il fioretto, accade in seguito alla richiesta di Barry di riscuotere la cifra scommessa da un nobile tedesco al gioco. E infine l’ultimo, dove un colpo di pistola sancisce la fine della sua ascesa, viene combattuto contro il figliastro Lord Bullingdon, che lo odia visceralmente.

La regia di Kubrick fa però intuire come questo onore, così feralmente difeso con la pratica legale del duello, sia nella maggioranza dei casi una palese scusa per dare sfogo a quella violenza strutturale che teneva in piedi le società d’ancien regime. Il più bravo a duellare poteva quindi fare forza su questa qualità per i propri interessi, così come fa Barry truffando i nobili e poi raccogliendo i loro debiti non pagati mettendoli sotto con la sua bravura con la spada.
Ma dietro alla travagliata vita di Redmond si trova un altro duello, che viene rappresentato nella prima, incredibile, scena del film, incastonato in un’inquadratura perfetta. Il duello che il padre di Barry perde per una banale questione di acquisto di cavalli, portando la famiglia sul lastrico. Il vero fantasma mostruoso che anima la rabbia e la voglia di riscatto sociale del giovane irlandese, sancendo, in un sol colpo, la sua fortuna e la sua fine.

Il ritorno in sala di questo capolavoro senza tempo rappresenta un’occasione imperdibile per ammirarlo nella versione più vicina alla volontà iniziale di Kubrick, riscoprendo un film essenziale per la Settima Arte. Forse mai nessuno prima o dopo è riuscito a rappresentare con la stessa forza un periodo storico, rendendo protagonista della pellicola proprio lo scorrere del tempo.
Attraverso l’opera visiva di un Maestro indiscusso, la Storia ritorna ad essere magistra vitae perché, come ricorda la frase a schermo al termine del film, racconta le vite di personaggi diversi, che hanno subito su di se gli indomiti colpi del fato alla ricerca di un futuro che, se per loro è ancora carico di speranza, per noi è già accaduto. É già divenuto passato, immobile come la tela di un quadro perfetto.
a cura di
Tommaso Rubechini

