Portobello – la recensione in anteprima della nuova serie HBO di Marco Bellocchio

Il maestro Marco Bellocchio torna a raccontarci uno spaccato di vita italiana tramite Portobello, la nuova serie tv con Fabrizio Gifuni, Lino Musella, Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano, Alessandro Preziosi, Gianfranco Gallo e Massimiliano Rossi. I primi due episodi sono stati presentati all’82esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, mentre per il grande pubblico debutterà in Italia il 20 febbraio su HBO Max.

Nel corso della sua lunga carriera Marco Bellocchio si è già dedicato a trasporre per la Settima Arte, sia in forma ispirata che realista, storie oscure legate alla nostra penisola. Uno dei primi fu Sbatti il mostro in prima pagina (1972) che, ispirato al reale caso di Milena Sutter, portò Bellocchio a creare un film che criticava ferocemente certe dinamiche propagandistiche legate alla politica.

Altre pellicole da ricordare sono Vincere (2009), che affronta la vita privata di Mussolini, e Rapito (2023), liberamente ispirato al caso di Edgardo Mortara, un bambino ebreo sottratto alla famiglia dalla polizia papalina al solo scopo di convertirlo al cattolicesimo.

Attraverso i suoi sei episodi, Portobello ci trascina nuovamente in un’epoca italiana ormai distante narrando, attraverso il fenomeno culturale dell’omonimo programma televisivo, la vicenda giudiziaria che coinvolse il suo conduttore, la vita degli italiani e le contraddizioni della magistratura del nostro paese.

Trama

La storia segue le vicende di Enzo Tortora, noto conduttore televisivo, che tra il finire degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ‘80, raggiunse il suo apice con il programma televisivo di Portobello, arrivando a 25 milioni di spettatori. Purtroppo, al seguito di una serie di sfortunate eventualità, si ritroverà ad essere arrestato da innocente con l’accusa di associazione camorristica e traffico di droga, in quello che verrà ricordato come uno dei più grandi casi di malagiustizia.

Il fenomeno Portobello

Prima di iniziare a parlare della serie, conviene fare un breve excursus sugli anni in cui è ambientata la serie, in modo da avere un’idea ancor più dettagliata delle dinamiche che attraversano l’ultima fatica di Bellocchio. Ormai lontani dal boom economico degli inizi degli anni ‘60, ma soprattutto ancora nel mezzo dei disordini terroristici a sfondo politico legati agli anni di piombo (che si sarebbero conclusi solo agli inizi degli anni ‘80), il programma televisivo di Portobello fu una delle più grandi distrazioni televisive per gli italiani.

Creato da Enzo Tortora e da sua sorella Anna, lo show presentava un format rivoluzionario per l’epoca. I partecipanti potevano vendere delle loro invenzioni o cercare oggetti, facendosi contattare dal pubblico da casa grazie alla presenza di un “Centralone” che filtrava le chiamate ricevute. Oltre a questo e agli altri spettacoli d’intrattenimento con ospiti che mostravano talenti particolari, il momento più atteso del programma era quando veniva scelta una persona dal pubblico che doveva provare a vincere un premio in denaro, cercando di far pronunciare in trenta secondi al pappagallo simbolo della trasmissione la parola “Portobello”.

“Portobello è una storia drammatica (tragica per come è finita) di un’Italia che stava cambiando in tante direzioni (la fine degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso). La politica, con l’assassinio di Moro, la fine del terrorismo, e i grandi partiti che entrano in crisi e non si riprenderanno più. Partiti che non controlleranno più la televisione pubblica. Nascono le prime televisioni private e Berlusconi, contro la Rai, contro il canone. La pubblicità, le interruzioni pubblicitarie, le grandi utopie si riducono fino a scomparire. La grande Rai (mamma Rai) non ha più il monopolio in questa nuova realtà sempre più disimpegnata, sempre meno ideologica, e Tortora si trova a suo agio, prende il suo spazio. Il liberale Enzo Tortora (partito che contava poco o niente) del suo essere libero fa la sua arma, la sua bandiera, il suo stile, lo ripeterà sempre: non sono ricattabile (non dimentichiamo le sue battaglie contro la loggia P2). Dando spazio e parola a chi non ha nessun potere, permetterà così agli umili, ai bizzarri, a chi vuole giustizia, di parlare, ai più strani inventori di proporre agli italiani le più strane invenzioni. Il mercato di Portobello. Il sogno della ricchezza e della fama per tutti. Un pubblico sempre più grande (fino a 28 milioni) che a lui si rivolge per denunciare le grandi e le piccole ingiustizie subite ogni giorno. Più le piccole che le grandi (per esempio la sparizione degli orinatoi nelle grandi città…).”

Marco Bellocchio

Il successo dello show fu straordinario, diventando un vero e proprio fenomeno culturale, un evento imperdibile per gli italiani, e Bellocchio è stato molto intelligente nel raccontarlo nel primo episodio della serie. Oltre a esporre a schermata il numero sempre più crescente di spettatori, il primo episodio è pieno di piccole scene di vita quotidiana, che mostrano l’estesa varietà del pubblico del programma, seduto sul divano di casa o in qualche locale in attesa del nuovo episodio.

Dalla numerosa famiglia meridionale a quella più borghese, dai giovani agli anziani, fino ad arrivare persino alle suore e ai criminali chiusi in cella, che rappresenteranno la rovina di Tortora.

Enzo Tortora

Dopo aver parlato del programma, è giusto dedicare uno spazio anche al suo conduttore, Enzo Tortora (1928 – 1988). Negli anni in cui è ambientata la serie, Enzo Tortora è il sovrano indiscusso della televisione, tanto da essere nominato dall’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, Commendatore della Repubblica.

Ma aldilà della televisione, il presentatore è stato una figura di spicco che non si è mai tirata indietro nell’esporre le proprie idee e a pagarne a testa alta le conseguenze.

Nella serie viene solo citata, ma Tortora fu allontanato per un lungo periodo dalla Rai, a causa di un’intervista su Oggi, dove non si trattenne dal criticare duramente le incongruenze dell’emittente televisiva. Ebbe un’importante carriera giornalistica, che lo portò a ricevere spesso attacchi per le sue battaglie controcorrente. Per finire, in un’Italia dove, e cito, “o sei democristiano o sei comunista”, Tortora si dichiarò liberale.

Di conseguenza, l’uomo viene rappresentato nella serie come un individuo stabile nei suoi principi, presuntuoso ma di buon cuore e di grande cultura. Una persona che, nonostante si ritrovi fisicamente e psicologicamente molto provata dall’arresto e dalla sua gogna mediatica, non smette mai di combattere per dimostrare la propria innocenza.

“Questa Italia di chi conta poco o niente trova in Enzo Tortora un formidabile laico sostenitore che per una sera, un minuto, permette di parlare con tutta l’Italia, un minuto di celebrità. Enzo Tortora è l’Italia di quegli anni, un vincitore, vittima di un inspiegabile errore compiuto da giudici onesti, in buona fede, che combattevano la criminalità, la camorra, rischiando la vita tutti i giorni (a Napoli più di un omicidio al giorno), ma che non vollero vedere, accecati da un’idea missionaria di giustizia, e che, ancora più inspiegabilmente, non vollero riconoscere il proprio errore… . La Giustizia Divina che non può sbagliare.
Per una serie di coincidenze assurde, di falsi pentimenti Enzo Tortora viene arrestato, processato, condannato e solo alla fine assolto. Dissero certi giornalisti che la via Crucis di Enzo Tortora non fu solo per sfortuna: Enzo Tortora era antipatico a una potente classe intellettuale che vedeva con disprezzo e grande invidia questa sua enorme popolarità, di un liberale che non veniva dal popolo e che era un borghese molto presuntuoso. Il fatto poi che non avesse padrini, non era protetto né dalla D.C. né dal P.C.I., le due grandi chiese di allora, non appartenesse a logge massoniche, era laico e perciò anche la Chiesa diffidava di lui, insomma non godeva di nessuna protezione, lo danneggiò. Lo condannò. Tortora alla fine viene assolto anche se per ingiustizia morirà. Resta il mistero della cecità di certi giudici oltre ogni umana immaginazione. E la perseveranza nel loro errore.”

Marco Bellocchio
L’Italia dell’epoca

Ultima parentesi da affrontare, riguarda l’Italia del periodo. Come già accennato poc’anzi, il nostro paese era pieno di fortissimi tumulti, che andarono a colpire anche le dinamiche mafiose. La serie racconta in modo perpendicolare tanto la seconda ascesa televisiva di Tortora, quanto la lenta caduta del boss e fondatore della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, che portò diversi dei suoi uomini a collaborare con la giustizia.

Ed è qui che si fanno vivi e presenti gli antagonisti della serie: i criminali pentiti e la magistratura. I primi, rappresentati dal mafioso Giovanni Pandico, autoeletto non pentito ma “dissociato” che, comprendendo la caduta del boss e sentendosene tradito, vede nella collaborazione la possibilità di tutela e la possibilità di uno sconto della pena.

Approfittando di un errore da parte della polizia, che all’interno di un’agendina di un camorrista troverà il nome Enzo Tortona e lo leggerà come Enzo Tortora, Pandico userà il conduttore come agnello sacrificale, in modo da ergersi insieme agli altri pentiti come martire.

La magistratura è invece rappresentata in modo subdolo. Spietata e crudele tanto quanto i criminali, poiché, vedendo la possibilità di fare la rettata del secolo grazie ai nomi dati dai pentiti, non accettano di ammettere l’errore verso Tortora, impedendo ai suoi avvocati di accedere a molte delle prove e mandandolo in tribunale.

La serie denuncia apertamente la negligenza dei giudici, incapaci di gestire una situazione così grande, molto semplicemente perché non si aspettavano di avere dei pentiti di mafia. Oltre a raccontare questo particolare periodo storico della criminalità organizzata italiana, lo show riesce anche con poche scene a trasportare lo spettatore in quegli anni. Un esempio è il momento in cui una macchina si ferma in una strada con i muri tappezzati di volantini che denunciano la scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta durante la vicenda Tortora.

La serie di Marco Bellocchio

Dopo questa lunga analisi del periodo storico e del suo protagonista, è arrivato il tempo di parlare della serie televisiva. Portobello di Marco Bellocchio è semplicemente magistrale. Il lavoro certosino e puntiglioso nel raccontare tutte le dinamiche e gli errori giudiziari che hanno portato prima all’arresto e all’accusa e poi all’assoluzione di Tortora è assurdo per quanto dettagliato e preciso. Tutto è mostrato allo spettatore con ordine e chiarezza, senza lasciare buchi e domande aperte.

Oltre all’eccellente componente documentaristica, Portobello è accompagnata da una fortissima critica alle istituzioni giudiziarie che arriva dritta al punto, presentando in certe situazioni anche un cinico umorismo che accompagna la drammatica, ma surreale condizione in cui versa il conduttore. La regia di Bellocchio si riconferma sontuosa, alternando le colorate e dinamiche riprese durante la conduzione dello spettacolo ad altre più fredde in carcere.

Il Maestro Bellocchio gioca con la regia anche in diverse scene oniriche, dove, attraverso gli incubi di Tortora dentro la cella, mostra varie volte un uomo vestito da Arlecchino con addosso la toga di un giudice. Il ritmo è incalzante, anche grazie ad una colonna sonora perfetta e ben amalgamata che non appesantisce la visione, anche per chi sia interessato a fare binge watching.

Portobello è la conferma di un messaggio già lanciato con serie come Gomorra e Romanzo Criminale: noi italiani, siamo perfettamente capaci di mettere in scena un prodotto televisivo che non ha nulla da invidiare alle produzione estere, ma che, anzi, può far loro da insegnante.

Le interpretazioni

Una serie a stampo storico-biografico vive anche delle interpretazioni dei suoi attori, e in questo caso ci ritroviamo davanti ad un livello molto elevato. Ogni interprete – anche chi ha pochi dialoghi o poco screen time – dà il massimo, risaltando la propria prova attoriale con enfasi.

Oltre a Fabrizio Gifuni, che porta in scena un Enzo Tortora impossibile da non ammirare ed amare, tra tutti sono da citare Lino Musella, con un Giovanni Pandico disgustosamente viscido e inquietantemente composto, Alessandro Preziosi, nei panni del giudice Giorgio Fontana, e il giovane Giovanni Buselli, che con Gianni Melluso vince il premio come miglior faccia da schiaffi della serie.

“Portobello”

Portobello è un capolavoro, l’ennesima conferma di quanto Bellocchio ad 86 anni non solo non abbia perso lo smalto, ma sia pure riuscito a modernizzarsi.

La qualità tecnica della serie è talmente elevata da essere sprecata per il solo mondo televisivo, meritandosi anche una breve apparizione nelle sale.

Se, carichi per il suo arrivo in Italia, avete già fatto un abbonamento ad HBO Max, Portobello vi confermerà il buon acquisto. Se ancora dovete farlo, lo show rappresenta un più che valido motivo per iscriversi alla piattaforma.

a cura di
Andrea Rizzuto

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – Due Procuratori – la recensione in anteprima del nuovo film di Sergei Loznitsa
LEGGI ANCHE – Il mago del Cremlino: le origini di Putin – la recensione in anteprima

Related Post