43º Torino Film Festival – tra scrittrici premio Nobel, strike generazionali e supereroine colf

Continua il nostro racconto di quest’ultimo Torino Film Festival, tra conferenze stampa e visione di film in concorso che hanno messo a dura prova la mia capacità di scelta.

Guardando il panel del Torino Film Festival mi son trovato in grande difficoltà: spesso le mie opzioni erano concomitanti e, in altri casi, ho avuto la sfortuna di non poter essere presente.

Per questa seconda parte del nostro racconto la scelta è ricaduta sulla visione di Todas las fuerzas, pellicola in concorso nella categoria lungometraggi, e su due conferenze stampa che (piccolo spoiler) sono state una scoperta unica. Ma andiamo con ordine.

Nella splendida cornice del Museo della Radio e della Televisione Rai di Torino è stato allestito il Media Center di questa 43° edizione. Un luogo perfetto per le conferenze stampa che, con la sua storia, dona un’aura di epicità ad ogni incontro.

La prima conferenza a cui ho partecipato è stata per Quasi Grazia, film tratto dal romanzo omonimo di Marcello Fois che racconta la storia di una, se non della più grande scrittrice italiana di tutti i tempi: Grazia Deledda.

​Grazia Deledda: tre volti per una storia

La pellicola nasce dall’urgenza del regista di riportare al centro una figura femminile della propria terra, dopo aver raccontato a lungo storie di donne indiane e di altre culture.

In questo percorso di sguardi al femminile, Grazia Deledda diventa il necessario approdo: una scrittrice che ha saputo parlare al mondo partendo da una realtà periferica, e che il cinema prova ora a restituire in tutta la sua complessità.

Alla base del progetto c’è il libro Quasi Grazia, originariamente scritto per Michela Murgia, che lo ha portato a teatro per anni, raccontando la Deledda in tre fasi fondamentali della sua esistenza.

L’adattamento cinematografico riprende questa struttura tripartita, trasformando il materiale teatrale in un racconto per immagini che accompagna lo spettatore dall’adolescenza inquieta della scrittrice fino agli ultimi anni segnati dalla malattia.

Le tre vite di Grazia

Nel film incontriamo prima la Deledda giovane, in formazione, sospesa tra il peso delle convenzioni e il desiderio ostinato di scrivere.

Poi la osserviamo nel momento del massimo riconoscimento, quando conquista il Premio Nobel per la Letteratura, restando tuttora l’unica donna italiana ad aver ricevuto questo riconoscimento.

Infine arriviamo alla Deledda malata, sul finire della vita, quando il corpo si indebolisce ma lo sguardo sul mondo rimane lucido e partecipe.

L’attrice Irene Maiorino, che interpreta la scrittrice nella sua prima fase, sottolinea come Grazia Deledda sia sostanzialmente assente dai programmi scolastici, nonostante il suo ruolo centrale nella letteratura italiana.

La sua interpretazione lavora proprio contro questa rimozione: restituisce un’immagine di Deledda come figura di forza ed emancipazione, costruita anche attraverso un intenso lavoro sulla lingua e sulle sfumature espressive del personaggio.

Madri, padri e assenze nei libri di scuola

La difficoltà di incontrare Deledda sui banchi viene confermata anche da Monica Demuru, che, pur avendo frequentato il liceo classico in Sardegna, racconta di non averla praticamente mai studiata.

Nel film interpreta la madre di Grazia, una donna dura e inflessibile lontana dal suo carattere personale, ma centrale nella formazione emotiva della scrittrice.

L’attrice descrive il lavoro sul personaggio come una tensione continua tra anaffettività apparente e una partecipazione silenziosa alla sensibilità della figlia.

Accanto alle figure femminili, il film dà rilievo anche al ruolo del marito di Deledda, interpretato da Jack McEvoy. Il suo personaggio non è un semplice comprimario, ma un tassello decisivo nella storia personale e professionale della scrittrice.

L’attore racconta questa esperienza come una tappa importante della propria carriera e ringrazia chi gli ha permesso di entrare in un progetto che non è solo biografico, ma anche civile, parte di un più ampio movimento di riscoperta della figura di Grazia Deledda al cinema.

Una lezione sulla lotta per i diritti

Per tutti gli interpreti, il film è stato prima di tutto un incontro umano e politico con la scrittrice sarda. Ognuno ha portato a casa qualcosa di diverso: la sua forza silenziosa, la capacità di amare senza rinunciare a sé stessa, la consapevolezza di un’importanza storica e culturale che l’Italia non ha ancora davvero riconosciuto. Attraverso i loro sguardi, Deledda smette di essere un nome relegato alle note a piè di pagina e torna a essere una presenza viva.

Il risultato è un’opera che non si limita a celebrare una grande autrice, ma interroga il pubblico sul prezzo dei diritti che oggi si danno per scontati.

Il percorso di Grazia Deledda e delle donne della sua generazione ricorda che ciò che oggi appare “acquisito” è, in realtà, il frutto di lotte lunghe e faticose portate avanti da persone che spesso non vengono più ricordate.
In questo senso, il film non è solo un omaggio, ma un invito a riconsiderare la memoria come spazio politico e non solo celebrativo.

6 mani per un piccolo capolavoro

La seconda conferenza invece è di uno dei film più interessanti di tutto il Torino Film Festival: Strike – Figli di un’era sbagliata, pellicola diretta da tre giovanissimi registi con nomi altisonanti ed una storia che non può non colpire i cuori.

L’opera nasce dall’incontro di tre artisti che lavorano insieme da otto anni (prima a teatro e ora nel cinema) e dalla scelta di dirigerlo “a sei mani”. Un’esperienza rara e bellissima per la quale hanno dovuto imparare a condividere momenti difficili e felici. 

Gabriele Berti, Giovanni Nasta e Diego Tricarico hanno trovato in questa condivisione la chiave per arrivare alla presentazione del loro primo lavoro cinematografico al TFF.

Matilde Gioli racconta di essersi innamorata dei tre registi fin dal primo incontro – avvenuto in un bar di Roma -, vestita ancora da cavallerizza dopo una giornata a cavallo.

Uno di quegli incontri memorabili tra persone che hanno mantenuto quel bambino interiore capace di stupirsi per le cose semplici, un’affinità che ha poi portato l’attrice a prendere parte al progetto.

Il pregiudizio come muro da abbattere

Uno dei temi centrali del film è il pregiudizio e il titolo stesso funge da una metafora: lo strike nel bowling rappresenta la rottura di quel muro invisibile che separa le persone, un’immagine che ricorda anche il personaggio di Jesus ne Il Grande Lebowski.

La prima volta che i registi si sono presentati in un Ser.D., hanno vissuto sulla propria pelle la forza di questo meccanismo: un ragazzo dall’aspetto poco rassicurante si è avvicinato a loro e solo in quel momento hanno capito che il pregiudizio è radicato in ognuno di noi (in realtà voleva solo chiedere chi ci fosse prima in fila).

Il film racconta questi temi in maniera decisamente più morbida rispetto alla realtà dei fatti, un racconto che evoca amici e parenti passati da quella situazione e che ce l’hanno fatta, ma che parla anche di chi non c’è riuscito e viene ricordato nel film attraverso nomi, musiche e racconti.

Tra questi, un omaggio particolare va al cantautore Cranio Randagio, scomparso nel 2016, le cui canzoni sono presenti nella colonna sonora.

Una tragedia raccontata col sorriso

Strike è un film che tratta una tragedia portando il sorriso in chi lo vedrà, senza mai snaturare il messaggio, ma senza fare la morale o spiegare cose dall’alto.

L’obiettivo è piuttosto ricordare anche alle nuove generazioni un sottobosco che troppo spesso si tende a nascondere, a non voler vedere.

Una delle svolte del progetto è stata senza ombra di dubbio la partecipazione di Massimo Ceccherini, che ha contribuito a migliorare la sceneggiatura oltre che a mettersi in gioco come attore.

La colonna sonora ha anche la firma di Fulminacci e un cast di primissimo livello (Matilde Gioli, Caterina Guzzanti, Massimiliano Bruno, Pilar Fogliati e Max Mazzotta) ha creduto nel progetto fin dall’inizio, sorprendendo gli stessi registi per la risposta corale che ha accompagnato il film.

L’interrogativo finale

La pellicola si chiude con una domanda che resta aperta: siamo noi giusti in un’era sbagliata, o sbagliati in un’era giusta?

Un interrogativo generazionale che attraversa tutta la narrazione e che invita a una riflessione non solo sui ventenni protagonisti, ma sul modo in cui ogni generazione guarda alle fragilità dell’altra.

Dopo questi due incontri – che mi hanno incuriosito e fatto venire voglia di lanciarmi al cinema per vedere i due film – ho partecipato alla proiezione di Todas las fuerzas, il secondo lungometraggio di Luciana Piantanida.

Una detective badante

Todas las fuerzas è un’opera che dura quanto un tempo supplementare abbondante (solo 70 minuti), ma prova a giocare su tutti i campi possibili: migrazione, lavoro di cura, autodeterminazione, invisibilità sociale, fino a sfiorare la mitologia supereroica.

Però, mettendo troppi temi sul fuoco finisce per appesantire una struttura che altrimenti sarebbe veloce e si districherebbe meglio nella storia che, seppur semplice, risulta interessante.​

Quest’ultima è infatti essenziale: Marlene (interpretata da Celia Santos), immigrata boliviana, è la badante di Teresa (Silvina Sabater), un’anziana signora smemorata, in un appartamento invaso dai piccioni metafora di un mondo invisibile alla gente.

Un giorno una sua amica scompare e allora la donna esce di notte, si addentra in quella Buenos Aires che di giorno le è preclusa e scopre un mondo nascosto abitato da figure marginali come lei.​

Un poliziesco senza arbitro

Luciana Piantanida costruisce un “poliziesco senza poliziotti”, affidando l’indagine non a un detective, ma a una badante.

Questo espediente porta in primo piano una figura normalmente invisibile alla società. Eppure, Todas las fuerzas rimane quasi un’opera incompiuta, il tipico “è bravo, ma non si impegna” della nostra adolescenza liceale. Parlando in termini calcistici, la narrazione non affonda mai il tackle decisivo, ma rimane su una soglia di delicatezza evitando lo scontro fisico, come se avesse paura di farsi ammonire.​

Il film spazia tra i generi: dramma sociale, noir urbano, tocco fantasy, ma ogni cambio di passo è più accennato che sviluppato. Lo scenario notturno, fatto di bar e fabbriche, è un fondale affascinante, pur non diventando mai il fulcro dell’azione.​

La rivoluzione che resta negli spogliatoi

Il messaggio politico è tanto urlato quanto trattato senza la dovuta forza: le donne migranti non sono riserve, ma titolari con poteri sovversivi.

Ma questa forza, annunciata fin dal titolo, resta spesso sulla carta, come quella dichiarazione d’intenti che si faceva a inizio anno scolastico annunciando che saremmo stati promossi a pieni voti.

L’empowerment c’è, ma raramente si trasforma in conflitto effettivo, in quella “garra” che ti aspetteresti da chi lotta per esistere.​

C’è un’ingenuità di fondo, quasi infantile, nel credere che il simbolo basti a vincere la partita: il volo è salvezza, la telecinesi è riscatto.

La realtà che vivono i personaggi è molto più complessa e difficile rispetto a quanto il film riesca a dimostrare, quasi come se la regista abbia avuto paura di esprimere fino in fondo quel sottobosco che dovrebbe essere protagonista indiscusso della pellicola.

La bellezza fragile dell’incompiuto

Sia chiaro, Todas las fuerzas non è un film pessimo. È un’opera sincera, girata con rispetto e capace di illuminare quel “lato B” della città che raramente finisce sotto i riflettori.

La trovata delle supereroine migranti è, sulla carta, di una bellezza disarmante, ma tra l’idea e la realizzazione c’è quello spazio vuoto che separa un buon tiro da un gol.

Il film finisce per assomigliare ad un tiro fuori di poco: anima il cielo per un istante, disegna una traiettoria poetica, poi si posa di nuovo a terra senza aver cambiato il risultato sul tabellone. 

Todas las fuerzas vorrebbe essere la punizione di Roberto Carlos e invece si dimostra il rigore di Baggio: imperfetto, vicino alla gloria, ma distante dall’alzare la coppa al cielo.

A cura di
Andrea Munaretto

Articolo realizzato con il parziale ausilio di intelligenza artificiale

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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