“La penultima verità”: cronaca di un approccio alla fantascienza

Il genere fantascienza, per quanto mi riguarda, è sempre stato un buco nero: alieni, robot, tecnologia e simili non fanno per me. Gli unici libri che ho letto con qualche affinità al genere sono quelli distopici (vedi Hunger Games e simili), da cui traggo anche un certo diletto. Quindi: prendete questo articolo come l’esperimento di un primo approccio, nato dalla curiosità e da diversi stimoli che mi sono venuti al riguardo.

Una nuova veste editoriale

La penultima verità è un titolo del 1964, di Philip Dick, precedente a molti suoi titoli più famosi ma già pregno dei suoi temi più importanti. Di recente (2024) è stato ripubblicato in una nuova veste grafica nella collana Oscar Fantastica (Mondadori) che ha contribuito a rilanciare l’autore e a rendere accessibili anche i suoi titoli meno noti.

Cinema e serie

L’immaginario dickiano, creato dall’autore nel secolo scorso e popolato da androidi e macchine del futuro ha dato ispirazione a numerosi film (Da Blade Runner fino alla recente serie L’uomo nell’alto castello).

Un fatto curioso è che in un certo senso anche questo mio primo approccio nasce dalla serialità: di recente ho visto infatti la serie Il rifugio atomico che ha alcuni tratti decisamente molto simili al libro (non faccio spoiler), che pare però non essere la fonte primaria della sceneggiatura (rimango fortemente dubbiosa a riguardo, ma tant’è). Se avrete occasione di vedere la serie, e leggere il libro o questa mia recensione, mi farete sapere.

Di certo Dick era un visionario e precursore di dinamiche ed eventi che, se all’epoca erano fantascientifici, oggi sono inquietantemente vicini al reale. Il libro parla infatti di un mondo post apocalittico in cui la popolazione vive sottoterra nei cosiddetti formicai, mentre in superficie infuria un conflitto atomico fra tra il blocco occidentale (Dem-Occ, gli Stati Uniti) e quello orientale (Bloc-pop, l’URSS). Gli abitanti dei sotterranei devono contribuire alla guerra producendo – letteralmente – dei guerrieri, i plumbei, che altro non sono che robot.

Da 15 anni sotto terra

Il libro inizia in medias res, poiché la guerra infuria da 15 anni (si menziona un inquietante “2025”) e le persone sono ormai stanche di vivere senza vedere la luce del sole, senza intimità e soprattutto controllate da un presidente, Talbot Yancy. Il quale non manca di mostrare alla popolazione video su come il conflitto stia procedendo minacciosamente.

La verità però non è quella mostrata: in superficie non vi è alcun conflitto. I materiali sono ottenuti artificialmente allo scopo di manipolare intere comunità di persone, i plumbei in superficie sono la servitù di uomini d’armi e capi politici. Il sistema inizia ad avere delle crepe quando uno dei presidenti delle comunità, Nicholas St. James, deve uscire per cercare un organo artificiale per un abitante della comunità. Da qui si dipaneranno situazioni, intrighi e giochi di potere degni non solo del miglior libro di fantascienza ma anche miglior thriller.

Linguaggio immersivo e atmosfera

Se si riesce a rompere la barriera con un linguaggio non sempre immediato – soprattutto perché talmente immersivo che spesso tende a dare scontate alcune cose – si entra in un’atmosfera paranoica studiata alla perfezione. Oltre ad immaginare un futuro distopico, La penultima verità solleva una critica non troppo velata della società reale e temi attuali ora e allora. Anzitutto la manipolazione dell’informazione ad opera dei vertici della società e, quindi, la menzogna come strumento politico. Ma anche l‘alienazione dell’individuo e il senso di impotenza a fronte di cose più grandi di lui, nonché il rapporto fra verità dei fatti e narrazione che ne viene fatta.

Darò qualche possibilità in più al genere? Tutto sommato, rispondo affermativamente!

a cura di
Martina Gennari

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