Ci stiamo avvicinando a quel momento dell’anno che significa una cosa sola: horror. Manca ancora parecchio tempo a Halloween, ma perché aspettare ancora mesi per godersi l’ultima fatica dei creatori di Longlegs? Il 20 agosto uscirà in tutte le sale italiane Dangerous Animals. Una pellicola che si propone di offrire un punto di vista diverso sul predatore per eccellenza, lo squalo. Ma saprà donargli il giusto merito o si perderà come tanti film prima di lui?

Era il 17 maggio quando nella sezione Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes IFC presentò per la prima volta Dangerous Animals. Un film horror ambientato nella Gold Coast australiana tra surf e squali.

Naturalmente, da amante e appassionato del genere, la notizia ha subito stuzzicato il mio interesse, ma al tempo stesso la paura che il film si potesse perdere nelle sue prerogative era dietro l’angolo. I primi giudizi, però, furono per lo più positivi e quindi la mia voglia di vedere il primo trailer aumentò esponenzialmente.

Mi fiondai su YouTube, trovando subito i 2 minuti e 30 secondi che mi introducevano alla pellicola. Lo ammetto, ero esaltato da quello che avevo appena visto: un mix sapiente di survival horror, animal horror e un “cattivo” che ricorda in certi aspetti Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti.

Dangerous Animals aveva definitivamente catturato la mia attenzione: un horror che potrebbe essere una rivelazione del 2025 per crudezza e sceneggiatura. Ma forse mi sono gasato troppo per il trailer?

L’unico modo per scoprire se le mie aspettative fossero vere o meno era andare al cinema e, grazie a Midnight Factory, ho avuto l’occasione di poter assistere all’anteprima stampa per poter fugare ogni mio dubbio. Sarà stata una delusione o una conferma?

Il vero predatore è umano

Australia. La magia delle spiagge della Gold Coast cattura una coppia anglo-statunitense (Heather e Greg) che, per fare una gita fuori dal comune, invece di andare a SeaWorld decide di fare l’esperienza principe in Australia: l’immersione con gli squali.

La ragazza ha paura, ma il propietario della barca la convince che sia tutto sotto controllo grazie anche al metodo di rilassamento che utilizza (tecniche di respirazione sulle note di Baby Shark… sì, ho riso senza motivo). Dopo l’immersione, la coppia è felice dell’esperienza fatta: unica, proprio come il suo epilogo.

Tucker (Jai Courtney), il loro cicerone, in realtà è un killer efferato che, assestando un colpo preciso nella gola del ragazzo, lo uccide e rapisce la ragazza. È questo il preludio all’ora e mezza che mi separa dalla fine della pellicola.

Da qui conosciamo la protagonista della nostra storia, Zephyr (Hassie Harrison), una ragazza che col suo van gira per l’Australia alla ricerca dell’onda perfetta, con un passato da dimenticare e un futuro tutto da scrivere, tra solitudine e la paura di legarsi a qualcuno.

Dopo una notte infuocata con un ragazzo appena conosciuto, Zephyr decide di cercare l’onda perfetta, ma il suo cammino si incrocia con quello di Tucker, che vede in lei la preda perfetta per il suo gioco malato. La rapisce e la rende spettatrice di quello che, da lì a breve, succederà alla ragazza che abbiamo conosciuto nella scena iniziale.

Qui scopriamo la vera natura di Tucker: un uomo che da ragazzo è stato salvato dall’attacco di uno squalo e che, da quel momento, vede l’animale come una presenza divina che dev’essere alimentata con sacrifici umani. Sacrifici che filma su una VHS e si riguarda in maniera morbosa e adorante. Riuscirà Zephyr a salvarsi dal suo carnefice?

Originalità e certezze

Sean Byrne torna alla regia 10 anni dopo Devil’s Candy e, come per il suo predecessore, ci troviamo davanti a un horror nudo e crudo, dove nulla viene edulcorato. Anzi, tutto viene portato al massimo livello espressivo.

La scrittura del soggetto è stata affidata a Nick Lepard. Un esordio ben riuscito che riesce a portare un’idea fresca in un mondo di horror tutti uguali. Un film dove finalmente viene data la giusta immagine allo squalo, che non viene descritto come un assassino di uomini, ma solo come un animale che attacca l’uomo perché istigato.

Vette altissime per la colonna sonora, che ritma alla perfezione ogni scena, riuscendo a tenere il pubblico al giusto livello di tensione, senza mai annoiare.

Il vero punto debole di Dangerous Animals sono gli effetti speciali. Se per gran parte del film le scene che vediamo sono reali, filmate tra squali e le oscure acque australiane, quando viene messo in scena l’effetto speciale principale di tutto il film ci troviamo davanti a immagini che fanno rimpiangere gli squali volanti di Sharknado.

La pellicola che aspettavo

Finalmente ci troviamo davanti a un film horror che mette al centro lo squalo, ma non lo dipinge come il classico mangiatore di uomini, bensì come un mezzo che il killer usa per divorare le vittime.

Una sceneggiatura scritta bene e portata in scena altrettanto bene grazie a un gruppo di attori poco conosciuti che rendono alla perfezione ogni personaggio. Forse l’unica pecca è non aver scavato in profondità in quel “cattivo” che aveva tanto da dire e tanto da dare alla pellicola.

Dangerous Animals riesce nell’intento di portare in scena un horror complesso e non banale, con una colonna sonora curata nei minimi dettagli che riesce a incollare lo spettatore alla poltrona, lasciandolo soddisfatto di quei 98 minuti passati una volta uscito dalla sala.

Midnight Factory si rivela per l’ennesima volta una casa di distribuzione scopritrice di vere perle horror e la ringraziamo per questo.

Non vi resta che fiondarvi al cinema il 20 agosto per un film di genere che non vi deluderà. Anzi, vi farà saltare sulla sedia, chiedendovi perché non l’abbiano prodotto prima.

Buona visione!

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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