La mostra di Edward Spitz è visitabile fino 31 luglio a Roma, nella galleria temporanea dell’omonimo artista
Edward Spitz, artista cui di non conosciamo l’identità, con la sua pratica sceglie di dar nuova vita a vecchie riviste, giornali e fumetti mosso dalla volontà di contrastare la presenza permeante del digitale utilizzando l’elemento materico della carta.
Altro elemento fondamentale della sua pratica è la resina; l’artista la utilizza come strumento per catturare, immortalare e fissare la storia di ieri che si stratifica a quella contemporanea. Ma in che modo si sceglie di dare una nuova vita alle storie di ieri? Di che cosa parlano queste opere? E ancora, la nuova vita di queste riviste che cosa cattura realmente?
Se è vero che la resina contribuisce a preservare riviste e giornali storici è altrettanto vero che ormai viviamo in una società che cristallizza qualunque cosa, nonostante tutto si muova ad una velocità vertiginosa, il che racconta la frizione della nostra contemporaneità.
Viviamo immersi in una cultura in cui tutto è reperibile: una volta immesso nel mondo, rimane traccia di tutto, come se non riuscissimo mai a lasciare andare davvero quello che è stato. Lo vediamo nei nostri profili social, i messaggi sulle chat, la galleria dei nostri telefoni, facciamo foto a qualunque cosa, scatti che, forse, poi non guarderemo mai più.
Le riviste, i giornali e le pagine di fumetto vengono cucite e stratificate con immagini di icone pop e personaggi famosi che, se è vero che sono parte, e raccontano le contraddizioni della nostra cultura, è altrettanto vero che grattano la superficie. In un contesto sociale e culturale in cui tutto è straripante, ricco, pieno e traboccante mi chiedo se abbia ancora senso aggiungere senza una lettura critica della società. In che modo, allora, queste opere ci raccontano dell’oggi?

Le opere
Dei lavori di Spitz si dice siano suggestivi per un pubblico adulto perché “evocano un passato ricco di ricordi”; questa affermazione ci lega ancora alla nostalgia, alla testimonianza, ma in mondo in cui siamo tutti testimoni e nessuno è giudice, ciò che fa notizia non fa storia.
Spitz nel suo lavoro evoca i fantasmi della pop art e della pop culture, tra i più conosciuti Lichtenstein e Warhol. Il primo analizza la parabola ascendente dell’immagine della comunicazione di massa, il processo tecnologico attraverso il quale le immagini vengono elaborate. Il secondo, al contrario, racconta la sua parabola discente, l’iter del consumo psicologico dell’immagine notizia.
Indipendentemente da quale sia la posizione di Spitz, rispetto alle precedenti, le sue opere si inseriscono perfettamente in un sistema di mercato soggiogato da numeri e da curriculum brillanti; l’idea stessa di provare a riportare in vita la carta come opposizione al mondo digitale è un’opposizione prevista e autorizzata dal sistema.
a cura di
Letizia Servello

