Solos: un viaggio nella solitudine umana

Solos: un viaggio nella solitudine umana
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Solitudine significa ritiro dagli altri, al punto in cui tale ritiro diventa assoluto“. Questa definizione del filosofo, storico e professore universitario Peter Munz, potrebbe essere il sottotitolo ideale per Solos. O quantomeno per almeno metà della serie.

La solitudine è la coscienza disimpegnata dalle altre persone. La mente può vagare da sola lungo i suoi sentieri“. Questa ulteriore definizione di solitudine del filosofo Robert Koch, integra e completa il ruolo ed i significati (che sono molteplici) che la serie TV attribuisce all’essere da soli.

Anne Hathaway è Leah, nel primo episodio della serie

Solos è una miniserie antologica ideata e scritta da David Weil (Hunters) e disponibile su Amazon Prime. La struttura è abbastanza semplice: otto attori, sette episodi, sei monologhi e un dialogo.

Il fil-rouge che connette l’intera opera è la solitudine umana, che viene presentata in diverse forme futuristiche e a volte distopiche. Ogni episodio racconta una storia a sé, ambientata in un futuro in cui nemmeno le scoperte tecnologiche possono salvare l’uomo dalla solitudine (anzi, sembrano quasi condurlo in quella direzione).

Un cast stellare

Il più grande punto di forza di Solos è senza dubbio il cast. Come detto, sei episodi su sette sono monologhi, e vengono affidati nell’ordine a: Anne Hathaway, Anthony Mackie, Helen Mirren, Uzo Aduba, Constance Wu e Nicole Beharie.

Helen Mirren è Peg, nel terzo episodio della serie ambientato su una navicella spaziale

L’ultimo episodio, che permette di tirare le fila e comprendere l’intera opera, è invece un dialogo tra Dan Stevens e Morgan Freeman. È del tutto evidente che per far funzionare un’opera del genere, fatta perlopiù di monologhi e soliloqui, serva un cast di gran caratura.

Sommando i premi ottenuti da tutti gli attori e le attrici siamo di fronte a tre premi Oscar, cinque Golden Globes, cinque BAFTA e sette Emmy, solo per citare i riconoscimenti principali.

La solitudine

Come detto, il tema di fondo dell’intera opera è la solitudine. Essa viene trattata nei modi più disparati possibili, e ad essa vengono attribuite cause molto diverse e distanti tra di loro. Vengono infatti presentate solitudini volontarie e coscienziose, altre indotte da fattori sociali e infine quella provocata da motivi clinici.

Si va dalla solitudine nella ricerca scientifica per inseguire il sogno di far star bene la propria mamma alla solitudine poco prima di una morte certa, si passa per quella fatta di rimpianti in vecchiaia a quella provata in isolamento a causa di un virus planetario (quest’ultima non dovrebbe essere nuova per nessuno).

Uzo Aduba è Sasha, nel quarto episodio della serie, ambientato durante una pandemia globale

Si può anche essere soli nelle proprie perversioni sessuali e nell’insoddisfazione di una vita sentimentale per nulla appagante, o sole nella gravidanza, con il relativo carico di paure e responsabilità.

Infine, si rimane soli quando la mente ci abbandona, quando una malattia neurodegenerativa lascia dentro di noi, al posto dei ricordi, solo una vaga foschia. Quest’ultimo, straziante caso, è la sublimazione della solitudine. Si è da soli senza neanche saperlo.

Un prodotto complesso nella sua semplicità

Solos è un prodotto dalla duplice anima, “semplice” nella realizzazione ma complesso nei contenuti. La scelta dei monologhi restituisce una sorta di teatralità che riesce a coinvolgere lo spettatore facendolo sentire su una poltroncina di un teatro piuttosto che sul divano di casa.

Inevitabilmente in questo modo alcuni episodi e alcune prove attoriali (vedi Helen Mirren) spiccano rispetto agli altri, ma l’attenzione dello spettatore è sempre ben catturata.

Dan Stevens e Morgan Freeman nell’ultimo episodio della serie, l’unico recitato da due attori

Solos ha il pregio ed il coraggio di parlare di uno stato d’animo che in questo ultimo anno e mezzo ha coinvolto il mondo intero. Nel farlo, riesce a rendersi accattivante strizzando l’occhio alla fantascienza e alle distopie tecnologiche.

Come ci insegna Gabriel García Márquez la solitudine non si manifesta esclusivamente nella singolarità, ma può assumere un carattere collettivo, quasi dinastico. E anche se in Solos non assisteremo alle solitudini individuali di un’unica famiglia (o forse sì), assisteremo a quelle complessive dell’intero genere umano. Nessuno si senta escluso.

a cura di
Simone Stefanini

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