Diario di una Band – Capitolo Tredici

Diario di una Band – Capitolo Tredici
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“Fidati delle cose chiare
Non delle cose ovvie
Di quelle luminose
Non di quelle illuminate”

Lo Stato Sociale

Passando una buona fetta del mio tempo sopra a un palco, e passandone un’altra buona fetta dietro le transenne da spettatore, cerco sempre di farmi domande utili in base alle mie esperienze.

Perchè è vero che saper stare sopra un palco è un’attitudine spesso innata, ma è anche vero che lo show proposto a volte è figlio di macchinazioni meticolose, di ingranaggi, di pause e sincronie che richiedono un grande sforzo precedente all’esibizione.

La vena dello show man è un grande punto di partenza su cui veicolare le varie tappe dello spettacolo, vero, nessuno lo nega ma… Ma verissimo anche, e posso confermarlo sulla mia personale cute che la linea sottile tra il parlare troppo e il parlare troppo poco col pubblico è un ago della bilancia che può far cadere inesorabilmente il castello di carta dell’attenzione da un momento all’altro.

Chiaramente nessuno nasce imparato e nessuno forma il suo stile senza incappare in piccoli fallimenti, piccole cadute di percorso e aimè di stile, che devono però essere come un monito chiaro per il futuro. Si perché in queste circostanze, l’orgoglio, il carattere e sopratutto l’ego smisurato che un front-man può avere nel suo codice genetico, possono giocare scherzi sinistri e crepe insanabili.

Saper “controllare” un palco non è una componente da tralasciare o alla quale non dedicare il tempo necessario. Anche nelle realtà appena formate, cosi come nella stesura di “una scaletta” di un qualsiasi concerto in un qualsiasi palco del globo, che sia Las Vegas o il mitico San Marino Cafè di Casalborsetti, bisogna sempre tenere sotto controllo lo scorrimento dello show, perché appunto si chiama show e tu musicista, musicante, cantante o menestrello non sei semplicemente un juke box alimentato ad aria o a birra. Un alambicco musicale lo tollero, purchè abbia un’anima potente ed umile. Cin Cin!

Ci sono ovviamente scuole di pensiero che non mi permetto di ostacolare, racconto la mia esperienza e la mia opinione per quello che secondo me dovrebbe semplicemente essere l’approccio. Quindi prendo un esempio pragmatico che renda l’idea.

Mi innamorai di Bruce Springsteen non tanto per le canzoni, ma sopratutto per il filo invisibile ma solido come la diorite nera che lo lega alla sua gente. Ovviamente i testi, in linea di massima sono lo specchio di questa comunione, ma l’espressione del volto, la conduzione d’energia positiva e trascinante che sprigiona, riuscendo probabilmente a renderti orgoglioso di essere nato nella zona peggiore del sistema solare, la continua ricerca del contatto anche fisico che manifesta col suo pubblico, lo spirito fottutissimo d’appartenenza che sradica, anche dal guscio più serrato e anafettivo dell’uomo più scettico (dall’anima composta da ghiaccio cosmico), lo rendono un vate dalla lucente aurea, un sacerdote fidato, il rock’n’roll PER TUTTI, in sintesi la speranza. Perchè collocarsi sul piano di chi ascolta è prima di tutto una forma d’amore e rispetto e in seconda battuta è sancire lo stesso dizionario, la stessa lingua parlata in ogni sfumatura. Farsi portavoce.

Non si deve essere obbligati a parlare di determinate tematiche è ovvio, la varietà della musica e del carattere umano possono sposarsi in ogni tipo di esigenza, ma è innegabile che la musica del popolo  è indirizzata spesso verso una forma più introspettiva, filosofica, fatalista e poetica. Non per forza noiosa sia chiaro, Bruce ne è la testimonianza a 360 gradi.

Io, dal mio canto, senza vergogna, da amante delle volgarità gratuite e ludiche sono felice di adottare espressioni colorite in mezzo a tanta riflessione e ricerca introspettiva. Nelle mie canzoni e nella vita di tutti i giorni la canonica “parolaccia” aiuta a fluire perché ho imparato che prendersi troppo sul serio, sul lungo termine rende veramente stronzi e insipidi. Semplicemente un lessico colorito aumenta l’autostima e col fatto che sono proibite da dire (le volgarità) hanno sempre una coda di vento fresco a reggere ritta la schiena . Danno un po’ quel senso di giustizia che si prova quando si spegne il computer e clicchi in maniera vigorosa e sentenziosa “ARRESTA IL SISTEMA”. La rivoluzione dei giorni miei.

Tornando a noi è bene dire che la verità sta quindi nel mezzo, forse. E’ bene dialogare e pattuire un piccolo “contratto” col pubblico, è meno bene prodigarlo con oberazione ad ogni stacco di ogni brano, il tacito compromesso si forma poi da solo. Va bene instaurare un legame di ilarità, è meno bene esasperare battute e ironie forzate, perché passare da coglioni è veramente un attimo. Va bene prendersi momenti per riflessioni profonde, ed è bene farlo in punti mirati dello spettacolo là dove canti in fusione a nomi e volti determinanti nell’immaginario della mente. Per quanto sia bello e per quanto sia sinonimo di libertà, poter improvvisare è necessario ma bisogna saper gestire la dose, certo del fatto che strutturare tempistiche e situazioni, faranno rifiatare e daranno la ricarica giusta per arrivare in fondo allo spettacolo ancora in piedi. Ovviamente il problema inaspettato e la sirena rossa possono suonare da un momento all’altro, e li, lo spazio tempo diviso per la decisione, nella parentesi quadra strabordante di birra ti darà risposte e sentenze come una prova del nove, sancendo il tuo grado di “Mc Gayver” senza trattabile pietà, in un’equazione non ragionata ma gestita di stomaco. Ma è tutta esperienza e farà bene, per la volta successiva. Fondamentale imparare l’arte della tenacia.

Ci sono poi tante congetture che ti fanno arrivare sul palco con stati d’animo diversi.

Dipende dal tipo di situazione che impatti, con la location, dalla gente, dall’attesa, da come è trascorso il viaggio, da quante ore di sonno si è potuto godere la notte precedente, dai giri al minuto delle tue palle. In realtà ogni nuovo tassello che metti alla tua personale storia ha una vita diversa dalla precedente e dalla successiva. Della serie “Noia, Noia, Vaffanculo”. Campiamo per stupirci, non per adattarci.

Ci saranno i concerti in cui come anticipato vorrai prenderti poco sul serio, in cui sarai troppo ubriaco per parlare un italiano fluido, ma non troppo per non elaborare un pentimento ormai tardivo: “quelle due grappe in più cazzo, lo sapevo che finiva cosi”.

Ci sarà il concerto che verrà ricordato perchè sei stato appena piantato dalla tua ragazza e la vedrai sui social già avvinghiata al primo tamarro, in cui hai letteralmente dovuto tirar fuori le palle e il concerto che ti vedrà conquistatore e amante instancabile. La volta che emergerà il più profondo ideale e la volta che ti renderai conto della grande fortuna che ti sta passando per le mani e smetterai di dare per scontate tante cose, sopratutto tagliando la zavorra dell’assillo verso i soldi, con respirazione liberatoria. Suonerai da dio, ma suonerai anche davanti a quattro persone e rimetterai i piedi a terra, necessariamente.

Alla fine tutto si ridurrà ad aneddoti e ricordi e non vedrai l’ora di passare al palco successivo per alimentarne altri ed aggiungere altre mille piccole scorribande a un repertorio di deliri ed emozioni già vastissimo.

Questa è la carriera che voglio, un ventaglio di paradossi e sorprese. Perchè l’eredità più grande che può lasciarti un’esperienza come quella di un progetto musicale è avere memoria, e a volte è un peccato avere una sola bocca per raccontare la felicità e la battaglia di tante voci diverse…un po come insegna il buon vecchio Bruce.

Vasco Bartowski Abbondanza

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Sara Alice Ceccarelli

Sara Alice Ceccarelli

Giornalista iscritta all’ODG Emilia Romagna si laurea in Lettere e Comunicazione e successivamente in Giornalismo e Cultura editoriale presso l’Università di Parma. Nel 2017 consegue poi un Master in Organizzazione e Promozione Eventi Culturali presso l’Università di Bologna. Sebbene sia la “senior” del gruppo talvolta è realmente la più VEZ. Nel 2017 e 2018 si occupa dell’Ufficio Stampa degli eventi di LP Rock Events come Bay Fest, Rimini Park Rock e Sullasabbia e durante lo stesso periodo segue l’ufficio stampa del Vidia Club di Cesena. Ama il viola ma solo per le calzature e sulle pareti di casa, vive in simbiosi con il coinquilino Aurelio (un micetto nero) e per amore del fidanzato ora ama anche le moto. La sua religione è Star Wars. Che la forza sia con voi.

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