Stranger Things è bellissimo, ma Dark è meglio

Stranger Things è bellissimo, ma Dark è meglio
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Pur con la sua progressiva perdita di genuinità, e registrando diverse oscillazioni sul piano prettamente qualitativo, Stranger Things, dopo tre fortunate ed apprezzate stagioni, resta a tutti gli effetti un fenomeno culturale a trecentosessanta gradi, proiettato, a ben vedere con qualche anno di ritardo rispetto agli standard odierni, verso un intensivo sfruttamento crossmediale tra romanzi e videogiochi che ripercorrono vicende già note o espandono ulteriormente i confini narrativi del brand.

I fratelli Duffer hanno dato forma e vita ad una macchina perfettamente oleata, che con la terza stagione, fruibile su Netflix dallo scorso 4 luglio, ha certamente accentrato e tiranneggiato l’attenzione dei fan, nonché il brusio mediatico di critica specializzata e non.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, all’ombra del campione del servizio streaming più in voga del momento, in attesa di vedere se e come stravolgerà ogni equilibrio il debutto di Disney+, nella parte meno conosciuta del catalogo di Netflix risiedono molti altri prodotti degni dell’attenzione e persino delle lodi dei tanti amanti di serie TV.

Dark

Tra questi, quello che meriterebbe più di altri plausi, riconoscimenti, nonché le luci dei riflettori ben puntati addosso è certamente Dark, prodotto che ha mandato in brodo di giuggiole gli appassionati di fantascienza, ingiustamente poco citato e conosciuto dagli schiavi di binge watching.

Tedesco fino al midollo, dalla produzione, agli attori coinvolti, passando per regista e setting, può ritenersi una sorta di figlio sotto anabolizzanti di Ritorno al Futuro, incentrato com’è sui viaggi nel tempo, i paradossi temporali e l’eventuale ringiovanimento ed invecchiamento dei protagonisti.

Non c’è spazio per l’ironia di Marty McFly, né per i futuri moderatamente distopici tipici della produzione Universal. Come il titolo lascia supporre, Dark è una lenta e tragica discesa negli inferi, un viaggio a spirale verso un’apocalisse all’apparenza ineluttabile, un’indagine puntigliosa su una piccola comunità quanto mai tossica, avvelenata, inacidita da rapporti stantii, dove il tradimento, il segreto, l’omissione sono la regola.

Laddove La Casa di Carta sfocia nella soap-opera per sviluppare i rapporti tra i personaggi, Dark assume le parvenze di una fredda ricerca antropologica, in una cosmogonica corsa verso il disastro che mette a nudo i reali desideri di personaggi costretti puntualmente a fare i conti con il proprio inevitabile futuro, con un passato che non possono modificare, con i sé stessi del domani, inevitabilmente diversi, mutati, profondamente segnati dai drammi che li aspettano.

Con un uso mai eccessivo di effetti speciali, Dark ammalia ed ipnotizza con una regia ed una fotografia fuori dall’ordinario, un vivido spettacolo, ancor più sbalorditivo se goduto in 4K con il supporto al Dolby Vision, che si amalgama strepitosamente con una colonna sonora ricercatissima, ben rappresentata dall’avvolgente opening theme, Goodbye di Apparat, musicista tedesco specializzato in musica elettronica.

Dark

Grazie ad una sceneggiatura intricatissima, fatta di continui salti temporali, ma non per questo difficile da seguire e comprendere in ogni suo aspetto, Dark è una serie TV fondamentalmente imperdibile per qualsiasi amante di fantascienza, una delle perle più lucenti (se non la più lucente in assoluto) del catalogo di Netflix. Un prodotto nato con una progettualità ben definita, e non un brand nato solo per fare soldi, come ben testimonia la decisione dei creatori di concludere il progetto con la terza stagione prevista per il prossimo anno.

Perché Stranger Things sarà anche bellissimo. Ma Dark lo è persino di più.

a cura di Lorenzo Kobe Fazio

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