Sabato 24 ottobre i Simple Plan hanno riportato l’Alcatraz di Milano nei primi anni Duemila, tra grandi classici, nostalgia, ironia e un pubblico che, vent’anni dopo, continua a riconoscersi nelle stesse parole
Siamo ancora tutti qui
Crescere fa paura, ma certe canzoni non ci lasciano mai soli. Basta guardarsi intorno per ritrovarsi immersi in una piccola macchina del tempo, tra magliette che risalgono ai primi anni Duemila, fan che seguono il gruppo da oltre vent’anni e una nuova generazione che ha scoperto quelle stesse canzoni molto tempo dopo la loro pubblicazione.
Anche il merchandising racconta perfettamente la capacità dei Simple Plan di continuare a giocare con il proprio pubblico: dalle magliette dedicate a Scooby-Doo, ormai parte integrante dell’immaginario della band, fino a quelle che reinterpretano con ironia alcuni dei trend più riconoscibili di TikTok. Perché, se c’è una cosa che i quattro canadesi hanno capito, è che crescere non significa necessariamente smettere di divertirsi.
Dopo le esibizioni delle due band di apertura l’Alcatraz risponde fin dalle prime note della prima canzone, con mani che battono all’unisono, cori e un entusiasmo che sembra non aver perso nulla di quello dei primi concerti.
Dal Canada a Milano, senza perdere la voglia di saltare
Nati a Montréal nel 1999, i Simple Plan hanno contribuito a definire il pop punk dei primi anni Duemila, trasformando insicurezze adolescenziali, delusioni sentimentali e difficoltà familiari in canzoni capaci di raggiungere milioni di persone. Oggi la formazione comprende Pierre Bouvier alla voce, Chuck Comeau alla batteria, Sébastien Lefebvre e Jeff Stinco alle chitarre, ma ciò che colpisce è soprattutto quanto sia rimasta intatta la loro capacità di coinvolgere il pubblico.
«Buonasera Milano!», ed è subito festa.
L’apertura con “I’d Do Anything” non lascia neppure il tempo di realizzare che il concerto sia davvero cominciato, mentre “Nothing Changes“, “Shut Up!” e “Jump” trasformano la sala in un continuo movimento di braccia alzate e persone che saltano senza preoccuparsi troppo di chi abbiano accanto.
Con “Jet Lag“, eseguita insieme a Charlotte Sands, “Addicted” e “Your Love Is a Lie“, la scaletta attraversa epoche diverse della discografia, ricordandoci quanto le canzoni dei Simple Plan abbiano saputo raccontare emozioni che, anche quando cambiano le circostanze, continuano a essere sorprendentemente familiari.

«Per tutti noi, siamo una famiglia»
È prima di “Welcome to My Life” che la serata trova uno dei suoi momenti più significativi. Pierre si rivolge al pubblico ricordando chi segue la band da vent’anni e chi, invece, è arrivato soltanto adesso, sottolineando come, indipendentemente dal momento in cui ci si è incontrati, si faccia tutti parte della stessa famiglia.
E forse non avrebbe potuto scegliere canzone migliore.
Perché “Welcome to My Life” è quella che molti di noi hanno cantato chiusi in camera, magari con il volume troppo alto, quando sembrava che nessuno fosse davvero in grado di capirci. Parlava della sensazione di essere fuori posto, della solitudine e di quella rabbia che a volte, durante l’adolescenza, non si riesce nemmeno a spiegare.
Sentirla cantare oggi da un’intera sala ha qualcosa di profondamente diverso: non siamo più necessariamente quei ragazzi, ma ricordiamo perfettamente come ci sentivamo. E scoprire che altre centinaia di persone stanno cantando le stesse parole rende improvvisamente molto meno solitario anche quel ricordo.
La serata prosegue con “You Suck at Love” e “Summer Paradise“, prima che “Untitled (How Could This Happen to Me?)” e “Me Against the World“, eseguite sul palco secondario, riportino al centro la componente più vulnerabile della loro musica. Con “Astronaut” e “The Rest of Us” torna poi quella sensazione di appartenenza che attraversa l’intero concerto: essere diversi, sentirsi incompresi e cercare il proprio posto nel mondo sono esperienze che non hanno una vera data di scadenza.
E questo senso di appartenenza non rimane soltanto nelle parole, perché a un certo punto del concerto Pierre Bouvier decide di abbattere anche l’ultima distanza tra il palco e il pubblico, attraversando la sala mentre continua a cantare, fino a raggiungere la zona del mixer e spostarsi poi sulle scalinate dell’Alcatraz, circondato da fan increduli ed entusiasti. Un momento che racconta meglio di qualsiasi discorso quanto sia forte il legame che i Simple Plan hanno costruito con chi li segue, perché non c’è più un artista da una parte e il suo pubblico dall’altra, ma soltanto persone che condividono la stessa musica, gli stessi ricordi e la voglia di vivere insieme qualcosa di speciale.

Tra Scooby-Doo, risate e dichiarazioni d’amore a Milano
Se i Simple Plan sanno farci commuovere, sono altrettanto bravi a ricordarci quanto sia bello non prendersi troppo sul serio. “Dopo Grow Up” e “Vacation“, arriva un medley che attraversa “All Star“, “Sk8er Boi” e “Mr. Brightside“, trasformando l’Alcatraz in un gigantesco karaoke.
Poi è il momento di “What’s New Scooby-Doo?” e sul palco vengono invitati tutti i fan che hanno deciso di presentarsi al concerto indossando costumi ispirati al celebre cartone animato. Quello che segue è uno dei momenti più divertenti e spontanei della serata, con la band che li accoglie tra abbracci, balli e video girati insieme, trasformando per qualche minuto il palco in una festa tra amici. È impossibile non sorridere davanti a una scena del genere, soprattutto perché conferma ancora una volta quanto i Simple Plan sappiano far sentire i propri fan parte integrante dello spettacolo, senza perdere quella leggerezza e quella voglia di divertirsi che li accompagnano fin dagli esordi.
Tra un «Ti amo Milano», un «Grazie fucking mille» e la presentazione dei componenti della band, i quattro musicisti scherzano anche sulle proprie origini franco-canadesi, mantenendo per tutta la serata un’atmosfera di familiarità che raramente si incontra in concerti di queste dimensioni.
E mentre “Where I Belong” accompagna il pubblico verso il finale, arriva persino una proposta di matrimonio. Un momento che fa sorridere, emoziona e soprattutto porta con sé una domanda: sarà che quei bambini che ascoltavano i Simple Plan nelle loro camerette, alla fine, sono diventati grandi davvero?

Bis bis bis!
Il bis si apre con “I’m Just a Kid“, canzone che negli ultimi anni ha conosciuto una nuova popolarità anche grazie ai social, diventando la colonna sonora di migliaia di video nei quali le persone ricreano vecchie fotografie per mostrare quanto siano cambiate. È quasi ironico che un brano nato per raccontare le difficoltà dell’adolescenza sia diventato, vent’anni dopo, un modo per osservare il tempo che passa.
Poi arriva “Perfect“.
E diciamocelo, chiudere un concerto del genere con “Perfect” è un vero atto di masochismo emotivo, come se non avessimo già avuto abbastanza crolli emotivi durante la serata.
Prima di salutare definitivamente Milano, i Simple Plan ringraziano il pubblico al microfono, lasciando trasparire un’emozione che sembra sincera e condivisa. Del resto, il loro ultimo album in studio, “Harder Than It Looks“, risale al 2022, mentre il tour europeo “Bigger Than You Think!” arriva dopo le celebrazioni per i venticinque anni di carriera, raccontati anche nel documentario “Simple Plan: The Kids in the Crowd“, uscito nel 2025.
Eppure, nonostante tutto il tempo trascorso, quelle canzoni continuano a parlarci di insicurezze, incomprensioni, paura di deludere e desiderio di essere accettati. Forse oggi abbiamo imparato ad affrontare alcune di quelle emozioni, forse altre ci accompagnano ancora, ma sentirle cantare insieme a chi ha vissuto quel periodo con noi rende tutto un po’ più leggero.
Perché crescere fa paura, soprattutto quando ci si accorge che gli anni sono passati molto più velocemente di quanto avremmo voluto. Ma che bello poterlo fare con le canzoni che ci accompagnano da sempre, ritrovarle vent’anni dopo e scoprire che, in fondo, sanno ancora esattamente dove andare a cercare quella parte di noi che pensavamo di aver lasciato indietro.
E forse è proprio questo il regalo più grande che i Simple Plan hanno fatto a Milano: ricordarci che possiamo diventare adulti senza dover dire addio ai ragazzi che siamo stati.
Le foto della serata
Neck Deep
a cura di
Maria Giulia Lapenna








































