“Zustissia” – la recensione del film sul più grande errore giudiziario della storia italiana, con Michele Riondino e Geppi Cucciari

Tratto dal libro “Io sono innocente” di Beniamino Zuncheddu e Mauro Trogu, l’esordio nel lungometraggio di Francesco Piras affronta le contraddizioni e i lati oscuri della giustizia italiana attraverso l’errore giudiziario che ha portato un uomo innocente a essere incarcerato per oltre trent’anni. Con Michele Riondino, Fabrizio Ferracane e Geppi Cucciari, il film esce il 15 ottobre distribuito da Piperfilm.

Nel 1991 avviene un triplice omicidio a Sinnai, nel sud della Sardegna. L’unico testimone oculare identifica il giovane pastore Beniamino Zuncheddu, che, pur avendo un alibi e in assenza di prove schiaccianti, viene condannato all’ergastolo. Nel 2016 la famiglia assume l’ennesimo avvocato, Mauro Trogu, che da allora si batte per evidenziare le falle di sistema e fare revisionare il processo, finito con la scarcerazione da innocente di Zuncheddu nel 2024.

Con 33 anni di carcere scontati senza colpevolezza alle spalle, quello di Beniamino Zuncheddu è il caso di errore giudiziario più lungo della storia italiana. Zustissia, tratto dal libro Io sono innocente scritto dai protagonisti della vicenda, ripercorre con intensità la lotta da loro condotta per ottenere giustizia.

Importante è il concetto di giustizia, anche titolo del film in una variante dialettale, rivendicando le connotazioni uniche della Sardegna da cui provengono i protagonisti. La battaglia non è condotta con risentimento, ma con la consapevolezza di essere dalla parte giusta. C’è rabbia per il tempo perso – e questa monta anche nello spettatore – ma non manca la determinazione nella denuncia di un sistema dalle ormai troppo note fallacie.

Tutti innocenti in carcere

Francesco Piras si inserisce sulla scia del cinema d’inchiesta italiano, scegliendo un rigore formale asciutto e lasciando che siano le indagini e l’evidenza delle distorsioni procedurali a guidare il ritmo del racconto. Il testo di partenza viene rispettato da una sceneggiatura di ferro, opera a quattro mani di Lisa Nur Sultan, già forte dell’esperienza nella serie Circeo, e Niccolò Gentili che, quest’anno, ha debuttato alla regia in un genere completamente diverso con Dov’è la fiesta?

Come già avvenuto in opere simili, ad esempio I cento passi di Marco Tullio Giordana o il più recente Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, il film preferisce l’accuratezza cronachistica e il rispetto delle persone coinvolte nei fatti accaduti alla drammatizzazione. Il delitto che origina tutto non viene spettacolarizzato in alcun modo, ma lascia lo spettatore frastornato per la sua rapidità. Non ci sono personaggi malvagi, quanto più pregiudizievoli, disattenti oppure troppo orgogliosi.

L’indagine per scoprire la verità viene mostrata nelle tempistiche lunghe, lenti e frustranti, scandite dalle date a schermo che fanno sentire l’entità del tempo che passa. I protagonisti devono affrontare una macchina inesorabile di carte processuali, interrogatori e aule di tribunale. Un altro punto di forza è l’attenzione alla necessità del lavoro di squadra: Trogu è un avvocato bravo e dedito alla causa, ma non può arrivare lontano senza la sintonia di intenti con i suoi collaboratori, i suoi superiori disposti a indagare più a fondo, e lo stesso Zuncheddu ancora pronto a sperare.

Questo approccio garantisce al racconto grande carattere e forza d’impatto. È un cinema che utilizza il caso eclatante per interrogare direttamente lo Stato e la sua capacita di ammettere i propri errori, ponendo interrogativi etici sul prezzo che si trovano a pagare i singoli individui. Beniamino Zuncheddu è invecchiato dietro le sbarre e poteva essere evitato.

I Tazenda a Sanremo

La Sardegna è più di un semplice luogo in Zustissia. I rilievi brulli e gli orizzonti sconfinati, disseminati di greggi di pecore, riflettono la perseveranza dei protagonisti; mentre la città di Sinnai evoca la comunità che li circonda e supporta. Anche l’uso della lingua rivendica un’appartenenza culturale da parte del regista, che ha collaborato come direttore della fotografia con numerosi esponenti del Nuovo Cinema Sardo, come Salvatore Mereu ed Enrico Pau, con i quali si pone in continuità.

In quest’ottica si inserisce una sequenza che mostra la celebrazione di Ix Crebus, la caccia al cervo del carnevale tradizionale di Sinnai. Il rituale arcaico diventa una rappresentazione metaforica della condizione di Zuncheddu: una preda braccata da forze di cui non riesce a comprendere l’estensione, che necessita di protezione di fronte all’ingiustizia subita dalle istituzioni.

La cornice storica rievoca inoltre il clima sociale degli anni Ottanta e Novanta, segnato dall’ombra della stagione dei sequestri e da un clima di vendette e ripicche tra i pastori. La televisione mostra il Festival di Sanremo del 1991, dove il gruppo dei Tazenda diventa fiera rappresentazione dell’intera regione. Il legame tra arte, terra e storia si mostra in tutta la sua forza proprio poco prima che tutto precipiti.

Dignità e perseveranza

La prova attoriale più convincente è quella di Fabrizio Ferracane nei panni di Beniamino Zuncheddu. L’attore costruisce attraverso i silenzi, la postura china e un’aura dimessa, una figura che ha smesso di essere fiduciosa, spezzata dai lunghi anni di detenzione. Eppure, sotto una superficie apparentemente rassegnata, Ferracane mantiene negli occhi un bagliore ostinato di dignità e la fierezza di chi si professa innocente anche quando gli converrebbe il contrario.

Accanto a lui, Michele Riondino conferisce una carica dinamica ed empatica alla figura dell’avvocato Mauro Trogu, il quale nella vita reale si impegna tutt’oggi per mantenere la dignità nelle condizioni dei carcerati, sia durante la detenzione, che, soprattutto, una volta rilasciati. Il rapporto che si sviluppa tra la determinazione legale inscalfibile, e il desiderio di giustizia ancora sopito dentro all’ormai apatica rassegnazione dell’assistito, diventa il motore emotivo del film.

Il supporto di Geppi Cucciari va oltre il suo ruolo nel film, dove interpreta l’attivista Irene Testa, che si è occupata di dare risonanza mediatica al caso Zuncheddu. La Cucciari ha infatti parlato del film come un forte esempio di cinema civile, che rivendica «il diritto di incazzarsi anche per le ingiustizie che non capitano a noi». Un’interpretazione che si lega anche a esperienze personali per lei:

«Mi è capitato di fare degli spettacoli in carcere, tu hai la percezione che forse qualcuno là non dovrebbe esserci, e io quella sensazione terribile me la sono sempre portata addosso […] quegli altri [chi subisce ingiustizie], un giorno potrebbero essere anche noi o qualcuno a cui vogliamo bene»

Geppi Cucciari

L’intervento di Irene Testa apre anche una fondamentale parentesi sul ruolo dell’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione contemporanei. Il film sottolinea infatti come l’uso di trasmissioni radiofoniche, inchieste e podcast dedicati al true crime sia diventato uno strumento essenziale per rompere l’inerzia istituzionale. La risonanza mediatica è usata come leva per suscitare una reazione in un paese altrimenti incline a silenziare tutto.

Una storia vera

In conclusione, Zustissia si configura come un’opera necessaria nel panorama del cinema civile italiano contemporaneo. Attraverso una regia misurata e un cast dedito alla materia, il film denuncia l’esigenza di una riflessione critica sulle istituzioni giudiziarie, senza dimenticare di restituire la dimensione umana di una tragedia durata trentatré anni. È un racconto che lascia un senso di profonda amarezza per il tempo sottratto, ma anche la testimonianza di una vittoria morale straordinaria.

La vicenda di Beniamino Zuncheddu ci ricorda che la ricerca della verità richiede costanza e il rifiuto di rassegnarsi di fronte alle ingiustizie consolidate. Il cinema si fa veicolo di memoria attiva: Zuncheddu non è solo un nome, ma anche un personaggio dotato di una psicologia complessa e, soprattutto, di uno sguardo da dover affrontare. Non esiste risarcimento sufficiente per una vita rubata, tuttavia, il riconoscimento d’innocenza le restituisce dignità.

D’altronde, come cantava un artista legato profondamente alla Sardegna come Fabrizio de André, “a crepare di maggio / ci vuole tanto, troppo coraggio“, ma ce ne vuole anche di più a perseverare nella speranza di poter riprendere a vivere.

Zustissia sarà in sala dal 15 ottobre.

a cura di
Luca Murgia

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