Primetime: recensione in anteprima del film più discusso di Venezia 83

Robert Pattinson interpreta Chris Hansen, conduttore televisivo che con il programma Catch a Predator ha fatto la storia della reality television a metà anni Duemila. In sala dal 15 ottobre, Primetime si interroga sul confine tra giornalismo di servizio e sensazionalismo da prima serata, a metà tra la realtà e la costruzione di una tesi su come è nata l’informazione della nostra epoca.

Ha fatto parlare molto di sé, Primetime, nei giorni precedenti e durante l’ultima Mostra di Venezia. La presenza al Lido di una delle poche star americane presenti quest’anno, Robert Pattinson, e il sensazionalismo della materia del film, basata sulla vera storia di Chris Hansen e del programma da lui condotto To Catch a Predator che nel lontano 2004 esponeva al pubblico televisivo predatori di minori, hanno trasformato il film in un vero e proprio caso.

Sono arrivate poi le proiezioni, e i primi giudizi della critica, che hanno in parte ridimensionato la portata della pellicola, ma hanno comunque elogiato il montaggio e l’interpretazione del protagonista. E si sono presentati in conferenza a Venezia Pattinson e il regista Lance Oppenheim, che hanno parlato del film come un tributo ammirato al lavoro di Chris Hansen. Quest’ultimo, invece, ha attaccato a più riprese la pellicola, valutando l’intera operazione una fantasia, a tal punto da considerare di fare causa ad A24.

Com’è Primetime? L’interpretazione magnetica di Pattinson regge sulle sue spalle gran parte dell’impatto sullo spettatore, ma non è certo l’unico motivo di interesse in un discorso morbosamente accattivante che si spinge ai limiti tra il bisogno di giustizia e la catarsi della gogna mediatica. Una riflessione sul potere dei media, che ha generato dibattito proprio su quelle stesse piattaforme che hanno soppiantato la ricerca della prima serata televisiva, motivo di ossessione per il protagonista del film.

Più grandi di Lost: il contesto

Il 2004, anno in cui è ambientato il film, è uno spartiacque per il mondo dei media, e in particolare il rapporto tra il pubblico e la televisione. Si tratta dell’ultimo periodo in cui la televisione generalista è al centro dell’attenzione del pubblico, prima dell’avvento di YouTube e dei social network a frammentarla, e la lotta per lo share tra le emittenti è ancora aperta.

Il 2004 è anche l’anno in cui inizia l’epoca delle serie network di grande qualità, in risposta all’aumento delle serie di prestigio offerte dai canali via cavo. Di conseguenza, la produzione unscripted e d’informazione diventa più sensazionalistica, concentrandosi sugli elementi più espliciti e sordidi e spingendosi al limite con le modalità di approccio delle indagini. Qui si inserisce Chris Hansen.

Chris Hansen è un giornalista e conduttore che ha lavorato per oltre trent’anni alla NBC, in particolare nel programma Dateline dove si è occupato di seguire da vicino eventi di cronaca molto importanti e realizzare inchieste internazionali su traffici legati al lavoro minorile e medicinali contraffatti. Nel contesto di Dateline NBC nasce il nucleo di quello che è poi diventato To Catch a Predator nel 2004.

Il programma, andato in onda per tre anni fino al 2007, mira a identificare e cogliere in flagrante predatori sessuali di minori. Si avvale della collaborazione di attori adulti, che impersonano utenti minorenni e agiscono da esche per attirare i potenziali predatori, prima in chat online e poi di persona in case trasformate in set, tappezzate di telecamere nascoste e con la polizia pronta a metterli in trappola e arrestarli.

To Catch a Predator è diventato un fenomeno culturale in America, citato nella cultura pop ma anche criticato per il suo approccio borderline al reportage. Il programma è identificabile come il precursore delle gogne mediatiche che si sarebbero poi trovate sul web, dove Hansen è tuttora una figura di culto. Primetime si presenta come l’analisi del momento in cui è nato il metodo investigativo moderno che crea la situazione che documenta, così come l’onnipresenza della telecamera, che consuma la realtà fino a cannibalizzarla per servirla agli spettatori.

Attenti a quei due: Robert Pattinson e Lance Oppenheim

Lance Oppenheim si fa notare come documentarista, con Some Kind of Heaven (2020) e Spermworld (2024). Quest’ultimo, racconta Oppenheim, riceve le congratulazioni proprio da Hansen attraverso un video personalizzato su Cameo, in cui promuove i suoi stessi contenuti. Il cortocircuito generato dalla figura performativa in cui Hansen si è trasformato, è la scintilla che diventerà il primo soggetto di finzione del regista, un’evoluzione del suo stile documentaristico fatto di stilizzazione iperrealistica.

Per riportare sullo schermo una persona sempre più assorbita, logorata, dalla sua immagine pubblica, risulta fondamentale la performance di Robert Pattinson, che si conferma tra gli interpreti più versatili della sua generazione. Non rifiuta la sfida, ma anzi vi si immerge completamente: dalla prima scena è visibile il lavoro di ricerca sull’impostazione della voce, sulla postura e i movimenti, in una ricostruzione meticolosa di Chris Hansen che ha visto e ascoltato innumerevoli volte.

Nonostante questo lavoro, o meglio grazie ad esso, Pattinson non si limita a imitare la persona, ma ricrea l’interiorità del personaggio che ne è derivato. Crea così una figura in bilico, ossessionato da una parte dalla dimensione mistica e sacrale di quella che considera la sua “missione” purificatrice, dall’altra dalla ricerca spasmodica di uno share sempre più alto e di uno scatto alla sua carriera.

Il connubio Oppenhein-Pattinson, che ha permesso allo script di Ajon Singh basato su un articolo di Esquire del 2007 di trovare finanziamenti in meno di un mese da che era in una situazione molto precaria, crea un’operazione che si discosta dal biopic – d’altronde, è uscito già nel 2025 il documentario Predators che riporta le vicende reali in modo accurato. La storia di Hansen è una parabola allucinata sul potere mediatico, e su come i singoli individui si rapportano alla ricostruzione della realtà.

Quinto potere

Primetime mostra, attraverso la teatralità meccanica dei manierismi dell’Hansen di Pattinson, l’imposizione del frame televisivo sui fatti ripresi. Le frasi a effetto con le quali Hansen affronta i predatori, ripetute ossessivamente come un mantra, trasformano la rivelazione shock in una recita calcolata. La realtà è subordinata alla performance, l’inchiesta si presta ai meccanismi del colpo di scena, in un prodotto che di unscripted ha ben poco.

Se Chris nasconde le sue ambizioni private dietro la figura del crociato in missione, la figura di Andie (Merritt Wever), la produttrice di Dateline NBC, svela il lato puramente commerciale dell’operazione. Chris parla in termini di etica, dovere sociale, servizio alla comunità, mentre Andie parla in termini di hook emotivi, percentuali di share e materiale appetibile per lo spettatore. Se il primo è schiacciato dalla sua duplice natura, la seconda è nata per navigare nell’ambiente televisivo.

Il film mostra gli ultimi istanti istanti dell’egemonia della televisione attraverso la comunicazione con le forme che l’hanno storicamente rimpiazzata, e che qui sono ancora sottoposte. Internet è una tecnologia di condivisione delle informazioni ben lontana dai livelli di oggi, ma il cui potenziale inizia a mostrarsi attraverso l’uso delle chat per stanare i sospettati. La prima serata televisiva sta già passando inconsapevolmente il testimone al web come strumento rivelatore, e come piazza per la gogna mediatica.

Ad affondare il protagonista del quinto potere si inserisce il ritorno del quarto, la stampa. I tabloid sono un nemico per Hansen, pronti a smantellare la sua statura di paladino morale attraverso l’esposizione di foto che provano la sua relazione extraconiugale. Se il futuro è pronto a togliere la centralità alla televisione, il passato minaccia la distruzione del suo rappresentante, travolto dalla stessa macchina del fango che contribuirà a creare ben oltre le sue intenzioni – e che poi ha sfruttato a sua volta.

La tecnica: Estetica, montaggio e interpretazioni

Dal punto di vista visivo la fotografia di David Bolen adotta una grana spessa e una palette cromatica che gioca su una tavolozza alterata di colori primari, tra picchi di rosso cupo, un giallo neon soffocante e numerose tonalità fredde di blu. Questa scelta evoca la tessitura visiva del primo digitale e delle telecamere di sorveglianza, restituendo un senso costante di voyeurismo e degrado, oltre a conferire al film un’estetica cruda.

I movimenti di macchina e la composizione delle inquadrature lavorano costantemente per creare un’atmosfera morbosa, a metà tra il thriller e l’horror psicologico. L’uso insistito dei primi piani e di angolazioni strette priva i personaggi di spazio e respiro, accentuando la sensazione di trappola imminente. Gli ambienti degli studi e delle abitazioni si fondono, e la sensazione è di trovarsi costantemente su un set.

Questa paradossale condizione è amplificata dall’apporto del cast, dove è da evidenziare la performance di Skyler Gisondo nel ruolo di Dan Plumb, attore che interpreta una delle esche per i predatori. Punto di vista privilegiato dello spettatore, Dan si trova a recitare una parte sia davanti alle chat e alle telecamere, sia nei dialoghi con la troupe. In particolare Chris/Pattinson non si distacca mai dal suo “ruolo”, e ogni interazione tra i due appare simile a una scena da provare sul set.

L’approccio differente ai due personaggi è evidenziato dal montaggio ipnotico di Daniel Garber, che ha richiesto una post-produzione lunga un anno e mezzo. Nei confronti di Hansen e della produttrice Andie, la frenesia del montaggio indica il loro istinto di caccia, predatorio a sua volta, che sia di giustizia o di spettacolo a tutti i costi. Dan invece rimane più statico, dubbioso, è attirato dalle sirene della notorietà ma non è certo di volersi immergere nel mare oscuro che dovrebbe attraversare per ottenerla.

Chris Hansen vs Primetime: tutto inventato?

Il film si concentra sul controverso caso di Bill Conradt – no spoiler per chi vorrà scoprire i dettagli attraverso la visione. Interpretato da Alex Winter, il personaggio basato sul procuratore distrettuale texano rappresenta il pezzo grosso, la “balena” cacciata da Hansen come un moderno Moby Dick. Le diramazioni del caso sono state motore della fine del programma nella sua forma originaria, in particolare per le supposte influenze della diretta televisiva nella conduzione dell’indagine di polizia.

La ricostruzione della vicenda in Primetime è una rappresentazione romanzata che vuole evidenziare le tematiche del film, come è norma in questo tipo di operazioni. Lo stesso vale per la creazione di dialoghi non avvenuti realmente e di personaggi che sostituiscono il ruolo di persone realmente esistenti (vale per Dan e Andie, quest’ultima una sintesi di diverse figure produttive reali). Se le persone a cui si ispirano questi personaggi possono visionare l’opera, spesso risulteranno critiche nei confronti del prodotto finale.

Nel caso del vero Chris Hansen, la reazione è stata molto dura. Il giornalista, che sembra non abbia avuto la possibilità di vedere il montaggio prima della sua proiezione nei festival, ha dichiarato di non aver riconosciuto nulla della propria storia, valutando un’azione legale contro A24 per il modo in cui la sua identità e il suo nome sono stati piegati alle esigenze del racconto drammatico.

Dal canto suo, la NBC è intervenuta tramite un portavoce definendo Primetime come una semplice rappresentazione romanzata di eventi accaduti quasi vent’anni fa, mentre Hansen ha tenuto a precisare di non provare alcuna ostilità verso Robert Pattinson, di cui elogia l’interpretazione. Durante la conferenza stampa a Venezia, Oppenheim e Pattinson hanno definito l’opera un tributo e una riflessione complessa sui meccanismi mediatici piuttosto che un attacco ad personam.

Il confronto tra la realtà rivendicata dal cronista e la ricostruzione filmica dimostra come si sia riusciti a toccare un nervo scoperto. Primetime non vuole essere un biopic: il motivo di interesse primigenio non è stata, come detto all’inizio, la figura reale di Chris Hansen, quanto la percezione del personaggio che si è costruito davanti alla macchina da presa. E forse è questa la chiave di volta per approcciarsi al film.

Lo stile documentaristico atipico di Oppenheim si è estremizzato fino a mescolare realtà e finzione, e le prove attoriali si stratificano tra l’imitazione di persone esistenti e il loro utilizzo come base di partenza per creare maschere, che a loro volta si dividono tra identità e personaggio televisivo. Primetime è una visione che si pone l’obiettivo di risultare morbosa e allucinata, più che accurata e dettagliata. Se diventa un valore o un problema, spetta allo spettatore stabilirlo.

a cura di
Luca Murgia

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