Il grande ritorno delle pellicce accende il dibattito, qual è oggi la scelta davvero responsabile?
Negli ultimi anni non si parla d’altro, l’utilizzo di pellicce è tornato sorprendentemente attuale. In moltissime forme, colori e varianti differenti. Le pellicce hanno scalato la vetta dei trend del momento. Ma come tutte le cose che fanno parlare di sé, anche questa tendenza ha scatenato diverse domande e opinioni contrastanti. La più gettonata, se non la più importante, è: “Qual è il modo più etico e sostenibile per acquistarne una?”. Una domanda complessa e scomoda, che necessita di essere affrontata senza semplificazioni. Con questo articolo proverò a rispondervi, cercando di fare più chiarezza possibile.
Etico o sostenibile?
In un momento storico come il nostro, in cui l’industria della moda è classificata come una delle più inquinanti al mondo, anche le certezze che sembrava avessimo iniziano a vacillare. La pelliccia sintetica, per esempio, è sempre stata presentata come l’alternativa etica per eccellenza, cruelty-free, accessibile e facile da produrre. Eppure, non è necessariamente la scelta più sostenibile. Le faux fur (pellicce sintetiche), sono infatti quasi sempre realizzate con plastiche derivate dal petrolio, materiali non biodegradabili che rilasciano microplastiche nell’ambiente e che, nella maggior parte dei casi, hanno una vita molto breve. Dopo pochi anni tendono a rovinarsi, sgualcirsi e perdere forma, finendo spesso in discarica.
È in questo contesto che inizia a subentrare la pelliccia vera vintage. Sui social, nei mercatini second-hand e nelle discussioni online, cresce sempre più l’idea che acquistare o riutilizzare una pelliccia vera già esistente possa essere, se non eticamente perfetto, più coerente dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Buttare questi capi non è ritenuto particolarmente sensato, perché significherebbe aggiungere spreco a spreco, mentre riutilizzarli consente di evitare nuove produzioni e ridurre l’impatto complessivo sul pianeta.

La nuova narrativa del riuso
Tra Gen Z e Millennials sensibili al tema della sostenibilità, le pellicce ereditate da mamme e nonne o trovate nei negozi vintage non sono più un tabù. Anche molti influencer hanno iniziato a raccontare questa prospettiva, mostrando outfit con pellicce vintage e criticando apertamente il greenwashing legato alle pellicce sintetiche nuove. Secondo questa visione, un capo che dura decenni, che tiene davvero caldo e che non introduce nuova plastica nell’ambiente può avere un impatto complessivo inferiore rispetto a una faux fur prodotta oggi.
Dal punto di vista ambientale, infatti, il confronto è meno scontato di quanto sembri. Una pelliccia vintage non richiede nuove emissioni di produzione, non consuma ulteriore energia e, essendo un materiale naturale, nel lungo periodo si degraderà senza lasciare residui plastici. Tuttavia, questo non equivale automaticamente a definirla “sostenibile” in senso assoluto, è piuttosto una scelta di riduzione del danno, basata sul riuso di ciò che già esiste.
Ed è qui che emerge una delle critiche più forti, è davvero etico indossare una pelliccia vera, anche se vintage?, per molti animalisti la risposta resta no. Indossarla significa mantenere viva l’abitudine legata allo sfruttamento animale, contribuendo a normalizzarla. Il problema, in questo caso, non è solo materiale ma simbolico.
Altri sostengono invece che rifiutare il riuso finisca per essere controproducente, soprattutto in un’epoca segnata da crisi climatica e accumulo incontrollato di rifiuti tessili. Un’altra domanda centrale riguarda il rischio che questa nuova popolarità delle pellicce vintage possa riaprire la strada alla produzione di pellicce nuove. È un timore legittimo. Per questo motivo, molti sottolineano l’importanza di una comunicazione responsabile, promuovere esclusivamente il riuso, il second-hand e la provenienza verificata, evitando qualsiasi forma di greenwashing per una nuova produzione.
Trend o cambiamento culturale?
Anche il mondo dell’editoria di moda ha dovuto confrontarsi con questa questione. Il gruppo Condé Nast, che pubblica testate come Vogue, Vanity Fair e GQ, ha adottato una politica fur-free che vieta la nuova pelliccia animale, ma consente esplicitamente l’uso di pellicce vintage. Una scelta che prova a tenere insieme sensibilità etica e sostenibilità ambientale, senza ignorare queste contraddizioni.
Anche in Italia, il dibattito assume un significato ancora più concreto dopo la chiusura definitiva degli allevamenti di animali da pelliccia, entrata in vigore nel 2022. Una vittoria storica per i movimenti animalisti, che però lascia aperta una domanda pratica, “Che fine fanno i cappotti e le stole che già esistono?”
Distruggerli non restituirà nulla agli animali e aggiungerà solo rifiuti ad un sistema già saturo. Riutilizzarli, trasformarli o rimetterli in circolo nel mercato vintage può invece essere letto come un gesto di responsabilità, se accompagnato da consapevolezza e informazione. Resta, però, infine un dubbio, si tratta di una moda passeggera giusta o sbagliata?, probabilmente entrambe le cose.
Come ogni trend, anche questo rischia di essere mal interpretato cogliendolo in modo superficiale. Ma può anche rappresentare un’occasione per rimettere al centro il valore della durata, del riuso e dell’acquisto ponderato, andando contro la logica del fast fashion.
Alternative future
Dopo queste precisazioni, si può comprendere perché molte persone considerino la pelliccia vera vintage una scelta meno impattante rispetto alle alternative sintetiche nuove. Tuttavia, per chi continua a non ritenere eticamente accettabile indossare pellicce vere, esiste uno spiraglio interessante. L’industria della moda sta infatti sperimentando materiali alternativi di origine vegetale e biologica, ricavati da cactus, funghi, ananas o scarti della mela.

Soluzioni che promettono un futuro senza animali e senza petrolio, ma che al momento presentano ancora limiti in termini di costi, resa e diffusione. Per ora, restano una prospettiva più che una risposta, ma è già qualcosa no?. Non esistono soluzioni perfette, solo scelte meno dannose di altre. In un mondo ideale non servirebbero compromessi, ma nel mondo reale la sostenibilità passa spesso dal fare i conti con ciò che già esiste. Forse, oggi, la vera domanda non è se una scelta sia più giusta di un’altra, ma se sia onesta, informata e capace di comprendere davvero di cosa si ha bisogno.
a cura di
Beatrice Berti

