Angelo Romano: “L’istinto iniziale è il DNA della canzone”

Con “Zig Zag Žižek”, uscito l’11 settembre per Believe Music Italy, Angelo Romano ha inaugurato un nuovo capitolo del proprio percorso musicale. Il brano, nato e registrato a Berlino, è il primo assaggio di The Dog Is Dead, album di inediti atteso nel 2027, e riporta al centro l’inglese e un immaginario sonoro più vicino al rock, all’indie e al lo-fi.

Ma cosa succede prima che una canzone arrivi a prendere una forma definitiva? Quanto conta il suono di una parola, cosa rimane dell’intuizione iniziale quando si entra in studio e quanto può cambiare un brano nel confronto con altri musicisti? In questa conversazione Angelo Romano racconta il proprio rapporto con la scrittura, con l’istinto e con la produzione, soffermandosi anche su ciò che ancora vuole esplorare: il pianoforte.

1. Quanto conta, nel tuo modo di scrivere, il suono delle parole prima ancora del loro significato? Ti capita di scegliere una frase perché “suona giusta” e solo dopo capire davvero cosa ci stai dicendo?

Buongiorno a voi e grazie per l’intervista intanto! Il suono delle parole è assolutamente fondamentale, ovvio, ed è fondamentale che rimangano in testa, come una cantilena o una rima appagante per il cervello. In particolare, sì, quello di scegliere frasi perché, appunto, “suonano giuste” e poi costruire un significato più profondo intorno ad esse è un qualcosa che faccio spesso e volentieri, lo ammetto.

2. Nei tuoi brani c’è spesso un rapporto particolare tra ciò che viene detto e ciò che rimane volutamente fuori campo. Come decidi quando una canzone ha bisogno di spiegare qualcosa e quando, invece, è più interessante lasciare un vuoto?

Nei fatti non sono io a deciderlo a priori, è la canzone a portarmi lì man mano che prende forma. L’arte, a mio modo di vedere, non deve mai avere la presunzione di dover “spiegare”; deve piuttosto raccontare, indirizzare, allietare ed emozionare.

3. Che rapporto hai con la prima versione di una canzone? Sei uno che tende a conservarne l’istinto iniziale oppure intervieni molto durante la lavorazione, anche rischiando di allontanarti dall’idea da cui era partita?

L’istinto iniziale è il motivo per cui la canzone nasce, il suo DNA quasi. Personalmente ritengo che sia un aspetto che vada preservato sempre e comunque. Allontanarsi dall’idea originale ha senso se quell’“istinto”, chiamiamolo così, viene rispettato.

4. Quanto cambia una tua canzone quando passa dalla scrittura alla registrazione? Ci sono elementi che scopri soltanto entrando in studio e che magari non avevi previsto sulla pagina?

Moltissimo. Mi capita spesso di entrare in studio con un’idea e uscirne con una canzone che suona in maniera completamente diversa da come l’avevo inizialmente pensata. Ad esempio, nel nuovo album ci sarà un pezzo chiamato “The Opener” che nasce originariamente come chitarra e voce e, però, una volta in studio mi ha quasi “implorato” di riempirlo con un suono di tromba, cosa che ho fatto con l’ausilio di un mio amico artista palermitano. Sono dinamiche che, in un modo o nell’altro, si presentano sempre e, come servitore delle mie canzoni, quello che posso limitarmi a fare è assecondarle.

5. C’è qualcosa che hai imparato ascoltando altri musicisti e che, nel tempo, è diventato parte del tuo modo di lavorare senza che te ne accorgessi?

Tutto! Alla fine quello che è il mio modo di lavorare altro non è che una conseguenza dell’interfacciarmi con altri musicisti, produttori, artisti e via dicendo. Non ho sicuramente inventato la musica né ho la presunzione di avere il Santo Graal in mano; il modo in cui scrivo, produco, suono è naturalmente condizionato da tutto ciò che è musica.

6. Se dovessi scegliere un solo aspetto del fare musica che oggi ti interessa ancora esplorare e che senti di non aver esaurito, quale sarebbe?

Il pianoforte, probabilmente. Nell’ultimo album c’era un pezzo al pianoforte, e ce ne sarà un altro nel prossimo, ma a una certa mi piacerebbe dedicarmi ancora di più a comporre e suonare il pianoforte.

a cura di
Cristina Cerioni

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