Paul Schrader torna alla Mostra Internazionale fuori concorso, con una nuova riflessione (non del tutto riuscita) sul sogno americano offuscato da segreti impronunciabili e le razionalizzazioni in cui il pensiero umano avvolge i propri istinti. Protagonisti Jack Huston, Daniel Zovatto e Sofia Boutella
I titoli la cui sceneggiatura e/o regia portano la firma di Paul Schrader basterebbero a evidenziare l’importanza e il rispetto che si è guadagnato nel mondo del cinema. Da Taxi Driver ad American Gigolò, da Mishima a Toro scatenato, ha creato un microcosmo di personaggi moralmente ambigui, spesso in lotta contro il mondo, diverse volte schiacciati da una società che li lascia ai margini.
Altri temi importanti sono la colpa e la redenzione, derivati dalla sua formazione calvinista e diventati ancora più cardinali nel suo cinema più recente, in particolare in First Reformed (che gli è valso la tanto attesa statuetta agli Oscar per la miglior sceneggiatura originale). Il cinema che lo ha più influenzato è quello ascetico e rigoroso di Yasujiro Ozu, Carl Theodore Dreyer e Robert Bresson, sui quali si incentra la sua tesi di laurea, poi pubblicata con il titolo Il trascendente nel cinema.
In The Basics of Philosophy, Schrader riprende i temi della colpa tenuta sotto segreto e dell’uomo nella stanza. Questo termine è ripreso dal regista stesso per collegare diversi protagonisti dei suoi film, descritti come uomini isolati e in crisi che si trovano a riflettere. I temi ci sono, ma non cliccano del tutto con lo spettatore. Vediamo di interrogarci sul perché.
Trama
John Jorissen (Jack Huston) è uno stimato professore di filosofia al Ridgemont College, di buona famiglia, con una vita ordinata e con una frequentazione in corso con una collega (Sofia Boutella). Quando si ripresenta una persona dal passato di John, riemergono però le sregolatezze, i traumi e i torbidi segreti che erano stati nascosti anni prima… .

Spinoza in the park
La filosofia di Spinoza è alla base della trattazione. Il razionalismo posto in sintesi con la religione diventa motore per la spirale del protagonista, in bilico tra due mondi: il suo presente ordinato e le strade alternative che avrebbe potuto intraprendere, il dovere e la ricerca del piacere. Entrambi i mondi hanno la propria ‘cattedrale’ (una chiesa fisica in un caso, un locale decisamente più profano nell’altro), distinta dalle composizioni di colori della fotografia.
Spinoza è un leitmotiv, ma anche fonte di un cortocircuito per John, che si immerge nel libro che sta scrivendo nel corso del film, esplorandolo nel dettaglio e conoscendolo a memoria, pur non applicando i suoi insegnamenti. I due mondi collidono, le logiche calviniste di colpa e perdono che hanno guidato John nella vita ordinata che ha seguito per anni si scontrano con il Dio-Natura noncurante e freddamente razionale.
Se la dottrina calvinista spingeva Ethan Hawke a un sacrificio estremo in First Reformed, interrotto da un intervento provvidenziale mariano – in tutti i sensi -, The Basics of Philosophy non sembra sapere che farsene dei sensi di colpa e del pentimento del suo protagonista. Se questo approccio ricalca le logiche spinoziane, dal punto di vista dello spettatore può essere considerata una presa di posizione molto indulgente, pericolosamente indulgente, soprattutto esplorando maggiormente le colpe che John vuole espiare.
“So cosa hai fatto”
Tuttavia un film non può vivere di sola filosofia, le cui basi ne rappresentano i limiti: la psiche umana, come si dimostra, fallisce nell’essere incasellata in una definizione geometrica quando si scontra con la realtà e le relazioni esterne. I personaggi di Sofia Boutella e Daniel Zovatto, Rebecca e Miguel, si prestano come contraltari principali per John in entrambi i mondi sopra descritti.
La repressione, come il sonno della ragione, genera mostri, prendendo in prestito il titolo dal celebre quadro di Goya. L’emotività porta a un cambiamento negativo secondo Spinoza, ma è una componente di fatto imprescindibile dell’umano. Confinata quest’ultima dietro i paramenti di una cosiddetta vita regolare, si riscontra un’artificiale asetticità tipica di uno dei suoi maestri, Robert Bresson; lo dimostrano gli interni geometricamente misurati dell’appartamento in cui John vive, scrive e rimguina.

Similmente a William Tell di The Card Counter, basterebbe poco per svelare cosa si cela dietro: si vedono le crepe, ma il paramento si dimostra una facciata molto più conveniente da affrontare. Miguel e Rebecca rappresentano le due forze opposte, la prima intenta ad abbatterlo, la seconda spinta dalla beata ignoranza a mantenerlo in piedi.
Il seme della colpa è stato interrato senza essere annaffiato: la tensione è sempre presente, ma non esplode, non si esaurisce in grandi gesti, la razionalità di Spinoza vince. E questo può risultare non del tutto soddisfacente per il pubblico, ponendosi però come la conclusione più coerente per il discorso intrapreso da Schrader.
Geometria e controllo, forse troppo?
Dal punto di vista tecnico Schrader non dimentica il suo rigore formale. Predilige i campi lunghi e sequenza senza molti tagli di montaggio, dando alla pellicola un ritmo che non lascia spazio alla frenesia e favorisce la riflessione filosofica che vuole instaurare. Le location, dai corridoi del campus universitario alla già citata stanza di John, mostrano un forte ordine minimalistico, che tiene lo spettatore lontano.
La fotografia separa nettamente i due mondi in cui si trova a navigare il protagonista: il mondo “ordinato” è caratterizzato da toni freddi e colori poco arditi, mentre il mondo “nascosto” si sbizzarrisce con tonalità forti e ricche di colori primari, il rosso in particolare. Vengono evidenziate in questo modo le tentazioni molto più invitanti delle scelte che John è stato costretto a lasciare anni prima, e che ora tornano con forse alcuni rimpianti.
Le interpretazioni sono molto controllate, forse per questo non risultano particolarmente memorabili. Jack Huston risulta a tratti pensoso, a tratti spaesato; Daniel Zovatto è quello che si impegna maggiormente e offre la performance più incisiva, sebbene affidata troppo a espressioni caricate; abbastanza sprecata Sofia Boutella, che non riesce a (o non le viene dato spazio per) incidere in un ruolo lontano dalla sua filmografia degli ultimi anni.
In generale gli interpreti risultano spesso freddi, separati, si guardano negli occhi ma si ha l’impressione che non si vedano tra loro. Scelta voluta per indicare la supremazia della razionalità e della logica sull’emotività, ma tale incomunicabilità rischia di riversarsi anche nel rapporto con lo spettatore. I sensi di colpa, il desiderio di espiazione, la volontà di sublimarlo logicamente si ritrovano tutti dal punto di vista razionale, ma, a livello di coinvolgimento, il pubblico rimane al di fuori della stanza, forse volutamente.
In sintesi
The Basics of Philosophy propone uno scontro tra due visioni, quella presentista e quella eternalista, da cui difficilmente il pubblico uscirà senza perplessità. Aficionado degli ultimi anni a Venezia, Schrader sintetizza le sue diverse anime – la spiritualità in cui è cresciuto e il rigore geometrico per cui il suo stile è noto -, andando in controtendenza rispetto le sue ultime fatiche e rispondendo agli interrogativi che pone facendo prevalere la razionalità all’emozione.
L’uomo nella stanza esce, esplora, passeggia con Spinoza (letteralmente), ma preferisce rientrare nella stanza, in un modus operandi per certi versi ricorrente ad un archetipo che forse necessita di un rinnovamento.
a cura di
Luca Murgia

